GESÙ EUCARISTICO
AMORE
P. Stefano M. Manelli, Francescani dell'Immacolata: Ministro generale
e fondatore
VITA EUCARISTICA
SECONDO GLI ESEMPI DEI SANTI
"CASA MARIANA"
MARIA SS. DEL BUON
CONSIGLIO
83040 FRIGENTO (AV)
Ex parte Ordinis nihil obstat quominus
imprimatur:
P. ANTONIUS M. Dl MONDA, min. prov.
Neapoli, 19.4.1973.
Imprimatur:
+ ANTONIUS ZAMA, Vic. generalis
Neapoli, die 21 Aprilis
1973
"Casa Mariana" Frigento 1976
PREFAZIONE
"La devozione all'Eucaristia - disse S. Pio X, il Papa
dell'Eucaristia - è la piú nobile perché ha per oggetto Dio; è la più salutare
perché ci dà l'Autore della grazia; è la più soave perché soave è il Signore."
La devozione all'Eucaristia, insieme alla devozione alla Madonna, è una
devozione di Paradiso, perché è la devozione che hanno anche gli Angeli e i
Santi del Cielo. "Figurando una accademia in Paradiso - diceva Santa Gemma
Galgani estatica - si deve imparare ad amare soltanto. La scuola è nel Cenacolo,
il maestro è Gesù, le dottrine sono la sua carne e il suo sangue".
L'Eucaristia è Gesù Amore. Per questo è il Sacramento dell'Amore, di tutto
l'amore: contiene Gesú vivo e vero che è "Dio Amore" (Giov. 4, 8) e che "ci ha
amato fino all'eccesso" (Giov. 13, 1).
Tutte le espressioni dell'amore, le
più alte e le più profonde, sono racchiuse nell'Eucaristia: l'amore crocifisso,
l'amore unitivo, l'amore adorante, l'amore contemplativo, l'amore orante,
l'amore inebriante.
Gesù Eucaristico è Amore crocifisso nel S. Sacrificio
della Messa, in cui rinnova l'immolazione di Sé per noi; è Amore unitivo nella
Comunione Sacramentale e spirituale, in cui si fa "uno" con chi Lo riceve; è
Amore adorante nel S. Tabernacolo, in cui è presente come olocausto di
adorazione al Padre; è Amore contemplativo nell'incontro con le anime che amano
"stare ai suoi piedi" come Maria di Betania (Luc. 10, 39); è Amore orante nella
sua "incessante intercessione per noi" al cospetto del Padre (Ebr. 1,25); è
Amore inebriante nelle celesti ebbrezze dell'unione nuziale con i suoi
prediletti, i vergini e le vergini, che Egli stringe a Sé con amore esclusivo,
come strinse a sé S. Giovanni Evangelista, l'apostolo vergine, l'unico che nel
Cenacolo "riposò sul petto di Gesù" (Giov. 21, 20).
"Essere posseduti da
Gesù e possederlo: ecco il regno perfetto dell'amore", ha scritto S. Pietro
Giuliano Eymard. Ebbene, l'Eucaristia realizza questo "regno perfetto
dell'amore" in tutti i puri di cuore che si accostano ai Santi Tabernacoli e si
uniscono a Gesù Ostia con umiltà e amore. Gesù nell'Eucaristia si immola per
noi, si dona a noi, resta fra noi con umiltà e amore infiniti.
"O
meravigliosa altezza e degnazione che dà stupore! - esclamava il Serafico Padre
S. Francesco - O umiltà sublime e sublimità umile che il Signore dell'universo,
Dio e Figlio di Dio, abbia ad umiliarsi così da nascondersi sotto la piccola
figura del pane per la nostra salute! Guardate, fratelli, l'abbassamento di
Dio... Quindi non tenetevi nulla di voi stessi, affinché interamente vi accolga
colui che tutto si dà a voi".
E S. Alfonso de' Liguori aggiunge, con la sua
solita tenerezza affettuosa: "Mio Gesù! Quale invenzione amorosa è stata mai
questa del SS mo Sacramento, di nascondervi sotto l'apparenza del pane per farvi
amare e trovare da chi Vi desidera!".
Il pensiero al Sacerdote che ogni
giorno ci dona Gesù, e alla Beata Vergine Maria che è la Madre Divina di Gesù e
di tutti i Sacerdoti, sia sempre presente al nostro affetto verso il SS.
Sacramento, perché l'Eucaristia, la Madonna e il Sacerdote sono inseparabili,
così come sul Calvario furono inseparabili Gesù, Maria e S. Giovanni
Evangelista.
Impariamo tutto questo alla scuola dei Santi. Essi l'hanno
vissuto in maniera ardente e sublime, da veri serafini di amore all'Eucaristia.
Ed essi soli, come dice la Lumen Gentium (n. 50), sono la "via sicurissima" a
Gesù Eucaristico Amore.
I N D I C E
I) O DIVINA EUCARISTIA!
- Gesù Eucaristico è Dio fra noi
- Conoscere, amare, vivere l'Eucaristia
II) GESÙ PER ME
-
La S. Messa è il Sacrificio della Croce
- La S. Messa quotidiana
- La
partecipazione attiva e fruttuosa
- La S. Messa e le anime del Purgatorio
III) GESÙ IN ME
- La S. Comunione: Gesù è mio
- La purità di anima per la S. Comunione
- Il Ringraziamento alla S. Comunione
- Il Pane dei forti e il viatico
per il cielo
- Ogni giorno con Lui
- La Comunione Spirituale
IV)
GESÙ CON ME
-
La Presenza Reale
- La “Visita” a Gesù
- Gesù, Ti adoro!
- Amare la
“Casa di Gesù”
V)
COLUI CHE CI DONA GESÙ
VI) IL PANE DI MAMMA
VII) PREGHIERE PER
L'EUCARISTIA
- La S. Comunione: Preparazione. Ringraziamento
- La
Comunione con Maria: Preparazione. Ringraziamento
- La visita Eucaristica :
Visita al SS. Sacramento;
Comunione Spirituale; Visita a Maria SS.
VIII) APPENDICE
I) O DIVINA EUCARISTIA!
Gesù Eucaristico è l’"Emanuele", ossia
"Dio
con noi" (Matt. 1, 23)
• Gesù Eucaristico è Dio fra noi
• Conoscere,
amare e vivere l’Eucaristia
GESÙ EUCARISTICO È
DIO FRA NOI
Quando S.
Giovanni Maria Vianney arrivò nel piccolo e sperduto paesello di Ars, qualcuno
gli disse con amarezza: “Qui non c’è più nulla da fare”. “Dunque c’è tutto da
fare”, rispose il Santo.
E cominciò subito a fare. Che cosa?... Si alzava
alle due di notte e si metteva in preghiera presso l’altare nella buia Chiesa.
Recitava l’Ufficio Divino, faceva la meditazione, si preparava per la S. Messa;
dopo la S. Messa faceva il ringraziamento, poi restava ancora in preghiera fino
a mezzogiorno: sempre in ginocchio sul pavimento, senza appoggio, la corona del
Rosario fra le mani, lo sguardo fisso al Tabernacolo.
Così durò per un po’
di tempo.
Poi, però..., dovette cominciare a cambiare orari; e arrivò al
punto da trasformare radicalmente l’ordinamento delle sue cose. Gesù Eucaristico
e la Vergine Santa attraevano via via le anime in quella povera Parrocchia, fino
a che la Chiesa non apparve insufficiente a contenere le folle e il
confessionale del santo Curato venne assiepato da file interminabili di
penitenti. Il S. Curato fu costretto a confessare per dieci, quindici, diciotto
ore al giorno!
Come mai quella trasformazione? Una povera Chiesa, un altare
deserto, un tabernacolo abbandonato, un vecchio confessionale, un sacerdote
sprovveduto di mezzi e poco dotato: come potevano operare in quello sconosciuto
paesello una trasformazione così mirabile?
Le stesse domande possiamo
farcele oggi per un paese del Gargano, S. Giovanni Rotondo, fino a pochi decenni
fa sperduto e ignorato fra le balze pietrose di quel promontorio. Oggi S.
Giovanni Rotondo è un centro di vita spirituale e culturale di fama più che
nazionale. Anche lì, un povero frate infermo, un vecchio conventino cadente, una
piccola Chiesa deserta, un altare e un tabernacolo sempre soli con quel povero
frate che consumava la corona e le mani nella recita instancabile di Rosari.
Come mai? A che cosa è dovuta la mirabile trasformazione avvenuta ad Ars e a
S. Giovanni Rotondo per centinaia di migliaia, forse milioni di persone accorse
da ogni parte della terra?
Solo Dio poteva operare quelle trasformazioni,
servendosi, secondo il suo stile, delle “cose inconsistenti per umiliare quelle
consistenti” (1 Cor. 1, 28). Tutto è dovuto a Lui, alla potenza divina e
infinita dell’Eucaristia, alla forza onnipotente di attrazione che si irradia da
ogni Tabernacolo, e si è irradiata dai Tabernacoli di Ars e di S. Giovanni
Rotondo raggiungendo le anime attraverso il ministero di quei due Sacerdoti,
veri “ministri del Tabernacolo” (Ebr. 13, 10) e “dispensatori dei misteri
divini” (1 Cor. 4, 1).
Che cos’è, infatti, l’Eucaristia? È Dio fra noi. È il
Signore Gesù presente nei Tabernacoli delle nostre Chiese con il suo Corpo,
Sangue, Anima e Divinità. È Gesù velato dalle apparenze del pane, ma realmente,
fisicamente presente nelle Ostie consacrate per dimorare in mezzo a noi, operare
in noi, per noi, a nostra disposizione. Gesù Eucaristico è il vero “Emanuele”,
ossia “Dio con noi” (Matt. 1, 23).
“La fede della Chiesa - ci insegna S. S.
Pio XII - è questa: che uno e identico è il Verbo di Dio e il Figlio di Maria,
che soffrì sulla croce, che è presente nella Eucaristia, che regna nel Cielo”.
Gesù Eucaristico è fra noi come fratello, come amico, come sposo delle
nostre anime. Egli vuol venire in noi per essere il nostro cibo di vita eterna,
il nostro amore, il nostro sostegno; vuole incorporarci a Sé per essere il
nostro Redentore e Salvatore, Colui che ci porta nel Regno dei cieli per
immergerci nell’eternità dell’Amore.
Con l’Eucaristia Dio ci ha dato
veramente tutto. S. Agostino esclama: “Dio essendo onnipotente non poté dare di
più; essendo sapientissimo non seppe dare di più; essendo ricchissimo non ebbe
da dare di più”.
Andiamo all’Eucaristia, quindi. Avviciniamoci a Gesù che
vuol farsi nostro per farci Suoi divinizzandoci. “Gesù cibo delle anime forti -
esclamava S. Gemma Galgani - fortificami, purificami, divinizzami”. Accostiamoci
all’Eucaristia con cuore puro e ardente. Come i Santi. Non sia mai troppa la
nostra cura per conoscere questo Mistero ineffabile. La meditazione, lo studio,
la riflessione sull’Eucaristia trovino spazio di tempo geloso nel quotidiano
avvicendarsi delle nostre ore. Sarà il tempo più benedetto della nostra
giornata.
CONOSCERE, AMARE, VIVERE L’EUCARISTIA
Per scoprire almeno
qualcosa delle ricchezze sterminate racchiuse nel mistero eucaristico,
impegnamoci in un triplice esercizio costante e unitario: esercizio della mente,
del cuore, della volontà.
1) Esercizio della mente: ossia la meditazione
attenta e ordinata sull’Eucaristia, fatta su libri che ci portino alla scoperta
e all’approfondimento personale di questo mistero d’amore (semplice, ma ricco, è
il volumetto di S. Alfonso M. de’ Liguori, Visite al SS. Sacramento e a Maria
SS.; preziosi i due volumetti di S. Pietro Giuliano Eymard, La Presenza Reale,
La S. Comunione).
Andiamo soprattutto alla scuola di S. Pietro Giuliano
Eymard, che fu impareggiabile apostolo dell’Eucaristia. Portare tutti
all’Eucaristia fu la sua vocazione e missione. Quando fondò la Congregazione dei
Sacerdoti del SS. Sacramento, egli offrì la sua vita per il Regno Eucaristico di
Gesù e scrisse allora le ardenti parole: “Eccovi, o caro Gesù, la mia vita:
eccomi pronto a mangiare pietre, a morire abbandonato, pur di riuscire a
innalzarvi un trono, a darvi una famiglia di amici, un popolo di adoratori”.
Se conoscessimo il dono di Dio che è Amore, e che donandoci Se stesso ci
dona tutto l’Amore! “L’Eucaristia - dice S. Bernardo - è l’amore che supera
tutti gli amori nel cielo e sulla terra”. E S. Tommaso ha scritto: “L’Eucaristia
è il Sacramento dell’amore, significa amore, produce amore”.
Un giorno un
emiro arabo, Abd-el-Kader, girando per le vie di Marsiglia in compagnia di un
ufficiale francese, si incontrò con un Sacerdote che portava il S. Viatico a un
moribondo. L’ufficiale francese si fermo, si scoprì il capo e piegò il
ginocchio. L’amico gli chiese la ragione di quel saluto. “Adoro il mio Dio che
il Sacerdote sta portando a un ammalato”, rispose il bravo ufficiale. “Come mai
- reagì l’emiro - potete voi credere che Dio, così grande, si faccia tanto
piccolo, e consenta di andare anche nelle soffitte dei poveri? Noi maomettani
abbiamo un’idea ben più alta di Dio”. “È perchè voi - replicò l’ufficiale -
avete soltanto un’idea della grandezza di Dio; ma non conoscete il suo amore”.
Proprio così. "L’Eucaristia - esclama S. Pietro G. Eymard - è la suprema
manifestazione dell’amore di Gesù: dopo di essa non c’è più che il cielo”.
Eppure, quanti di noi cristiani ignoriamo ancora la portata immensa dell’Amore
contenuto nell’Eucaristia!
2) Esercizio del cuore. Se ogni cristiano deve
amare Gesù Cristo (“Chi non ama il Signore Gesù sia maledetto”: 1 Cor. 16, 22),
l’amore verso l’Eucaristia dovrebbe essere spontaneo e sempre vivo in tutti. Ma
anche l’amore esige l’esercizio. Bisogna esercitare il cuore a desiderare il
vero Bene, a bramare “l’Autore della vita” (Att. 3, 15).
La S. Comunione
rappresenta il vertice di questo esercizio d’amore che si consuma nell’unione
fra il cuore della creatura e Gesù. S. Gemma Galgani poteva esclamare a
riguardo: “Non posso più reggere a pensare che Gesù nella prodigiosa espansione
del suo amore, si fa sentire e si manifesta all’ultima sua creatura con tutti
gli splendori del suo cuore”. E che dire degli “esercizi” del cuore di Santa
Gemma che desiderava essere una “tenda d’amore” in cui tenere sempre Gesù con
sé? che bramava avere “un posticino nel ciborio” per poter stare sempre con
Gesù? che chiedeva di poter diventare “la sfera delle fiamme di amore” di Gesù?
Quando S. Teresa del Bambino Gesù era già ammalata gravemente, si trascinava
con grande sforzo in Chiesa per ricevere Gesù. Una mattina, dopo la S.
Comunione, fu trovata nella sua cella, esausta, sfinita. Una delle suore le fece
osservare di non doversi sforzare tanto. La Santa rispose: “Oh, che cosa sono
queste sofferenze di fronte a una Comunione?”. E il suo dolce lamento per non
poter fare la Comunione quotidiana (non permessa ai suoi tempi) si risolse
nell’invocazione ardente a Gesù: “Restate in me come nel Tabernacolo, non
allontanatevi mai dalla vostra piccola ostia”.
Quando S. Margherita Maria
Alacoque lasciò il mondo e si consacrò a Dio nel monastero, fece un voto
particolare e lo scrisse con il suo sangue: “Tutto per l’Eucaristia: nulla per
me”. Inutile tentar di descrivere l’amore struggente della Santa per
l’Eucaristia. Quando non poteva comunicarsi, usciva in accenti d’affetto
bruciante come questi: “Ho un tale desiderio della S. Comunione, che, se fosse
necessario camminare a piedi nudi sopra una strada di fuoco per giungervi, lo
farei con indicibile gioia”.
S. Caterina da Siena diceva spesso al suo
Confessore: “Padre, ho fame: per l’amore di Dio date a questa anima il suo
nutrimento, Gesù Eucaristico”; oppure, confidava: “Quando non posso ricevere il
Signore, vado in Chiesa, ed ivi Lo guardo... Lo guardo ancora...: e questo mi
sazia”.
Questo si chiama “esercizio del cuore”.
3) Esercizio della
volontà. La volontà deve esercitarsi nel tradurre in vita le divine lezioni
dell’Eucaristia. A che servirebbe scoprire il valore infinito dell’Eucaristia
(con la meditazione) per cercare di amarla (con la S. Comunione), se poi non ci
si applica a viverla?
L’Eucaristia è lezione di amore indicibile, di
immolazione totale, di umiltà e nascondimento senza pari, di pazienza e
dedizione illimitate. Cosa facciamo noi? Dobbiamo pur realizzare qualcosa!
Possibile che Gesù ci ha amato e ci ama “fino all’eccesso” (Giov. 13, 1), e noi
restiamo indifferenti e inerti? No, Gesù, non sia più così!
Se ci sentiamo
deboli e fragili, ricorriamo a Lui, diciamolo a Lui e cerchiamo da Lui senza
indugi l’aiuto e il sostegno, perché è proprio Lui che ha detto: “Senza di Me
non potete far nulla” (Giov. 15, 5). Ma innanzitutto andiamo da Lui! “Venite a
Me... e lo vi ristorerò” (Matt. 11, 28). Andiamo a visitarlo spesso, entrando in
Chiesa ogni volta che possiamo e sostando un po’ di tempo presso il Tabernacolo,
vicini vicini a Lui col cuore e col corpo. Erano ansia costante dei Santi la
“Visita” a Gesù Eucaristico, l’ora di Adorazione eucaristica, le Comunioni
Spirituali, le Giaculatorie, gli atti di amore a gettito spontaneo e vivace.
Quanto bene ne ricevevano e quanto ne trasmettevano!
Un giorno, a Torino, un
amico chiese a Pier Giorgio Frassati, suo compagno di università: “Andiamo a
prendere un aperitivo”. Pier Giorgio colse a volo l’occasione, e rispose
indicando all’amico la vicina Chiesa di S. Domenico: “Ma sì andiamo a prenderlo
in quel... bar”. Entrarono in Chiesa e pregarono per un po’ di tempo presso il
Tabernacolo; poi, avvicinandosi alla cassetta delle offerte, Pier Giorgio disse:
“Ecco l’aperitivo...”. E dalle tasche dei due giovani uscì l’elemosina per i
poveri.
Pensando all’Eucaristia, S. Giovanni Crisostomo chiese una volta
durante la predica: “Come potremmo fare noi dei nostri corpi un’ostia?”. E
rispose lui stesso: “I vostri occhi non guardino nulla di cattivo, e avrete
offerto un sacrificio; la vostra lingua non preferisca parole sconvenienti, e
avrete fatto un’offerta; la vostra mano non commetta peccato, e avrete compiuto
un olocausto”.
Pensiamo agli occhi di S. Coletta, sempre bassi e raccolti in
soave modestia; perché? “I miei occhi li ho riempiti di Gesù che ho fissato
all’elevazione dell’Ostia nella S. Messa, e non voglio sovrapporGli nessun’altra
immagine”.
Pensiamo al riserbo e all’edificazione dei Santi nel parlare,
usando esattamente la lingua consacrata dal contatto con il Corpo di Gesù.
Pensiamo alle opere buone che le anime innamorate dell’Eucaristia hanno
compiuto, perché Gesù comunicava loro i suoi stessi sentimenti di amore a tutti
i fratelli, specialmente ai più bisognosi.
Non potremmo anche noi esercitare
così la nostra volontà? Impariamo dai Santi, e mettiamoci all’opera.
II GESÙ PER ME
Gesù “mi ha amato e ha immolato se stesso per me”
(Gal. 2,20)
• La S. Messa è il Sacrificio della Croce
• La S.
Messa quotidiana
• La partecipazione attiva e fruttuosa
• La S. Messa e
le anime del Purgatorio
LA S. MESSA È IL SACRIFICIO DELLA CROCE
Soltanto
in cielo comprenderemo quale divina meraviglia sia la S. Messa. Per quanto ci si
sforzi e per quanto si sia santi e ispirati, non si può che balbettare su questa
opera divina che trascende gli uomini e gli Angeli.
Un giorno fu chiesto a
P. Pio da Pietrelcina: “Padre, spiegateci la S. Messa”. “Figli miei - rispose il
Padre - come posso spiegarvela? La Messa è infinita come Gesù... Chiedete ad un
Angelo cosa sia una Messa ed egli vi risponderà con verità: capisco che è e
perché si fa, ma non comprendo però quanto valore abbia. Un Angelo, mille
Angeli, tutto il cielo sanno questo e così pensano”.
S. Alfonso de’ Liguori
arriva ad affermare: “Dio stesso non può fare che vi sia un’azione più santa e
più grande della celebrazione di una S. Messa”. Perché? Perché la S. Messa è, si
può dire, la sintesi dell’Incarnazione e della Redenzione; contiene in sé la
Nascita, la Passione e la Morte di Gesù per noi. Il Concilio Vaticano II ci
insegna: “Il nostro Salvatore nell’ultima Cena, la notte in cui fu tradito,
istituì il Sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, onde
perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il Sacrificio della Croce”
(Sacrosantum Concilium, n. 47) E. S. Tommaso d’Aquino con frase luminosa
scrisse: “Tanto vale la celebrazione della S. Messa quanto vale la morte di Gesù
in croce”.
Per questo S. Francesco d’Assisi diceva: “L’uomo deve tremare, il
mondo deve fremere, il cielo intero deve essere commosso, quando sull’altare,
tra le mani del Sacerdote, appare il Figlio di Dio”.
In realtà, rinnovando
il Sacrificio della Passione e Morte di Gesù, la S. Messa è cosa tanto grande da
bastare essa sola a trattenere la Giustizia Divina. S. Teresa di Gesù diceva
alle sue figlie: “Senza la S. Messa che cosa sarebbe di noi? Tutto perirebbe
quaggiù, perché soltanto essa può fermare il braccio di Dio”. Senza di Essa
certamente la Chiesa non durerebbe e il mondo andrebbe disperatamente perduto.
“Sarebbe più facile che la terra si reggesse senza sole, anziché senza la S.
Messa”, affermava P. Pio da Pietrelcina, facendo eco a S. Leonardo da Porto
Maurizio, che diceva: “lo credo che se non ci fosse la Messa, a quest’ora il
mondo sarebbe già sprofondato sotto il peso delle sue iniquità. È la Messa il
poderoso sostegno che lo regge”.
Gli effetti salutari, poi, che ogni
Sacrificio della Messa produce nell’anima di chi vi partecipa sono ammirabili:
ottiene il pentimento e il perdono delle colpe, diminuisce la pena temporale
dovuta ai peccati, indebolisce l’impero di satana e i furori della
concupiscenza, rinsalda i vincoli dell’incorporazione a Cristo, preserva da
pericoli e disgrazie, abbrevia la durata del Purgatorio, procura un più alto
grado di gloria in Cielo. “Nessuna lingua umana - dice S. Lorenzo Giustiniani -
può enumerare i favori dei quali è sorgente il sacrificio della Messa; il
peccatore si riconcilia con Dio, il giusto diviene più giusto, sono cancellate
le colpe, annientati i vizi, alimentati le virtù e i meriti, confuse le insidie
diaboliche”. Per questo S. Leonardo da Porto Maurizio non si stancava di
esortare le folle che l’ascoltavano: “O popoli ingannati, che fate voi? Perché
non correte alle Chiese per ascoltare quante Messe potete? Perché non imitate
gli Angeli, che, quando si celebra la S. Messa, scendono a schiere dal Paradiso
e stanno attorno ai nostri altari in adorazione, per intercedere per noi?”.
Se è vero che tutti abbiamo bisogno di grazie per questa e per l’altra vita,
nulla può ottenercele da Dio come la S. Messa. S. Filippo Neri diceva: “Con
l’orazione noi domandiamo a Dio le grazie; nella S. Messa costringiamo Dio a
darcele”. La preghiera fatta durante la S. Messa impegna tutto il nostro
sacerdozio, sia quello ministeriale (esclusivo del celebrante) sia quello comune
a tutti i fedeli. Nella S. Messa la nostra preghiera è unita alla sofferta
preghiera di Gesù che si immola per noi. Specialmente durante il Canone, che è
il cuore della Messa, la preghiera di tutti noi diventa anche preghiera di Gesù
presente fra noi. I due momenti del Canone Romano in cui si possono ricordare i
vivi e i defunti sono i momenti d’oro della nostra supplica: possiamo pregare
per i nostri bisogni, possiamo raccomandare le persone a noi care, vive e
defunte, proprio negli attimi supremi della Passione e Morte di Gesù fra le mani
del Sacerdote. Approfittiamone con cura; i Santi ci tenevano molto, e quando si
raccomandavano alle preghiere dei Sacerdoti chiedevano loro di ricordarli
soprattutto durante il Canone.
In particolare, nell’ora della morte le Messe
devotamente ascoltate formeranno la nostra più grande consolazione e speranza, e
una Messa ascoltata durante la vita sarà più salutare di molte Messe ascoltate
da altri per noi dopo la nostra morte. “Assicurati - disse Gesù a S. Gertrude -
che a chi ascolta devotamente la S. Messa, io manderò, negli ultimi istanti
della sua vita, tanti dei miei Santi per confortarlo e proteggerlo, quante
saranno state le Messe da lui bene ascoltate”. Quanto è consolante ciò! Aveva
ragione il S. Curato d’Ars di dire: “Se conoscessimo il valore del S. Sacrificio
della Messa, quanto maggiore zelo porremmo per ascoltarla!”. E S. Pietro G.
Eymard esortava: “Sappi, o cristiano, che la Messa è l’atto più santo della
Religione: tu non potresti far niente di più glorioso a Dio, né di più
vantaggioso alla tua anima che di ascoltarla piamente e il più sovente
possibile”.
Per questo dobbiamo stimarci fortunati ogni volta che ci è
offerta la possibilità di ascoltare una S. Messa, né tirarci mai indietro di
fronte a qualche sacrificio per non perderla, specialmente nei giorni di
precetto (domenica e feste). Pensiamo a S. Maria Goretti che per andare a Messa
la domenica percorreva a piedi, tra andata e ritorno, 24 chilometri! Pensiamo a
Santina Campana che si recava a Messa con la febbre altissima addosso. Pensiamo
al B. Massimiliano M. Kolbe che celebrava la S. Messa anche quando era in
condizioni di salute così pietose che un confratello doveva sostenerlo
all’altare perché non cadesse. E quante volte P. Pio da Pietrelcina celebrò la
Messa febbricitante e sanguinante?
Nella nostra vita di ogni giorno,
dobbiamo preferire la S. Messa ad ogni altra cosa buona, perché, come dice S.
Bernardo: “Si merita di più ascoltando devotamente una S. Messa, che col
distribuire ai poveri tutte le proprie sostanze e col girare pellegrinando su
tutta la terra”. E non può essere diversamente, perché nessuna cosa al mondo può
avere il valore infinito di una S. Messa.
Tanto più dobbiamo preferire la S.
Messa ai divertimenti in cui si sciupa il tempo senza nessun vantaggio per
l’anima. S. Luigi IX, re di Francia, ascoltava ogni giorno diverse Messe.
Qualche ministro se ne lamentò dicendo che poteva dedicare quel tempo agli
affari del regno. Il santo re disse: “Se impiegassi doppio tempo nei
divertimenti, nella caccia, nessuno avrebbe da ridire”.
Siamo generosi, e
facciamo volentieri qualche sacrificio per non perdere un bene così grande. S.
Agostino diceva ai suoi cristiani: “Tutti i passi che uno fa per recarsi ad
ascoltare la S. Messa sono da un Angelo numerati, e sarà concesso da Dio un
sommo premio in questa vita e nell’eternità”. E il S. Curato d’Ars aggiunge:
“Com’è felice quell’Angelo Custode che accompagna un’anima alla S. Messa”.
LA S. MESSA QUOTIDIANA
Quando si è compreso che la S. Messa ha un valore
infinito, non fa più meraviglia l’amore e la premura dei Santi nell’ascoltarla
ogni giorno, anzi nell’ascoltarne ogni giorno più che potevano.
S. Agostino
ci ha lasciato questo elogio di sua madre Santa Monica: “Non lasciava passar
giorno senza esser presente al Divin Sacrificio davanti al tuo altare, o
Signore”.
S. Francesco di Assisi ascoltava di solito due Messe ogni giorno;
e quando era ammalato pregava qualche confratello sacerdote di celebrargli la
Messa in cella, pur di non restare senza Messa!
S. Tommaso d’Aquino, ogni
mattina, dopo aver celebrato la sua Messa, serviva un’altra Messa per
ringraziamento.
S. Pasquale Baylon, piccolo pastorello, non poteva recarsi
in Chiesa ad ascoltare tutte le Messe che avrebbe desiderato, perché doveva
portare le pecore al pascolo. E allora, ogni volta che udiva la campana dare il
segnale della S. Messa, si inginocchiava sull’erba fra le pecorelle, davanti a
una croce di legno fatta da lui stesso, e seguiva così, da lontano, il Sacerdote
che stava offrendo il Divin Sacrificio. Caro Santo, vero serafino d’amore
eucaristico! Anche sul letto di morte egli udì la campana della Messa, ed ebbe
la forza di sussurrare ai confratelli: “Sono contento di unire al Sacrificio di
Gesù quello della mia povera vita”. E morì, alla Consacrazione!
Una mamma di
otto figli, S. Margherita, regina di Scozia, si recava e conduceva con sé i
figli a Messa tutti i giorni; e con materna premura insegnava loro a considerare
come tesoro il messalino, che ella volle adornare di pietre preziose.
Ordiniamo bene le nostre cose, in modo da non farci mancare il tempo per la
S. Messa. Non diciamo di essere troppo impegnati in faccende, perché Gesù
potrebbe ricordarci: “Marta, Marta..., tu ti affanni in troppe cose, invece di
pensare all’unica cosa necessaria!” (Lc. 10, 41). Quando si vuole veramente, il
tempo per andare a Messa si trova, senza venir meno ai propri doveri. S.
Giuseppe Cottolengo raccomandava a tutti la S. Messa quotidiana: agli
insegnanti, alle infermiere, agli operai, ai medici, ai genitori... E a chi gli
opponeva di non avere il tempo per andarci, rispondeva deciso: “Cattiva economia
del tempo! "Cattiva economia del tempo!”. È così. Se veramente pensassimo al
valore infinito della S. Messa, brameremmo parteciparvi e cercheremmo in tutti i
modi di trovare il tempo necessario.
S. Carlo da Sezze, andando per la
questua a Roma, faceva le sue soste presso qualche Chiesa per ascoltarvi altre
Messe, e proprio durante una di queste Messe in più, ebbe il dardo d’amore al
cuore al momento dell’elevazione dell’Ostia.
S. Francesco di Paola ogni
mattina si recava in Chiesa e si tratteneva là dentro ad ascoltare tutte le
Messe che si celebravano. S. Giovanni Berchmans, S. Alfonso Rodriguez, S.
Gerardo Maiella ogni mattina servivano più Messe che potevano, e con un contegno
così devoto da attirare molti fedeli in Chiesa.
Il venerabile Francesco del
Bambin Gesù, carmelitano, serviva ogni giorno dieci Messe. Se gli capitava di
servirne qualcuna in meno, diceva. “Oggi non ho fatto intera la mia
colazione”... Che dire infine di P. Pio da Pietrelcina? Quante Messe non
ascoltava egli ogni giorno, partecipandovi con la recita di tanti Rosari? Non
sbagliava davvero il S. Curato d’Ars a dire che “la Messa è la devozione dei
Santi”.
Lo stesso bisogna dire dell’amore dei Santi Sacerdoti alla
celebrazione della Messa. Non poter celebrare era per loro una sofferenza
terribile. “Quando sentirai che non posso più celebrare, tienimi per morto”,
arrivò a dire a un confratello S. Francesco Saverio Bianchi.
S. Giovanni
della Croce fece capire che lo strazio più grande patito durante il periodo
delle persecuzioni fu quello di non poter celebrare la Messa né ricevere la S.
Comunione per nove mesi continui.
Ostacoli o difficoltà non contavano per i
Santi, quando si trattava di non perdere un bene così eccelso. Dalla vita di S.
Alfonso M. de’ Liguori sappiamo che, un giorno, in una via di Napoli, il Santo
fu assalito da violenti dolori viscerali. Il confratello che l’accompagnava lo
esortò a fermarsi per prendere un calmante. Ma il Santo non aveva ancora
celebrato, e rispose di scatto al confratello: “Caro mio, camminerei così dieci
miglia, per non perdere la S. Messa”. E non ci fu verso di fargli rompere il
digiuno (allora obbligatorio dalla mezzanotte). Aspettò che i dolori si
calmassero un po’, e riprese poi il cammino fino in Chiesa.
S. Lorenzo da
Brindisi, cappuccino, trovandosi in un paese di eretici senza Chiesa cattolica,
fece quaranta miglia a piedi per raggiungere una Cappella tenuta da cattolici,
in cui poter celebrare la S. Messa.
Anche S. Francesco di Sales si trovò in
paese protestante e per celebrare la S. Messa doveva recarsi ogni mattina, prima
dell’alba, in una parrocchia cattolica, che si trovava al di là di un grosso
torrente. Nell’autunno piovoso il torrente si ingrossò più del solito e travolse
il piccolo ponte su cui passava il Santo. Ma S. Francesco non si scoraggiò.
Gettò una grossa trave là dov’era il ponte, e continuò a passare ogni mattina.
D’inverno, però, con il gelo e con la neve c’era serio pericolo di sdrucciolare
e cadere nell’acqua. Allora il Santo si ingegnò mettendosi a cavalcioni sulla
trave, strisciando carponi, andata e ritorno, pur di non restare senza la
celebrazione della S. Messa!
Noi non rifletteremo mai abbastanza sul mistero
ineffabile della S. Messa che riproduce sui nostri altari il sacrificio del
Calvario. Né ameremo mai troppo questa suprema meraviglia dell’amore divino.
“La S. Messa - scrive S. Bonaventura - è l’opera in cui Dio ci mette sotto
gli occhi tutto l’amore che ci ha portato; è in certo modo la sintesi di tutti i
benefici elargitici”.
LA PARTECIPAZIONE ATTIVA E FRUTTUOSA
La grandezza
infinita della S. Messa ci deve far comprendere l’esigenza di una partecipazione
attenta e devota al Sacrificio di Gesù. Adorazione, amore e dolore dovrebbero
dominarci incontrastati.
Il Sommo Pontefice Pio XII ha scolpito in pensieri
stupendi (ripetuti con forza dal Concilio Vaticano II) lo stato d’animo con cui
bisogna partecipare alla S. Messa, ossia con “lo stato d’animo che aveva il
Divin Redentore quando faceva sacrificio di sé: l’umile sottomissione dello
spirito, cio'è l’adorazione, l’amore, la lode e il ringraziamento alla Somma
Maestà di Dio..., riprodurre in se stessi le condizioni della vittima,
l’abnegazione di sé secondo i precetti del Vangelo, il volontario e spontaneo
sacrificio della penitenza, il dolore e l’espiazione dei propri peccati”.
La
vera partecipazione attiva alla S. Messa è quella che ci rende vittime immolate
come Gesù, che ottiene lo scopo di “riprodurre in noi i lineamenti dolorosi di
Gesù” (Pio XII), dandoci “la comunanza dei patimenti di Cristo e la conformità
alla Sua Morte” (Fil. 3, 10). Tutto il resto è soltanto rito liturgico, veste
esterna. S. Gregorio Magno insegnava: “Il Sacrificio dell’altare sarà per noi
un’Ostia veramente accetta a Dio, quando noi stessi ci faremo Ostia”. Per
questo, nelle antiche comunità cristiane i fedeli, per la celebrazione della S.
Messa, con alla testa il Papa, si recavano in processione all’altare, in abiti
di penitenza, cantando le litanie dei Santi. Effettivamente, nell’andare a
Messa, noi dovremmo ripetere con S. Tommaso Apostolo: “Andiamo anche noi a
morire con Lui” (Giov. 11, 16).
Quando Santa Margherita Alacoque ascoltava
la S. Messa, guardando l’altare, non mancava mai di dare un’occhiata al
Crocifisso e alle candele accese. Perché? Per imprimersi bene due cose nella
mente e nel cuore: il Crocifisso le ricordava quel che Gesù aveva fatto per lei;
le candele accese le ricordavano quel che lei doveva fare per Gesù, ossia:
sacrificarsi e consumarsi per Lui e per le anime.
Il modello più alto di
partecipazione al S. Sacrificio, ci è offerto da Maria SS., da S. Giovanni
Evangelista e dalla Maddalena con le pie Donne ai piedi della croce (Giov. 19,
25). Assistere alla Messa, infatti, è come trovarsi sul Calvario.
“Non si
può separare la Santissima Eucaristia dalla Passione di Gesù”, gemeva fra le
lagrime S. Andrea Avellino.
Un giorno un figlio spirituale chiese a P. Pio
da Pietrelcina: “Padre, come dobbiamo partecipare alla S. Messa?”. Il Padre
rispose: “Come la Madonna, S. Giovanni e le pie Donne sul Calvario, amando e
compatendo”. E sul messalino di un suo figlio spirituale, P. Pio scrisse:
“Nell’assistere alla S. Messa accentra tutto te stesso al tremendo mistero che
si sta svolgendo sotto i tuoi occhi: ‘La Redenzione della tua anima e la
riconciliazione con Dio’.” Un’altra volta gli venne chiesto: “Padre, come mai
lei piange tanto durante la Messa?”. “Figlia mia - rispose il Padre - che cosa
sono quelle poche lacrime di fronte a ciò che avviene sull’altare? Torrenti di
lagrime ci vorrebbero!”. E un’altra volta ancora, gli fu detto: “Padre, quanto
le tocca soffrire a stare per tutta la Messa in piedi, poggiato sulle piaghe
sanguinanti dei piedi!”. Il Padre rispose: “Durante la Messa non sto in piedi:
sto appeso”. Che risposta! Le due parole “sto appeso” esprimono fortemente al
vivo quell’essere “concrocifisso con Cristo” di cui parla S. Paolo (Gal. 2, 19)
e che distingue la vera e piena partecipazione alla Messa dalla partecipazione
vana, accademica, magari chiassaiola. Diceva bene Santa Bernardetta Soubirous a
un Sacerdote novello: “Ricordati che il Sacerdote all’altare è sempre Gesù
Cristo in croce”. E S. Pietro d’Alcantara si vestiva per la S. Messa come per
salire sul Calvario, perché tutti gli indumenti sacerdotali hanno un riferimento
alla Passione e Morte di Gesù: il camice ricorda la tunica bianca di cui Erode
fece vestire Gesù come pazzo; il cingolo ricorda i flagelli; la stola ricorda i
legacci; la chierica ricordava la corona di spine; la pianeta, segnata a croce,
ricorda la croce sulle spalle di Gesù.
Chi ha assistito alla Messa di P. Pio
ricorda quelle sue lagrime brucianti, ricorda quella sua imperiosa richiesta ai
presenti di seguire la S. Messa in ginocchio, ricorda il silenzio impressionante
in cui si svolgeva il sacro rito, ricorda la sofferenza crudele che si
sprigionava dal volto di P. Pio quando sillabava a strappi violenti le parole
della Consacrazione, ricorda il fervore della preghiera silenziosa dei fedeli
che riempivano la Chiesa mentre le dita sgranavano Rosari per più di un’ora.
Ma la sofferta partecipazione di P. Pio alla S. Messa è quella stessa di
tutti i Santi. Le lagrime di P. Pio erano come quelle di S. Francesco d’Assisi
(che a volte diventavano sanguigne), come quelle di S. Vincenzo Ferreri, di S.
Ignazio, di S. Filippo Neri, di S. Lorenzo da Brindisi (che arrivava a inzuppare
di lagrime sette fazzoletti), di S. Veronica Giuliani, di S. Giuseppe da
Copertino, di S. Alfonso, di S. Gemma... Ma, del resto, come rimanere
indifferenti di fronte alla Crocifissione e Morte di Gesù? Non saremo mica come
gli Apostoli addormentati nel Getsemani, e tanto meno come i soldati che, ai
piedi della Croce, pensavano al gioco dei dadi, incuranti degli spasimi atroci
di Gesù morente! (Eppure, questa è l’impressione angosciosa che si prova oggi
assistendo alle Messe cosiddette beat celebrate al ritmo delle chitarre e delle
tarantole, con donne in abiti sconci e giovani dalle fogge più stravaganti...
“Signore, perdona loro!”).
Guardiamo alla Madonna e ai Santi. Imitiamoli.
Soltanto seguendo loro siamo sulla via giusta che “è piaciuta a Dio”" (1 Cor. 1,
21).
LA S. MESSA E LE ANIME DEL
PURGATORIO
Una volta lasciato questo mondo, nulla dobbiamo desiderare tanto
come la celebrazione di SS. Messe per la nostra anima. Il S. Sacrificio
dell’altare, infatti, è il più grande suffragio che sorpassa ogni preghiera,
ogni penitenza, ogni opera buona. Né deve esserci difficile comprendere ciò, se
pensiamo che la S. Messa è lo stesso Sacrificio di Gesù offerto sull’altare con
il suo infinito valore espiatorio. Gesù immolato è la vera vittima di
“espiazione per i nostri peccati” (1 Giov. 2, 2), e il suo Divin Sangue viene
effuso “in remissione dei peccati” (Matt. 26, 28). Assolutamente nulla può stare
alla pari con la S. Messa, e i frutti salutari del Sacrificio possono estendersi
a un numero illimitato di anime.
Una volta, durante la celebrazione della S.
Messa nella Chiesa di S. Paolo alle tre Fontane, a Roma, S. Bernardo vide una
scala interminabile che saliva fino al Cielo. Moltissimi Angeli andavano su e
giù per essa, portando dal Purgatorio al Paradiso le anime liberate dal
Sacrificio di Gesù, rinnovato dai Sacerdoti sugli altari di tutta la terra.
Alla morte di un nostro parente, quindi, preoccupiamoci molto più della
celebrazione e dell’ascolto di SS. Messe, che delle corone di fiori, degli abiti
neri, del corteo funebre...
Quando il B. Giovanni d’Avila si trovò sul letto
di morte, i confratelli gli chiesero che cosa desiderasse maggiormente dopo la
sua morte. Il Beato subito rispose: “Messe!... Messe!... Nient’altro che
Messe!...”.
Di P. Pio da Pietrelcina si raccontano molte apparizioni di
anime purganti che andavano a chiedere il suffragio della sua S. Messa per poter
lasciare il Purgatorio. Un giorno egli celebrò la S. Messa in suffragio del papà
di un suo confratello. Al termine del S. Sacrificio, P. Pio disse al
confratello: “Stamattina l’anima di tuo papà è entrata in Paradiso”. Il
confratello ne fu felicissimo, e tuttavia disse a P. Pio: “Ma, Padre, il mio
buon papà è morto trentadue anni fa!”. “Figlio mio - gli rispose il Padre -
davanti a Dio tutto si paga!”. Ed è la S. Messa che ci procura un prezzo di
infinito valore: il Corpo e il Sangue di Gesù “Agnello immolato” (Apoc. 5, 12).
In una predica, un giorno, il S. Curato d’Ars portò l’esempio di un
sacerdote che, celebrando la Messa per un suo amico defunto, dopo la
Consacrazione così pregò: “Padre Santo ed Eterno, facciamo un cambio. Voi
possedete l’anima del mio amico nel Purgatorio: io ho il corpo del vostro Figlio
nelle mie mani. Voi liberatemi l’amico, e io vi offro il vostro Figliolo, con
tutti i meriti della sua Passione e morte”.
Ricordiamolo: tutti i suffragi
sono cosa buona e raccomandabile, ma quando possiamo, anzitutto facciamo
celebrare SS. Messe (magari le 30 SS. Messe gregoriane) per le anime defunte a
noi care.
Nella vita del B. Enrico Susone leggiamo che da giovane egli aveva
fatto questo patto con un confratello: “Chi di noi due sopravvivrà all’altro,
affretterà la gloria di chi è passato nell’eternità con la celebrazione di una
S. Messa ogni settimana”. Il compagno del Beato Enrico morì per primo in terra
di missione. Il Beato si ricordò della promessa per un po’ di tempo; poi,
impegnato in obblighi di Messe, sostituì la Messa settimanale con preghiere e
penitenze. Ma l’amico gli comparve e lo rimproverò tutto afflitto: “Non mi
bastano le tue preghiere e le tue penitenze; ho bisogno del Sangue di Gesù”:
perché è con il Sangue di Gesù che noi paghiamo i debiti delle nostre colpe
(Col. 1, 14).
Anche il grande S. Girolamo ha lasciato scritto che “per ogni
Messa devotamente celebrata molte anime escono dal Purgatorio per volarsene al
Cielo”. Lo stesso si deve dire per le SS. Messe devotamente ascoltate. S. Maria
Maddalena de’ Pazzi, la celebre mistica carmelitana, era solita offrire il
Sangue di Gesù per suffragare le anime del Purgatorio, e in un’estasi Gesù le
fece vedere come realmente molte anime purganti venivano liberate dall’offerta
del Divin Sangue. Né può essere diversamente, perché, come insegna S. Tommaso
d’Aquino, una sola goccia del Sangue di Gesù, per il suo valore infinito, può
salvare tutto l’universo da ogni delitto.
Preghiamo per le anime del
Purgatorio, quindi, e liberiamole dalle loro pene facendo celebrare e ascoltando
molte sante Messe. “Tutte le opere buone riunite insieme - diceva il S. Curato
d’Ars - non possono valere una S. Messa, perché esse sono opere degli uomini,
mentre la S. Messa è opera di Dio”.
III GESÙ IN ME
“Chi
mangia la mia Carne e beve il mio Sangue, rimane in Me e Io in lui”. (Giov. 6,
57)
• La S. Comunione: Gesù è mio
• La purità di anima per la S.
Comunione
• Il ringraziamento alla S. Comunione
• Il Pane dei forti e il
Viatico per il cielo
• Ogni giorno con Lui
• La Comunione Spirituale
LA S. COMUNIONE: GESÙ È MIO
Nella S. Comunione Gesù si dona a me e
diventa mio, tutto mio in Corpo, Sangue, Anima e Divinità. “Sono padrona di Te”,
diceva a Gesù con candore S. Gemma Galgani.
Con la Comunione, Gesù penetra
nel mio petto e rimane corporalmente presente in me fin quando durano le specie
del pane, ossia per circa un quarto d’ora. Durante questo tempo, insegnano i
Santi Padri, gli Angeli mi circondano per continuare ad adorare Gesù e amarLo
ininterrottamente. “Quando Gesù è presente corporalmente in noi, attorno a noi
fanno la guardia d’amore gli Angeli”, scriveva S. Bernardo.
Forse noi
pensiamo tanto poco alla sublimità di ogni S. Comunione. Eppure, S. Pio X diceva
che “se gli Angeli potessero invidiare, ci invidierebbero la S. Comunione”. E S.
Maddalena Sofia Barat definiva la S. Comunione “il Paradiso sopra la terra”.
Tutti i Santi hanno compreso la divina meraviglia dell’incontro e
dell’unione con Gesù Eucaristico, per essere posseduti da Lui e possederLo “Chi
mangia la mia Carne e beve il mio Sangue rimane in Me e lo in lui” (Giov. 6,
57). “È notte - scriveva una volta Santa Gemma - mi avvicino a domattina: Gesù
possederà me e io possederò Gesù”. Non è possibile unione d’amore più profonda e
totale: Lui in me e io in Lui: l’uno nell’altro: che si può voler di più?
“Voi invidiate - diceva S. Giovanni Crisostomo - la sorte della donna che
toccò le vesti a Gesù, della peccatrice che bagnò i piedi con le sue lagrime;
delle donne di Galilea che ebbero la felicità di seguirlo nelle sue
peregrinazioni, degli apostoli e dei discepoli con i quali conversava
familiarmente; della popolazione del tempo che ascoltava le parole di grazia e
di salveza che uscivano dalle sue labbra. Voi chiamate felici coloro che lo
videro... Ma venite all’altare, e voi lo vedrete, lo toccherete, gli donerete
baci santi, lo bagnerete con le vostre lagrime, lo porterete dentro di voi come
Maria SS.”.
Per questo i Santi hanno desiderato e bramato la S. Comunione
con amore struggente. S. Francesco d’Assisi o S. Caterina da Siena, S. Pasquale
Baylon o S. Veronica, S. Gerardo o S. Margherita Alacoque, S. Domenico Savio o
S. Gemma Galgani...; è inutile continuare, perchè bisognerebbe elencarli proprio
tutti!
A S. Caterina da Genova, ad esempio, successe una notte di sognare
che il giorno seguente non avrebbe potuto ricevere la S. Comunione. Il dolore
che provò fu cosi forte che pianse inconsolabilmente, e quando si svegliò al
mattino si trovò con il volto tutto bagnato dalle lacrime versate nel sogno!
S. Teresa del Bambin Gesù ha scritto un piccolo poema eucaristico, “Desideri
presso il Tabernacolo”, in cui, tra le altre cose deliziose, dice: “Vorrei
essere il calice ove adoro il Sangue divino. Posso però anch’io, nel Santo
Sacrificio, raccoglierlo in me ogni mattina. Più cara è perciò a Gesù l’anima
mia, che il più prezioso dei vasi d’oro”. E quale non fu la felicità
dell’angelica Santa quando, durante un’epidemia, le fu concessa la Comunione
quotidiana?
S. Gemma Calgani, una volta venne messa alla prova dal
Confessore che le proibì la Comunione. “O Padre, Padre - scriveva ella al suo
Direttore spirituale - oggi sono stata a confessarmi, e il Confessore ha detto
di levarmi Gesù. O Padre mio, la penna non mi vuole più scrivere, la mano mi
trema forte, io piango". Cara Santa! vero serafino tutto fuoco e sangue d’amore
a Gesù Eucaristico.
Anche S. Gerardo Maiella, per una calunnia di cui non
volle scolparsi, venne punito con la privazione della S. Comunione. La
sofferenza del Santo fu tale che un giorno si rifiutò di andare a servire la S.
Messa a un sacerdote di passaggio, “perchè - diceva - a vedere Gesù Ostia fra le
mani del Sacerdote, non resisterei e glielo strapperei di mano!”. Quale brama
consumava questo mirabile Santo! E quale rimprovero per noi che forse possiamo
comunicarci con ogni comodità, e non lo facciamo. È segno che ci manca
l’essenziale: l’amore. E forse siamo cosi innamorati dei piaceri terreni che non
possiamo più gustare le delizie celesti dell’unione con Gesù Ostia. “Figliuolo,
come puoi tu sentire le fragranze di Paradiso che si diffondono dal
Tabernacolo?”, diceva S. Filippo a un giovane amante dei piaceri di carne, dei
balli, dei divertimenti... Le gioie dell’Eucaristia e le soddisfazioni dei sensi
sono “cose opposte” (Gal. 5, 17) e “l’uomo carnale non può gustare le cose dello
spirito” (1 Cor. 2, 14). Questa è sapienza che viene da Dio.
S. Filippo Neri
era cosi amante dell’Eucaristia che, pur gravamente infermo, si comunicava ogni
giorno, e se non gli si portava Gesù molto presto al mattino, dava in smanie e
non poteva trovar riposo in nessun modo: “Ho un tal desiderio di ricevere Gesù -
esclamava - che non posso darmi pace ad attendere”. La stessa cosa avveniva, ai
nostri tempi, a P. Pio da Pietrelcina, che soltanto l’ubbidienza poteva placare
nell’attesa della celebrazione della S. Messa alle quattro o alle cinque del
mattino. Veramente l’amore di Dio è un “fuoco divorante” (Deut. 4, 24).
Quando Gesù è mio, esulta la Chiesa intera, quella dei Cieli, quella del
Purgatorio, quella della terra. Chi potrà esprimere il gaudio degli Angeli e dei
Santi ad ogni Comunione ben fatta? Una novella corrente d’amore arriva in
Paradiso e fa vibrare quegli spiriti beati ogni volta che una creatura si unisce
a Gesù per possederLo ed essere posseduta da Lui. Vale molto di più una
Comunione che un’estasi, un rapimento, una visione. La S. Comunione trasporta il
Paradiso intero nel mio povero cuore!
Per le anime del Purgatorio, poi, la
S. Comunione è il dono personale più caro che esse possono ricevere da noi. Chi
può dire quanto giovino alla loro liberazione le SS. Comunioni? A S. Maria
Maddalena de’ Pazzi un giorno apparve il fratello defunto e le disse che gli
erano necessarie centosette Comunioni per poter lasciare il Purgatorio. Difatti,
all’ultima delle centosette Comunioni, la Santa rivide il suo papà salire al
cielo.
S. Bonaventura si fece apostolo di questa verità, e ne parlava in
termini vibranti: “O anime cristiane, volete voi dare le prove del vero amore ai
vostri defunti? Volete loro inviare i più preziosi soccorsi e la chiave d’oro
del cielo? Fate spesso la S. Comunione per il riposo delle loro anime!”.
Infine, riflettiamo che nella S. Comunione noi ci uniamo non solo a Gesù, ma
anche a tutte le membra del Corpo Mistico di Gesù, specialmente alle anime più
care a Gesù e più care al nostro cuore. È nella Comunione che ogni volta si
realizza pienamente la parola di Gesù: “Io in essi... affinchè siano perfetti
nell’unita” (Giov. 17, 23). L’Eucaristia ci rende “uno” anche fra noi sue
membra: “uno solo in Gesù”, come dice S. Paolo (Gal. 3, 28). La Comunione è
davvero tutto l’amore di Dio e del prossimo. È la vera “festa dell’Amore”, come
diceva Santa Gemma Galgani. E in questa “festa dell’Amore” l’anima innamorata
può esultare cantando con S. Giovanni della Croce: “Miei sono i cieli e mia la
terra, miei sono gli uomini, i giusti sono miei e miei i peccatori. Gli Angeli
sono miei e la Madre di Dio, tutte le cose sono mie. Lo stesso Dio è mio e per
me, poichè Cristo è mio e tutto per me”.
LA PURITÀ DI ANIMA PER LA S.
COMUNIONE
Che dire della grande purità di anima con cui i Santi si
accostavano a ricevere il Pane degli Angeli? Sappiamo che erano di una
delicatezza veramente angelica. Consapevoli della propria miseria, essi
cercavano di presentarsi a Gesù "santi e immacolati" (Ef. 1, 4) ripetendo con il
pubblicano: "O Dio, abbi pietà di me che sono peccatore" (Luc. 18, 9), e
ricorrendo con grande premura al lavacro della S. Confessione.
Quando a S.
Girolamo venne portato il S. Viatico, in fin di vita, si vide il Santo
prostrarsi a terra in adorazione, e lo si udì ripetere con profonda umiltà le
parole di S. Elisabetta e quelle di S. Pietro: "Donde questo, che viene a me il
mio Signore? Allontanati da me, che sono uomo peccatore" (Luc. 1, 43; 5, 10). E
quante volte l'angelica e serafica S. Gemma fu tentata di non comunicarsi,
ritenendosi nient'altro che un vile "letamaio"?
E P. Pio da Pietrelcina
ripeteva con trepidazione ai confratelli "Dio vede le macchie anche negli
Angeli, figuriamoci in me!". Per questo egli era molto assiduo alla Confessione
sacramentale.
"Oh se potessimo comprendere chi è quel Dio che riceviamo
nella Comunione, quale purezza di cuore gli porteremmo!", esclamava S. Maria
Maddalena de' Pazzi.
Per questo S. Ugo, S. Tommaso d'Aquino, S. Francesco di
Sales, S. Ignazio, S. Carlo Borromeo, S. Francesco Borgia, S. Luigi Bertrando,
S. Giuseppe da Copertino, S. Leonardo da Porto Maurizio e tanti altri Santi si
confessavano ogni giorno prima di celebrare la S. Messa.
S. Camillo de
Lellis non celebrava mai la S. Messa senza prima confessarsi, perchè voleva
almeno "spolverare" la sua anima. Una volta in una piazza di Livorno, al
tramonto, prima di separarsi da un confratello, il Santo, prevedendo che il
mattino seguente non avrebbe avuto un Sacerdote per confessarsi prima di
celebrare, si fermò, si levò il cappello, si fece il segno di croce e si
confessò li in piazza dal confratello.
Anche S. Alfonso, S. Giuseppe
Cafasso, S. Giovanni Bosco, S. Pio X, P. Pio da Pietrelcina, si confessavano
molto spesso. E perchè mai S. Pio X volle anticipare a sette anni l'età della
Prima Comunione per i piccoli, se non per fare entrare Gesù nei cuori dei
fanciulli innocenti che tanto somigliano agli Angeli? E P. Pio da Pietrelcina,
perchè esultava quando gli portavano bambini di cinque anni preparati per la
Prima Comunione?
I Santi applicavano alla perfezione la direttiva dello
Spirito Santo: "Ciascuno esamini prima se stesso, e poi mangi di quel Pane e
beva di quel Calice, perchè chi mangia e chi beve indegnamente, mangia e beve la
propria condanna" (1 Cor. 11, 28).
Esaminarsi, pentirsi, accusarsi, chiedere
perdono approfittando anche ogni giorno del Sacramento della Confessione era
cosa naturale per i Santi. Beati loro, capaci di tanto! E i frutti di
santificazione erano costanti e abbondanti, perchè l'anima pura che accoglie in
sè Gesù, "Frumento degli eletti" (Zac. 9, 17), è come la "terra fertile... che
produce frutto con perseveranza" (Luc. 8, 15).
S. Antonio M. Claret illustra
molto bene la cosa: "Quando ci comunichiamo, tutti noi riceviamo il medesimo
Signore Gesù, ma non tutti riceviamo le medesime grazie, nè produce in tutti gli
stessi effetti. Ciò proviene dalla nostra maggiore o minore disposizione. Per
spiegare questo fatto, mi serve un paragone naturale: l'innesto. Quanto più le
piante si rassomigliano, tanto meglio è per l'innesto. Così, quanta più
somiglianza ci sarà tra chi si comunica e Gesù, tanto migliori saranno i frutti
della S. Comunione". Il Sacramento della Confessione è appunto il mezzo
eccellente di restauro della somiglianza fra l'anima e Gesù.
Per questo S.
Francesco di Sales insegnava ai suoi figli spirituali: "Confessatevi con umiltà
e devozione... se è possibile ogni volta che vi comunicate, quantunque non vi
sentiate nella coscienza alcun rimorso di peccato mortale".
Per questo S.
Teresa di Gesù, quando era consapevole della minima colpa veniale, non si
comunicava senza prima confessarsi.
A questo proposito, è bene ricordare
l'insegnamento della Chiesa. La Comunione deve essere fatta stando in grazia di
Dio. Perciò, quando si è commesso un peccato mortale, anche se si è pentiti e si
ha un grande desiderio di comunicarsi, è necessario, è indispensabile
confessarsi prima della S. Comunione, altrimenti si commette peccato gravissimo
di sacrilegio, per il quale, come disse Gesù a S. Brigida,"non esiste sulla
terra supplizio che basti a punirlo"!
Invece, la Confessione fatta prima
della Comunione, soltanto per rendere più pura e più bella l'anima già in
grazia, non è necessaria, ma è preziosa, perchè riveste l'anima del più bell'
"abito nuziale" (Matt. 22, 14) con cui assidersi alla mensa degli Angeli. Per
questo le anime più delicate hanno sempre cercato con frequenza (almeno ogni
settimana) la assoluzione sacramentale anche per le colpe leggere. Se infatti la
purità dell'anima deve essere massima per ricevere Gesù, nessuna purità è più
fulgente di quella che si ottiene confessandosi, con il bagno nel Sangue di Gesù
che rende l'anima pentita divinamente bella e splendente. "L'anima che riceve il
Sangue Divino diventa bella, come rivestita dell'abito più prezioso, e così
risplendente, che, se poteste vederla, sareste tentati di adorarla" (S. Maria
Maddalena de' Pazzi).
Quale conforto per Gesù l'essere ricevuto da una anima
purificata e rivestita del suo Divin Sangue! E quale gioia tutta d'amore per Lui
se si tratta di un'anima verginale, perchè "l'Eucaristia venne dal cielo della
verginità" (S. Alberto Magno) e non trova il suo cielo che nella verginità.
Nessuno come la vergine può ripetere con la Sposa dei Cantici ad ogni Comunione:
"Il mio Diletto è mio e io sono tutta del mio Diletto che pascola fra i gigli e
a me rivolge il suo amore" (Cant. 2, 16).
Un modo delicato di preparamento
alla S. Comunione è quello di invocare l'Immacolata e affidarci a Lei perchè ci
faccia ricevere Gesù con la sua umiltà, con la sua purezza e con il suo amore, e
anzi, venga Ella stessa a riceverLo in noi. Questa pia pratica venne
raccomandata molto dai Santi, specialmente da S. Luigi Grignon de Montfort, da
S. Pietro G. Eymard, da S. Alfonso de' Liguori e dal B. Massimiliano M. Kolbe.
"La migliore preparazione alla S. Comunione è quella che si fa con Maria",
scrisse S. Pietro G. Eymard. Una descrizione deliziosa ci è fatta da S. Teresina
quando immagina la sua anima come una bimba di tre o quattro anni, tutta in
disordine nei capelli e nei vestiti, vergognosa di presentarsi all'altare per
ricevere Gesù. Ma fa ricorso alla Madonna e "subito - scrive la Santa - la
Vergine Maria si affaccenda attorno a me; mi toglie prestamente il grembiulino
sudicio e riannoda i miei capelli con un bel nastro o anche con un semplice
fiore... E ciò basta per farmi apparire graziosa e farmi sedere, senza
arrossire, al banchetto degli Angeli". Facciamone anche noi la prova. Non ne
resteremo delusi. Anzi, potremo anche noi esclamare con S. Gemma estatica:
"Quanto è bella la Comunione fatta con la Mamma del Paradiso".
IL
RINGRAZIAMENTO ALLA S. COMUNIONE
Il tempo del Ringraziamento alla S.
Comunione è il tempo più reale dell'amore intimo con Gesù. Amore di appartenenza
totale reciproca: non più due, ma uno, nell'anima e nel corpo. Amore di
compenetrazione e fusione: Lui in me e io in Lui, a consumarci nell'unità e
nell'unicità dell'amore. “Sei la mia preda amorosa, come io sono preda della tua
immensa carità”, diceva S. Gemma a Gesù con tenerezza. “Beati gli invitati alla
cena nuziale dell'Agnello”, è detto nell'Apocalisse (c. 19, 9). Ebbene, nella
Comunione Eucaristica l'anima realizza veramente, in celeste unione verginale,
l'amore nuziale a Gesù Sposo, a cui può dire con il trasporto tenerissimo della
Sposa dei Cantici: “Baciami con il bacio della tua bocca” (Cant. 1, 1).
Il
Ringraziamento alla S. Comunione è una piccola esperienza dell'amore paradisiaco
su questa terra: in Paradiso, infatti, come ameremo Gesù se non essendo
eternamente uno con Lui? Gesù caro, Gesù dolce, come dobbiamo ringraziarti di
ogni S. Comunione che ci concedi! Non aveva forse ragione S. Gemma di dire che
in Paradiso Ti avrebbe ringraziato dell'Eucaristia più che di ogni altra cosa?
Quale miracolo di amore quell'essere interamente fusi con Te, Gesù!
S.
Cirillo di Alessandria, Padre della Chiesa, si serve di tre immagini per
illustrare la fusione d'amore con Gesù nella S. Comunione: “Chi si comunica è
santificato, divinizzato nel suo corpo e nella sua anima nel modo con cui
l'acqua che è messa sul fuoco diventa bollente... La Comunione opera come il
lievito immerso nella farina: fermenta tutta la massa... Nello stesso modo che
fondendo insieme due ceri, la cera risulterà l'una nell'altra, così, io credo,
chi si ciba della Carne e del Sangue di Gesù è con Lui fuso per tale
partecipazione, e si trova a essere egli in Cristo e Cristo in lui”.
Per
questo S. Gemma Galgani parlava con stupore dell'unione eucaristica fra “Gesù
tutto e Gemma nulla”, ed esclamava estatica: “Quanta dolcezza, Gesù, nella
Comunione! Con Te abbracciata voglio vivere, con Te abbracciata voglio morire”.
E il B. Contardo Ferrini scriveva: “La Comunione! Oh dolci amplessi del Creatore
con la sua creatura! Oh elevazione ineffabile dello spirito umano! Che cosa ha
il mondo che si possa paragonare a queste gioie purissime di cielo, a questi
saggi della gloria eterna?”.
Si pensi anche al valore trinitario della S.
Comunione. Un giorno, S. Maria Maddalena de' Pazzi, dopo la Comunione,
inginocchiata fra le novizie, con le braccia in croce, alzò gli occhi al cielo e
disse: “Sorelle, se comprendessimo che nel tempo in cui durano in noi le specie
eucaristiche, Gesù è presente e opera in noi inseparabilmente con il Padre e con
lo Spirito Santo, e quindi c'è tutta la Trinità Santissima...”, e non potè
finire di parlare, perchè rapita in sublime estasi.
Per questo i Santi,
quando potevano, non mettevano limiti di tempo al ringraziamento, che durava
almeno mezz'ora. S. Teresa di Gesù raccomandava alle sue figlie: “Tratteniamoci
amorevolmente con Gesù e non perdiamo l'ora che segue la Comunione: è un tempo
eccellente per trattare con Dio e per sottoporgli gli interessi dell'anima
nostra... Poiché sappiamo che Gesù buono resta in noi fino a quando il calore
naturale non ha consumato gli accidenti del pane, dobbiamo avere grande cura di
non perdere cosi bella occasione per trattare con Lui e presentargli le nostre
necessità”.
S. Francesco d'Assisi, S. Giuliana Falconieri, S. Caterina, S.
Pasquale, S. Veronica, S. Giuseppe da Copertino, S. Gemma, e tanti altri, subito
dopo la S. Comunione cadevano quasi sempre in estasi d'amore: e il tempo,
allora, lo misuravano solo gli Angeli!
S. Giovanni d'Avila, S. Ignazio di
Loyola, S. Luigi Gonzaga facevano il ringraziamento in ginocchio per due ore. S.
Maria Maddalena de' Pazzi non avrebbe mai voluto interromperlo, e bisognava
costringerla, perché si nutrisse un po'. “I minuti che seguono la Comunione -
diceva la Santa - sono i più preziosi che noi abbiamo nella vita; i più adatti
da parte nostra per trattare con Dio, e da parte di Dio per comunicarci il suo
amore”.
S. Teresa di Gesù quasi sempre andava in estasi subito dopo la S.
Comunione, e talvolta bisognava toglierla di peso dal comunichino delle Suore!
S. Luigi Grìgnon de Montfort, dopo la S. Messa, si fermava almeno mezz'ora
per il ringraziamento, e non c'era preoccupazione o impegno che valesse a
farglielo omettere, poiché, diceva, “non darei quest'ora del ringraziamento
neppure per un'ora di Paradiso”.
L'Apostolo ha scritto: “Glorificate e
portate Dio nel vostro corpo” (1 Cor. 6, 20). Ebbene, non c'è tempo in cui
queste parole le realizziamo alla lettera come nel tempo subito dopo la S.
Comunione. Che brutto, quindi, il comportamento di chi ha fatto la Comunione ed
esce subito di Chiesa non appena finita la Messa, o addirittura subito dopo la
Comunione! Ricordiamo l'esempio di S. Filippo Neri che fece accompagnare da due
chierichetti con le candele accese quel tale che usciva di Chiesa appena fatta
la Comunione... Che bella lezione! Se non altro per educazione, quando si riceve
un ospite ci si intrattiene e ci si interessa di lui. Se poi quest'ospite è
Gesù, allora dovremmo solo rammaricarci che la Sua presenza corporale in noi
dura appena un quarto d'ora o poco più. A questo proposito, S. Giuseppe
Cottolengo sorvegliava personalmente la confezione delle ostie per la Messa e
per le Comunioni, e alla suora addetta aveva ordinato espressamente: “Le ostie
per me fatele grosse, perché ho bisogno di trattenermi a lungo con Gesù, e non
voglio che le sacre specie si consumino presto”.
E S. Alfonso de' Liguori
perché riempiva di vino il calice quasi fino all'orlo? Solo per possedere più a
lungo nel suo corpo Gesù.
Non siamo forse all'opposto dei Santi, noi, quando
consideriamo il ringraziamento sempre troppo lungo e forse non vediamo l'ora che
finisca? Attenti, però! Perchè se è vero che ad ogni Comunione Gesù “ricambia al
centuplo l'accoglienza che gli si fa” (S. Teresa di Gesù), è anche vero che
saremo responsabili al centuplo delle nostre mancate accoglienze. Un confratello
di P. Pio da Pietrelcina ha raccontato che un giorno andò a confessarsi dal
santo Frate, accusando fra l'altro qualche omissione del ringraziamento alla S.
Messa per ragioni di ministero. Benevolo nel giudicare le altre mancanze, P.
Pio, quando udi questa mancanza divenne serio, dal volto scuro, e disse con voce
ferma: “Guardiamo che il non potere non sia il non volere. Il ringraziamento lo
devi fare sempre, se no la paghi cara”!
Pensiamoci, riflettiamoci
seriamente. Per una cosa tanto preziosa come il ringraziamento, facciamo nostro
l'ammonimento dello Spirito Santo: “Non perdere neppure la più piccola parte di
un cosi grande bene” (Eccl. 14, 14).
Particolarmente bello è il
ringraziamento fatto in intima unione con la Madonna Annunziata. Subito dopo la
S. Comunione, anche noi portiamo Gesù nelle nostre anime e nel nostro corpo, a
somiglianza di Maria SS. Annunziata; e non potremmo adorare Gesù nè amarLo
meglio che unendoci alla Divina Mamma, facendo nostri i sentimenti di adorazione
e di amore che Ella nutrì verso Gesù Dio racchiuso nel suo seno immacolato. A
questo fine, può essere utile la recita meditata dei misteri gaudiosi del
Rosario. Proviamo. Non potremo che guadagnarci a stare uniti alla Madonna per
amare Gesù con il suo Cuore di Paradiso!
IL PANE DEI FORTI E IL VIATICO PER
IL CIELO
Dovrebbe essere superfluo dire che Gesù Eucaristico è per tutti il
vero Pane dei forti, il nutrimento degli eroi, il sostegno dei martiri, il
conforto degli agonizzanti.
Nell’Eucaristia Gesù ripete i suoi amorosi
richiami a noi travagliati e penanti in questa valle di lagrime: “Venite a Me,
voi che siete affaticati e oppressi, e lo vi ristorerò” (Matt. 21, 28). È vero
che “la vita dello uomo è un combattimento su questa terra” (Giob. 7, 1); è vero
che i seguaci di Gesù “saranno perseguitati” come il loro Signore (Matt. 5, 10;
2 Tim. 3, 12); è vero che “coloro che sono di Cristo hanno crocifisso la loro
carne con i suoi vizi e le sue concupiscenze” (Gal. 5, 24), e debbono vivere
“morti al mondo” (Gal. 6, 34); ma è anche vero che con Gesù “io posso tutto”
(Fil: 4, 13), perché Gesù è “tutto” (Giov. 1, 3; Col. 1, 17) e nella S.
Comunione si fa proprio “tutto mio”. E allora “che ho da temere? - posso dire
con la Serva di Dio Luisa M. Claret de la Touche - Colui che mantiene il mondo
sui suoi poli è in me. Il Sangue di un Dio circola nelle mie vene. Non temere
anima mia: Il Signore del mondo ti ha preso fra le sue braccia e vuole che ti
riposi in Lui”.
Per questo S. Vincenzo de’ Paoli poteva chiedere ai suoi
missionari: “Quando avete ricevuto nei cuori Gesù ci può essere un sacrificio
impossibile per voi?”. E S. Vincenzo Ferreri, nei due anni di carcere che
dovette patire come perseguitato, “sovrabbondò di gioia fra i travagli” (2 Cor.
7, 4), perché riuscì a ottenere di poter celebrare ogni giorno la S. Messa fra i
ceppi, le catene e l’oscurità della galera. La stessa forza ed esultanza invase
Santa Giovanna d’Arco quando le fu concesso di ricevere Gesù Eucaristico prima
di salire sul rogo. Entrato Gesù nel tetro carcere, la santa si gettò in
ginocchio fra le catene, ricevette Gesù e si raccolse in profonda preghiera.
Appena chiamata per andare alla morte, si alzò e s’incamminò senza interrompere
le preghiere, salì sul rogo e morì tra le fiamme, sempre unita a Gesù che le
dimorava nell’anima e nel corpo immolato.
Ma tutta la storia dei martiri, da
S. Stefano protomartire, all’angelico martire S. Tarcisio, ai martiri più
recenti, attesta la forza sovrumana che l’Eucarestia dona nella lotta contro il
demonio e contro tutte le forze demoniache che operano sulla terra (1 Piet. 5,
9).
Per riferire un solo esempio più recente, anni fa, nella Cina comunista,
alcune Suore vennero arrestate e messe insieme ad altri prigionieri con la
proibizione perfino di pregare. Le guardie sorvegliavano i loro gesti, la
posizione del corpo, l’atteggiamento del volto e i movimenti delle labbra, per
punire duramente ogni infrazione. Le poverine bramavano soprattutto una cosa:
l’Eucaristia. Una vecchia cristiana si offrì al Vescovo per portare a loro
segretamente le Ostie consacrate avvolte in un fazzoletto, e usò uno stratagemma
ben riuscito. Si presentò alle prigioniere, davanti alle guardie, come stravolta
dalla collera, vomitando una valanga di ingiurie contro le Suore; al momento
propizio, però, passò lo involtino nella mano di una Suora, e lasciò la
prigione, promettendo alle guardie che sarebbe tornata a... insultare le Suore!
Infine, ricordiamo il conforto celeste che la S. Comunione arreca agli
infermi, e non solo alle loro anime, ma anche ai corpi, a volte prodigiosamente
risanati. A S. Liduina e ad Alexandrina Da Costa, ad esempio, sparivano
d’incanto le terribili sofferenze fisiche per tutto il tempo di durata delle
sacre Specie nel loro corpo. Lo stesso, a S. Lorenzo da Brindisi e a S. Pietro
Claver, quando celebravano la S. Messa, cessavano tutti i dolori delle gravi
malattie da cui erano tormentati.
Più consolante di tutte, però, è l’ultima
S. Comunione, quella detta Viatico, ossia cibo per il viaggio da questa
all’altra vita. Come ci tenevano i Santi a riceverlo per tempo e con le migliori
disposizioni!
Quando S. Domenico Savio fu mandato a casa perché gravemente
ammalato, il medico del suo paese gli dette buone speranze di guarigione; ma il
santo giovanetto chiamò suo papà e gli disse: “Papà, sarà bene fare un consulto
con il Medico Celeste. Io desidero confessarmi e ricevere la Comunione”.
Quando la salute di S. Antonio M. Claret cominciò a destare serie
apprensioni, furono chiamati due medici per un consulto. Avvertito, il Santo
intui la gravità del male, e disse ai suoi: “Ho capito, ma prima pensiamo
all’anima, poi al corpo”; e volle ricevere subito i Sacramenti; poi fece entrare
i due medici, e disse loro: “Ora fate quello che volete”.
Prima l’anima e
poi il corpo. Possibile che non lo comprendiamo? Eppure, spesso noi siamo così
incoscienti che ci affanniamo tanto a portare il medico al letto di un ammalato,
mentre ci riduciamo a chiamare il Sacerdote solo all’ultimo momento, quando
magari l’infermo non è in grado di ricevere i Sacramenti con piena coscienza o
addirittura non può neppure riceverli. Stupidi e stolti che siamo! Come non ci
rendiamo conto che se non chiamiamo a tempo il Sacerdote mettiamo a rischio
l’eterna salvezza del morente e lo priviamo del sostegno e del conforto più
grande che si possa ricevere in quegli estremi momenti?
L’Eucaristia è il
supremo pegno di vita del cristiano su questa povera terra d’esilio. “Il corpo
nostro - scrive S. Gregorio Nisseno - unito al Corpo di Cristo acquista un
principio d’immortalità, perché si unisce all’Immortale”. Quando la vita caduca
del corpo viene meno, ecco Gesù, ecco Colui che è la Vita eterna. Egli si dona a
noi nella Comunione per essere la Vita vera e perenne della nostra anima
immortale, per essere la Resurrezione del nostro corpo mortale: “Chi mangia la
mia Carne e beve il mio Sangue ha la vita eterna” (Giov. 6, 55), “Chi mangia di
questo pane vivrà in eterno” (Giov. 6, 59), perché “lo sono la resurrezione e la
vita” (Giov. 11, 25).
Il S. Viatico: che grazia! Quando il S. Curato d’Ars,
moribondo, sentì il suono del campanello che annunciava l’arrivo del S. Viatico,
si commosse fino alle lagrime, e disse: “Come trattenersi dal piangere quando
Gesù viene a noi per l’ultima volta con tanto amore?”.
Si, Gesù Eucaristico
è l’Amore divenuto mio cibo, mia forza, mia vita, mio cuore. Ogni volta che Lo
ricevo, in vita come in morte, Egli si fa mio per farmi Suo. Si: Lui tutto mio e
io tutto Suo. L’uno nell’altro, l’uno dello altro (Giov. 6, 58). Questa è la
pienezza dell’Amore per l’anima e per il corpo, sulla terra e nei Cieli.
OGNI GIORNO CON LUI
Gesù sta nel Tabernacolo per me. Lui è il pane della
mia vita soprannaturale. Lui è il cibo della mia anima. “La mia carne è
veramente cibo, il mio sangue è veramente bevanda” (Giov. 6, 56). Se voglio
nutrirmi spiritualmente ed essere pieno di vita debbo ricevere Lui: “Se non
mangiate la mia Carne e non bevete il mio Sangue non avrete la vita in voi”
(Giov. 6, 54). S. Agostino ci fa sapere che i suoi fedeli della Chiesa d’Africa
chiamavano l’Eucaristia con la parola “Vita”; quando decidevano di accostarsi
alla mensa eucaristica, dicevano: “Andiamo alla Vita”. Espressione mirabile!.
Per sostenere il mio organismo soprannaturale debbo nutrirlo: e l’Eucaristia
è appunto il “Pane di vita” (Giov. 6, 35), il “Pane disceso dal cielo” (Giov. 6,
59) che dona e rinnova, conserva e accresce le energie spirituali della anima.
S. Pietro G. Eymard arriva a dire: “La Comunione è così necessaria a noi per
sostenere la nostra vita cristiana, come è necessaria agli Angeli la visione di
Dio per mantenere la loro vita gloriosa”.
Ogni giorno debbo nutrire la mia
anima, come ogni giorno nutro il mio corpo per donargli vigore. S. Agostino
insegna: “L’Eucaristia è un pane quotidiano che si prende a rimedio della nostra
quotidiana debolezza”. E S. Pietro G. Eymard aggiunge: “Gesù ha preparato non
un’Ostia soltanto, ma una per ogni giorno della nostra vita. Le nostre Ostie
sono preparate: non perdiamone neppure una”.
Gesù è l’Ostia d’amore così
soave e salutare da far esclamare a S. Gemma Galgani: “Sento un gran bisogno di
essere rinvigorita da quel cibo tanto dolce che mi dà Gesù. Questo tratto
d’amore che Gesù mi fa ogni mattina, mi intenerisce e attira a sé tutti gli
affetti del mio cuore”.
Per i Santi, la Comunione quotidiana è un’imperiosa
esigenza di Vita e di Amore, corrispondente alla brama divina di Gesù di donarsi
per essere la Vita e l’Amore di ogni anima. Non dimentichiamoci che il Giovedì
Santo fu il giorno da Gesù “tanto desiderato” (Luc. 22, 15). Perciò il S. Curato
d’Ars diceva con passione: “Ogni Ostia consacrata è fatta per struggersi d’amore
in un cuore umano”. E S. Teresina scriveva alla sorella: “Non è per restare in
una pisside d’oro, che Gesù discende ogni giorno dal cielo, ma per trovare un
altro cielo, quello della nostra anima, dove Egli trova le sue delizie”; e
quando un’anima, potendolo, non vuole ricevere Gesù nel suo cuore, “Gesù
piange”; per questo, continua ancora S. Teresina, “quando il demonio non può
entrare col peccato nel santuario di un’anima, vuole almeno che essa sia vuota,
senza padrone, e allontana dalla Comunione”. È evidente, infatti, che si tratta
di insidia diabolica, perché solo il demonio può avere interesse a tenerci
lontani da Gesù. Stiamo all’erta, quindi. Cerchiamo di non cadere negli inganni
del demonio: “Fate in modo di non perdere nessuna Comunione - raccomanda S.
Margherita M. Alacoque - ; noi non sapremmo dare maggior gioia al nostro nemico,
il demonio, che ritirandoci da Gesù, il quale gli toglie il potere che ha sopra
di noi”.
La Comunione quotidiana è sorgente quotidiana di amore, di forza,
di luce, di gioia, di coraggio, di ogni virtù e di ogni bene. “Chi ha sete venga
a Me e beva” (Giov. 7, 37), ha detto Gesù; Egli solo è la “fonte di acqua
zampillante per la vita eterna” (Giov. 4, 14). Come è possibile che ci sia chi
non voglia o trovi difficoltà ad accostarsi ogni giorno a questa divina “mensa
del Signore” (1 Cor. 10, 21)?
S. Tommaso Moro, Gran Cancelliere
d’Inghilterra, morto martire per essersi opposto allo scisma, ascoltava ogni
mattina la S. Messa e riceveva la S. Comunione. Alcuni amici cercavano di fargli
notare che una tale assiduità non era conveniente ad un laico immerso in tanti
affari di stato. “Voi mi opponete - rispondeva il Santo - tutte quelle ragioni
che invece mi convincono di più a ricevere la S. Comunione ogni giorno. La mia
dissipazione è grande, e con Gesù io imparo a raccogliermi. Le occasioni di
offendere Dio sono frequenti, e io prendo ogni giorno forza da Lui per fuggirle.
Ho bisogno di lumi e di prudenza per sbrigare affari molto difficili, e ogni
giorno posso consultare Gesù nella S. Comunione: Egli è il mio grande Maestro”.
Al celebre biologo Banting fu chiesto una volta perché ci tenesse tanto alla
Comunione quotidiana. “Avete mai pensato - rispose - che avverrebbe se ogni
notte non scendesse la rugiada dal cielo? Nessuna pianta potrebbe svilupparsi;
le erbe e i fiori non reggerebbero alla traspirazione che il calore diurno
provoca in un modo o nell’altro. Il recupero di forze, il refrigeramento,
l’equilibrio degli umori linfatici, e la vita stessa delle piante son dovuti
alla rugiada...”. Fatta una pausa, continuò: “Anche la mia anima è come una
piantina: qualcosa di delicato su cui vento e calore imperversano ogni giorno.
Allora è necessario che ogni mattina io vada a fare il mio rifornimento di
rugiada spirituale, accostandomi alla S. Comunione”.
S. Giuseppe Cottolengo
raccomandava ai medici della “Casa della Divina Provvidenza” di ascoltare la
Messa e fare la Comunione, prima di impegnarsi in difficili operazioni
chirurgiche, perché, diceva, “la medicina è una grande scienza, ma il grande
medico è Dio”. E il beato Giuseppe Moscati, celebre medico di Napoli, si
regolava appunto così: si industriava fino all’incredibile (a costo di sacrifici
anche enormi, specie a causa dei frequenti viaggi da fare) per non perdere la
Comunione quotidiana; ma se qualche giorno gli era proprio impossibile
comunicarsi, quel giorno non aveva coraggio di fare le visite mediche, perché,
diceva, “senza Gesù non ho lumi sufficienti per i poveri ammalati”.
Oh! la
passione dei Santi per la Comunione quotidiana! Chi può ridirla? S. Giuseppe da
Copertino, che non mancò di unirsi ogni giorno al suo Diletto, arrivò a dire una
volta ai suoi confratelli: “Sappiate che quel giorno in cui non potrò ricevere
lo Pecoriello (così chiamava confidenzialmente l’Agnello Divino) passerò
all’altra vita”. Difatti, soltanto un giorno la violenza del male gli impedi di
ricevere Gesù Eucaristico: il giorno della morte!
Quando il papà di S. Gemma
Galgani, preoccupato per la salute della figlia, la rimproverò perché ogni
mattina usciva troppo presto per andare a Messa, sentì rispondersi dalla santa
figlia: “Ma papà, a me mi fa male stare lontana da Gesù Sacramentato”.
Quando S. Caterina da Genova seppe dell’interdetto che gravava sulla sua
città con la proibizione di celebrare la S. Messa e di distribuire la Comunione,
ogni mattina si recava a piedì fuori Genova fino a un lontano Santuario, per
potersi comunicare. Le fu detto che esagerava; e la Santa rispose: “Se dovessi
percorrere miglia e miglia sui carboni accesi pur di arrivare a ricevere Gesù,
direi quella via facile come se camminassi su un tappeto di rose”.
Impariamo
la lezione, noi che forse abbiamo la Chiesa a pochi passi, ove recarci a nostro
agio per ricevere Gesù nel cuore. E anche se dovesse costarci qualche
sacrificio, non ne varrebbe forse la pena?
Ma c’è di più ancora, se pensiamo
che i Santi avrebbero desiderato comunicarsi non una volta sola, ma più volte al
giorno. A una figlia spirituale che in buona fede vantava il suo eroismo nel
comunicarsi tutti i giorni, P. Pio da Pietrelcina una volta disse: “Figlia mia,
se si potesse, farei dieci Comunioni al giorno con tutto il cuore!”. E quella
volta che un figlio spirituale si accusò in confessione di aver fatto, per pura
dimenticanza, due Comunioni nella stessa mattinata, P. Pio illuminandosi disse:
“Beata dimenticanza!”.
Avanti! non facciamoci pregare per fare una cosa così
santa come la Comunione quotidiana, a cui attingere ogni bene per l’anima e per
il corpo.
Per l’anima. S. Cirillo di Gerusalemme. Padre e Dottore della
Chiesa, scrive: “Se il veleno dell’orgoglio ti gonfia, ricorri all’Eucaristia, e
il Pane, sotto le cui apparenze si è annichilato il tuo Dio, t’insegnerà
l’umiltà. Se in te arde la febbre dell’avarizia, cibati di questo pane, e
imparerai la generosità. Se ti rattrista il vento gelido dell’avarizia, ricorri
al Pane degli Angeli, e nel tuo cuore spunterà rigogliosa la carità. Se ti senti
spinto dall’intemperanza, cibati della Carne e del Sangue di Cristo, che nella
vita terrena praticò sì eccellentemente la sobrietà, e diverrai temperante. Se
sei pigro e indolente nelle cose spirituali, rinforzati con questo cibo celeste,
e diverrai fervente. Se, infine, ti senti ardere dalla febbre dell’impurità,
accostati al banchetto degli Angeli, e la Carne immacolata di Cristo ti farà
puro e casto”.
Quando si volle sapere come avesse fatto S. Carlo Borromeo a
conservarsi puro e delicato tra i suoi giovani coetanei dissipati e frivoli, si
scoprì il suo segreto: la Comunione frequente. E fu lo stesso S. Carlo a
raccomandare la Comunione frequente al ragazzo Luigi Gonzaga, divenuto il santo
tutto angelico e liliale. Veramente l’Eucaristia si rivela “frumento degli
eletti e vino che fa germogliare i vergini” (Zac. 9, 17). E S. Filippo Neri,
conoscitore profondo dei giovani, diceva: “La devozione al SS. Sacramento e la
devozione alla Vergine sono, non il migliore, ma l’unico mezzo per conservare la
purezza. Non vi è che la Comunione che può conservare puro un cuore a venti
anni... Non ci può essere castità senza Eucaristia”. È verissimo.
Per il
corpo. Quante volte a Lourdes non si è ripetuto per l’Eucaristia quel che il
Vangelo dice di Gesù: “usciva da lui una virtù e guariva tutti” (Luc. 8, 46)?
Quanti corpi non sono stati sanati dal dolce Signore racchiuso nei candidi veli?
Quanti poveri e sofferenti non hanno ricevuto, con il Pane eucaristico, il pane
della salute, del sostentamento, della Provvidenza?... S. Giuseppe Cottolengo un
giorno si avvide che parecchi ricoverati della “Casa della Provvidenza” non si
erano accostati a ricevere la S. Comunione. La Pisside era rimasta piena.
Proprio in quel giorno scarseggiava il pane. Il Santo, deposta la Pisside
sull’altare, si voltò e disse con grande animazione queste parole più che
espressive: “Pisside piena, sacchi vuoti!”.
Proprio così. Gesù è la pienezza
di vita e di amore della mia anima. Senza di Lui resto vuoto e arido. Con Lui,
invece, possiedo ogni giorno le riserve infinite di ogni bene, purezza e gioia.
LA COMUNIONE SPIRITUALE
La Comunione Spirituale è la riserva di vita e
di amore eucaristico sempre a portata di mano per gli innamorati di Gesù Ostia.
Mediante la Comunione Spirituale, infatti, vengono soddisfatti i desideri
d’amore dell’anima che vuole unirsi a Gesù suo Diletto Sposo. La Comunione
spirituale è unione d’amore fra l’anima e Gesù Ostia. Unione tutta spirituale,
ma reale più reale della stessa unione fra l’anima e il corpo, “perché la anima
vive più dove ama che dove vive”, dice S. Giovanni della Croce.
La Comunione
spirituale suppone, è evidente, la fede nella Presenza Reale di Gesù nei
Tabernacoli; comporta il desiderio della Comunione Sacramentale; esige il
ringraziamento per il dono ricevuto da Gesù. Tutto questo è espresso con
semplicità e brevità nella formula di S. Alfonso de’ Liguori: “Gesù mio, credo
che voi siete nel SS. Sacramento. Vi amo sopra ogni cosa. Vi desidero nell’anima
mia. Giacché ora non posso ricevervi sacramentalmente, venite almeno
spiritualmente nel mio cuore... (pausa). Come già venuto, Vi abbraccio e tutto
mi unisco a Voi. Non permettete che io mi abbia mai a separare da voi”.
La
Comunione spirituale produce gli stessi effetti della Comunione Sacramentale a
seconda delle disposizioni con cui si fa, della maggiore o minore carica di
affetto con cui si desidera Gesù, dell’amore più o meno intenso con cui si
riceve Gesù e ci si intrattiene con Lui.
Privilegio esclusivo della
Comunione spirituale è quello di poter essere fatta quante volte si vuole (anche
centinaie di volte al giorno), quando si vuole (anche in piena notte), dove si
vuole (anche in un deserto o su... un aereo in volo).
È conveniente fare la
Comunione spirituale specialmente quando si assiste alla S. Messa e non si può
fare la Comunione sacramentale. All’atto in cui il Sacerdote si comunica,
l’anima si comunichi anch’ella chiamando Gesù nel suo cuore. In questo modo ogni
Messa ascoltata è completa: offerta, immolazione, comunione.
Quanto sia
preziosa la Comunione spirituale lo disse Gesù stesso a S. Caterina da Siena in
una visione. La Santa temeva che la Comunione spirituale non avesse nessun
valore rispetto alla Comunione sacramentale. Gesù in visione le apparve con due
calici in mano, e le disse: “In questo calice d’oro metto le tue Comunioni
sacramentali; in questo calice d’argento metto le tue Comunioni spirituali.
Questi due calici mi sono tanto gràditi”.
E a S. Margherita Maria Alacoque,
molto assidua nel mandare i suoi desideri di fiamma a chiamare Gesù nel
Tabernacolo, una volta Gesù disse: “Mi è talmente caro il desiderio di un’anima
di ricevermi, che lo mi precipito in essa ogni volta che mi chiama con i suoi
desideri”.
Quanto sia stata amata dai Santi la Comunione spirituale non ci
vuol molto a intuirlo. La Comunione spirituale soddisfa almeno in parte a
quell’ansia ardente di essere sempre “uno” con chi si ama. Gesù stesso ha detto:
“Rimanete in Me e io rimarrò in voi” (Giov. 15, 4). E la Comunione spirituale
aiuta a restare uniti a Gesù, sebbene lontani dalla sua dimora. Altro mezzo non
c’è per placare gli aneliti di amore che consumano i cuori dei Santi. “Come una
cerva anela ai corsi delle acque, così la mia anima anela a Te, o Dio” (Salm.
41, 2): è il gemito amoroso dei Santi. “O Sposo mio diletto - esclama S.
Caterina da Genova - io desidero talmente la gioia di stare con te, che, mi
pare, se fossi morta risusciterei per riceverti nella Comunione”. E la B. Agata
della Croce provava così acuto il desiderio di vivere sempre unita a Gesù
Eucaristico, che ebbe a dire: “Se il confessore non mi avesse insegnato a fare
la Comunione spirituale, non avrei potuto vivere”.
Per S. Maria Francesca
delle Cinque Piaghe, ugualmente, la Comunione spirituale era l’unico sollievo al
dolore acuto che provava nello stare chiusa in casa, lontana dal suo Amore,
specialmente quando non le era concesso di fare la Comunione sacramentale.
Allora saliva sul terrazzo della casa e guardando la Chiesa sospirava fra le
lagrime: “Beati coloro che oggi ti hanno ricevuto nel Sacramento, Gesù.
Fortunate le mura della Chiesa che custodiscono il mio Gesù. Beati i Sacerdoti
che sono sempre vicini a Gesù amabilissimo”. E solo la Comunione spirituale
poteva placarla un po’.
Ecco uno dei consigli che P. Pio da Pietrelcina dava
a una sua figlia spirituale: “Nel corso del giorno, quando non ti è permesso di
fare altro, chiama Gesù, anche in mezzo a tutte le tue occupazioni, con gemito
rassegnato dell’anima, ed egli verrà e resterà sempre unito con la anima
mediante la sua grazia e il suo santo amore. Vola con lo spirito dinanzi al
Tabernacolo, quando non ci puoi andare col corpo, e là sfoga le ardenti brame ed
abbraccia il Diletto delle anime meglio che se ti fosse dato di riceverlo
sacramentalmente”.
Approfittiamo anche noi di questo grande dono.
Specialmente nei momenti di prova o di abbandono, che cosa ci può essere di più
prezioso dell’unione con Gesù Ostia mediante la Comunione Spirituale? Questo
santo esercizio può riempirci le giornate di amore come d’incanto, può farci
vivere con Gesù in un abbraccio d’amore che dipende solo da noi rinnovare spesso
fino a non interromperlo pressoché mai.
S. Angela Merici aveva la passione
amorosa della Comunione Spirituale. Non soltanto la faceva spesso ed esortava a
farla, ma arrivò a lasciarla come “eredità” alle sue figlie perche la
praticassero perpetuamente.
La vita di S. Francesco di Sales non dovette
forse essere tutta una catena di Comunioni spirituali? Era suo proposito fare
una Comunione spirituale almeno ogni quarto d’ora. Lo stesso proposito l’aveva
fatto il B. Massimiliano M. Kolbe fin da giovane. E il Servo di Dio Andrea
Beltrami ci ha lasciato una breve pagina del suo diario intimo che è un piccolo
programma di vita vissuta in Comunione spirituale ininterrotta con Gesù
Eucaristico. Ecco le sue parole: “Ovunque mi trovi, penserò sovente a Gesù in
Sacramento. Fisserò il mio pensiero al S. Tabernacolo anche quando mi svegliassi
di notte, adorandolo da dove mi trovo, chiamando Gesù in Sacramento, offrendogli
l’azione che sto facendo. Stabilirò un filo telegrafico dallo studio alla
Chiesa, un altro dalla camera, un terzo dal refettorio; e manderò più sovente
che mi sarà possibile dei dispacci d’amore a Gesù in Sacramento”. Quale continua
corrente d’amore divino su quei cari... fili telegrafici!
Di queste e simili
sante industrie i Santi sono stati molto attenti a servirsi per dare sfogo alla
piena del loro cuore che non si saziava mai d’amare. “Più Ti amo, meno Ti amo -
esclamava Santa Francesca Saverio Cabrini - perché di più vorrei amarTi. Non ne
posso più... dilata, dilata il cuor mio...”.
Quando S. Rocco da Montpellier
passò cinque anni carcerato perché ritenuto un pericoloso vagabondo, nel carcere
stava sempre con gli occhi fissi al finestrino, pregando. Il carceriere gli
chiese: “Che guardi?”. Il Santo gli rispose: “Guardo il campanile della
Parrocchia”. Era il richiamo di una Chiesa, di un Tabernacolo, di Gesù
Eucaristico suo indivisibile amore.
Anche il S. Curato d’Ars diceva ai
fedeli: “Alla vista di un campanile voi potete dire: là è Gesù, perché là un
Sacerdote ha celebrato la Messa”. E il B. Luigi Guanella, quando accompagnava in
treno i pellegrinaggi ai Santuari, raccomandava sempre ai pellegrini di
rivolgere il pensiero e il cuore a Gesù ogni volta che vedevano un campanile dal
finestrino del treno. “Ogni campanile - diceva - ci richiama a una Chiesa, nella
quale è un Tabernacolo, si celebra la Messa, sta Gesù”.
Irnpariamo dai Santi
anche noi. Vogliano essi comunicarci qualche fiamma dell’incendio di amore che
consumava i loro cuori. Ma mettiamoci anche noi all’opera, facendo molte
Comunioni spirituali, specialmente nei momenti più impegnativi della giornata.
Allora anche in noi avverrà presto l’incendio d’amore, perché è consolantissimo
quel che ci assicura S. Leonardo da Porto Maurizio: “Se voi praticate parecchie
volte al giorno il santo esercizio della Comunione spirituale, vi dò un mese di
tempo per vedere il vostro cuore tutto cambiato”. Appena un mese: inteso?
IV GESU’ CON ME
“Sarò con voi fino alla consumazione dei secoli”.
(Matt. 28, 20)
• La Presenza Reale • La “Visita” a Gesù • Gesù, Ti adoro! •
Amare la “Casa di Gesù”
LA PRESENZA REALE
La Presenza Reale di Gesù nei
nostri Tabernacoli è mistero divino, è dono divino, è amore divino. Durante la
S. Messa, negli attimi della Consacrazione, quando il Sacerdote pronuncia le
divine parole di Gesù, “Questo è il mio Corpo ... Questo è il Calice del mio
Sangue” (Matt. 26, 26-7), il pane e il vino diventano il Corpo e il Sangue di
Gesù. La sostanza del pane e del vino non c’è più perchè trasformata
(“transustanziata”) nel divino Corpo e Sangue di Gesù. Il pane e il vino
conservano solo le loro apparenze (o “accidenti”) a esprimere la realtà del
“cibo” e della “bevanda”, secondo le parole di Gesù. “La mia carne è veramente
cibo, il mio sangue è veramente bevanda” (Giov. 6, 56).
Sotto i veli
dell’Ostia, quindi, e dentro il Calice c’è la Divina Persona di Gesù con il suo
Corpo, Sangue, Anima e Divinità, che si dona a chiunque lo riceve nella S.
Comunione, e rimane permanentemente nelle Ostie consacrate chiuse nel
Tabernacolo.
S. Ambrogio insegna: “Come fa il pane a diventare il corpo di
Cristo? Per mezzo della Consacrazione. La Consacrazione con quali parole viene
effettuata? Con le parole di Gesù. Venuto il momento di compiere il sacro
mistero, il sacerdote cessa di parlare da sè, parla in persona di Gesù”.
Le
parole della consacrazione sono le parole più strabilianti che Dio abbia donato
alla Chiesa. Hanno il potere di trasformare un po’ di pane e vino in Gesù Dio
Crocifisso! Realizzano un mistero arcano di somma potenza che supera il potere
dei Serafini, e appartiene solo a Dio e ai Sacerdoti. Non dovremmo
meravigliarci, allora, se ci sono stati Santi sacerdoti che soffrivano
angosciosamente quando pronunziavano quelle divine parole. S. Giuseppe da
Copertino e, ai nostri giorni, P. Pio da Pietrelcina apparivano visibilmente
oppressi da angoscia mortale, e solo stentatamente, a strappi, riuscivano a
terminare le due formule della consacrazione. Il P. Guardiano volle chiedere a
S. Giuseppe da Copertino: “Come mai pronunci in modo limpido tutta la Messa, e
inciampi a ogni sillaba della consacrazione?”. Il Santo rispose: “Le parole
santissime della consacrazione sono sulle mie labbra come carboni ardenti;
pronunciandole, devo fare come chi deve ingoiare cibi bollenti”.
È per
quelle divine parole della consacrazione che Gesù è sui nostri altari, è nei
nostri Tabernacoli, è nelle candide ostie. Ma come?
“Com’è possibile -
chiedeva uno studioso maomettano ad un Vescovo missionario - che il pane e il
vino diventino carne e sangue di Cristo?”. Il Vescovo rispose: “Quando nascesti
eri piccolo; sei cresciuto perchè il corpo ha trasformato in carne e sangue il
nutrimento che hai preso. Se il corpo dell’uomo è capace di trasformare in carne
e sangue il pane e il vino, tanto più facilmente lo potrà Iddio”. Il maomettano
chiese ancora: “Com’è possibile che in un’ostia così piccola sia presente Gesù
tutto intero?”. Il Vescovo rispose: “Guarda il paesaggio che hai qui davanti, e
pensa quanto il tuo occhio è più piccolo in confronto ad esso. Eppure nel tuo
occhio così piccolo c’è l’immagine di questa campagna così vasta. Non può Dio
fare in realtà, nella sua persona, quello che in figura è in noi?”. Ancora, il
maomettano chiese: “Com’è possibile che lo stesso corpo si trovi
contemporaneamente presente in tutte le vostre Chiese e in tutte le ostie
consacrate?” E il Vescovo: “A Dio nulla è impossibile, e questa risposta
potrebbe bastare. Ma anche la natura risponde a questa domanda. Ecco uno
specchio; buttalo a terra e frantumalo: ogni frammento riporterà la stessa
immagine che riproduceva lo specchio intero. Così, lo stesso e medesimo Gesù si
riproduce, non in figura, ma in realtà, in ogni ostia consacrata; Egli è
veramente in ognuna di esse”.
Ricordiamo S. Rosa da Lima, la B. Angela da
Foligno, S. Caterina da Siena, S. Filippo Neri, S. Francesco Borgia, S. Giuseppe
da Copertino, e tanti altri Santi, che avvertivano sensibilmente la Presenza
Reale di Gesù nel Tabernacolo e nelle Ostie consacrate, vedendolo con i loro
occhi o gustandone l’ineffabile fragranza.
Ricordiamo l’episodio di S.
Antonio di Padova, che a un incredulo fece vedere un mulo affamato
inginocchiarsi di fronte all’ostensorio con il Santissimo, anzichè buttarsi sul
cesto di biada posto accanto all’ostensorio. Ricordiamo S. Alfonso M. de’
Liguori che, infermo, ricevette la S. Comunione in cella. Una mattina, appena
ricevuta l’ostia, il Santo si mise a gemere ad alta voce fra le lacrime: “Ma che
avete fatto? Mi avete portato un’ostia senza Gesù, un’ostia non consacrata...”.
Si indagò sulla cosa e si scoprì che il Sacerdote celebrante quella mattina, per
pura distrazione, era passato dal Memento dei vivi al Memento dei morti (Canone
Romano), saltando intemente la consacrazione del pane e del vino. Il Santo aveva
avvertito l’assenza di Gesù in quell’ostia non consacrata!
Si potrebbero
ricordare tanti altri episodi tratti dalla vita dei Santi. Così come si
potrebbero ricordare gli atti degli esorcismi sugli ossessi liberati dal demonio
mediante l’Eucaristia. E si potrebbero elencare quelle grandi manifestazioni di
fede e di amore che sono i Congressi Eucaristici, e i celebri Santuari
Eucaristici (come Torino, Lanciano, Siena, Orvieto, S. Pietro a Patierno...) che
ancora oggi conservano le testimonianze vive degli episodi strepitosi accaduti a
conferma della Presenza Reale.
Ma più essenziale di ogni episodio o
testimonianza, è la Fede su cui si basa la verità della Presenza Reale e su cui
deve basarsi la nostra incrollabile certezza che è così. Gesù è verità (Giov.
14, 6) e Lui ci ha lasciato l’Eucaristia come un mistero di fede a cui credere
con tutta la mente e con tutto il cuore. Quando a S. Tommaso d’Aquino, il
Dottore Angelico, venne portato il S. Viatico, egli si sollevò dalla cenere, su
cui si era fatto distendere, si inginocchiò e disse: “Anche se esistesse una
luce mille volte più splendente di quella della fede, io non crederei con
maggiore certezza che Colui che sto per ricevere è il Figlio dell’eterno Dio”.
“Mistero di fede”: con queste due parole il Papa Paolo VI ha voluto
intestare la sua enciclica eucaristica, proprio perchè le realtà divine non
hanno fonte di verità e di certezza più alta della fede teologale. Era per
questa fede che i Santi vedevano Gesù nell’Ostia e non avevano bisogno di altre
prove. Il Papa Gregorio XV ebbe a dire che S. Teresa di Gesù (da lui
canonizzata) “vedeva così distintamente, con gli occhi dello spirito, nostro
Signore Gesù Cristo presente nell’Ostia, che affermava di non invidiare per
nulla la felicità dei Beati, che contemplano nel cielo il Signore faccia a
faccia”. E S. Domenico Savio scrisse una volta nel suo quaderno di diario: “Per
essere felice non mi manca nulla in questo mondo: mi manca solo di vedere in
cielo Gesù, che ora con occhio di fede miro e adoro sull’altare”.
È con
questa Fede che noi dobbiamo accostarci alla Eucaristia, dobbiamo stare alla sua
Presenza, dobbiamo amare Gesù Eucaristico e farlo amare.
LA “VISITA” A GESÙ
Con la Presenza Reale, Gesù è nei nostri Tabernacoli. Lo stesso Gesù portato
dall’Immacolata nel suo grembo verginale sta rinchiuso nel piccolo grembo di una
candida ostia. Lo stesso Gesù che fu flagellato, coronato di spine e crocifisso
come vittima per i peccati del mondo sta nel ciborio come Ostia immolata per la
nostra salvezza. Lo stesso Gesù che risuscitò da morte e ascese al cielo dove
ora regna glorioso alla destra del Padre, sta sui nostri altari circondato da
una moltitudine quasi infinita di Angeli adoranti, come la Beata Angela da
Foligno potè contemplare in una visione.
Gesù è proprio con noi, quindi. Si,
Gesù è là! Il S. Curato d’Ars non poteva finire di ripetere queste tre parolette
senza sciogliersi in lacrime. Anche S. Pietro Giuliano Eymard esclamava rapito:
“Gesù è là! Dunque tutti a Lui”. E S. Teresa di Gesù quando sentiva chi diceva:
“Se fossi vissuto al tempo di Gesù... Se avessi visto Gesù... Se avessi parlato
con Gesù...”, rispondeva con vivacità: “Ma Gesù non è presente vivo, vero e
reale nell’Eucaristia? Perchè cercare altro?”. I Santi davvero non cercavano
altro. Sapevano dove era Gesù e non desideravano che di poter stare con Lui
inseparabilmente con il cuore e con il corpo. Stare sempre con chi si ama, non è
forse un’altra esigenza primaria del vero amore? Per questo, sappiamo che le
Visite al Santissimo e la Benedizione Eucaristica erano la brama segreta e
manifesta dei Santi. Il tempo della Visita a Gesù è tutto tempo d’amore, che
ritroveremo in Paradiso, perchè solo l’amore “dura per sempre” (1 Cor. 13, 8).
Non sbagliava S. Caterina da Genova a dire: “Il tempo trascorso davanti al
tabernacolo è il tempo più bene speso della mia vita”.
Ma vediamo alcuni
esempi dei Santi.
Il B. Massimiliano M. Kolbe, apostolo dell’Immacolata, fin
da giovane studente faceva in media dieci Visite al SS.mo ogni giorno. Durante
l’anno scolastico, nei momenti di intervallo fra un’ora e l’altra di scuola,
correva in Cappella, e così in mattinata riusciva a fare cinque visite a Gesù.
Nel resto della giornata faceva altre cinque Visite, tra cui quella durante il
passeggio pomeridiano che aveva sempre come tappa obbligatoria, a Roma, una
Chiesa in cui ci fosse il SS.mo esposto.
Anche S. Roberto Bellarmino, da
giovane, nell’andare e tornare da scuola passava quattro volte dinanzi a una
Chiesa: quattro volte al giorno si fermava a far Visita a Gesù.
Quante volte
anche a noi non capita di passare dinanzi a una Chiesa? Possibile che siamo così
insensibili e duri? I Santi speravano di poter incontrare qualche Chiesa lungo
le strade da percorrere; noi invece siamo completamente indifferenti anche se ci
capitano davanti! “Quando vi sono due strade per arrivare in un luogo - scriveva
il venerabile Olier - passo per quella in cui si incontrano più Chiese, per
stare più vicino al Santissimo Sacramento. Al vedere un luogo dove sta il mio
Gesù, sono tutto contento e dico: ‘Siete qui, mio Dio e mio tutto’”.
S.
Stanislao Kostka, giovane angelico, approfittava di ogni momento libero per
correre vicino a Gesù Eucaristico; e quando non poteva proprio andarci, si
rivolgeva al suo Angelo Custode e gli diceva confidenzialmente: “Angelo mio
caro, va’ là tu per me”. Questa e una trovata veramente angelica! Ma perchè non
farla nostra? L’Angelo Custode sarebbe lietissimo di obbedirci. Anzi, non
potremmo dargli incarico più nobile e felice.
S. Alfonso Rodriguez era
portinaio. Gli toccava spesso passare davanti alla porta della Cappella. Ebbene,
non c’era volta che almeno non si affacciasse a mandare uno sguardo d’amore a
Gesù! Quando poi usciva di casa e quando tornava, si recava sempre da Gesù a
chiederGli la benedizione.
Della sua mamma S. Monica, S. Agostino ha
lasciato scritto che ogni giorno, oltre la S. Messa, si recava due volte da
Gesù, il mattino e la sera. Lo stesso faceva l’altra santa mamma di sette figli,
la B. Anna Maria Taigi. E S. Venceslao, re di Boemia, usciva più volte, di
giorno e di notte, anche nel rigore dell’inverno, per visitare il SS. Sacramento
nelle Chiese.
Un esempio graziosissimo in casa di sovrani: quando
Sant’Elisabetta d’Ungheria, fanciulla, giocava con le compagne nella reggia,
sceglieva sempre un luogo vicino alla Cappella, perché ogni tanto, senza farsi
notare, si fermava davanti alla porta, baciava la serratura e diceva a Gesù:
“Mio Gesù, io gioco, ma non ti dimentico: benedici me e le mie compagne.
Arrivederci”. Quando si ama!
Dei tre cari pastorelli di Fatima, Francesco
era un piccolo contemplativo e aveva la passione particolare per le visite
eucaristiche; voleva recarsi spesso e intrattenersi più a lungo che poteva in
Chiesa, per starsene vicino al Tabernacolo, accanto a “Gesù nascosto”, com’egli
chiamava l’Eucaristia con fanciullesca e profonda espressione. E quando la
malattia lo immobilizzò sul suo povero lettino, egli confidò alla cuginetta
Lucia che la sua pena più grande era quella di non poter più andare a visitare
“Gesù nascosto”, e pregava la cugina di andare lei da “Gesù nascosto” a
portargli tutti i suoi baci e i suoi affetti. Ecco un ragazzo che ci insegna
come si ama!
Ancora: S. Francesco Borgia faceva almeno sette Visite al
Santissimo ogni giorno. S. Maria Maddalena de’ Pazzi, in un periodo della sua
vita ne faceva trentatrè al giorno. Lo stesso faceva la B. Maria Fortunata Viti,
umile monaca benedettina dei nostri tempi. La B. Agata della Croce, terziaria
domenicana, arrivò a farne cento al giorno (tra Chiesa e casa). Che dire infine
di Alexandrina Da Costa, che immobilizzata sul letto per anni e anni, non faceva
che volare col cuore presso tutti i “Santi Tabernacoli” della terra?
Forse a
noi recano stupore questi esempi, e ci possono sembrare eccezioni anche fra i
Santi. Ma non è così. Le Visite a Gesù sono un fatto di fede e di amore. Chi più
ha fede e amore, più sente il bisogno di stare con Gesù. E i Santi di che cosa
vivevano se non di fede e amore?
Un bravo catechista spiegava un giorno ai
suoi ragazzi: “Se venisse a voi un Angelo del cielo e vi dicesse: “Gesù in
persona è nella tal casa e vi attende”, non lascereste subito tutto per correre
da Lui? Interrompereste ogni divertimento, sospendereste ogni occupazione; vi
stimereste anzi fortunati di poter fare un piccolo sacrificio per andare da
Gesù. Ebbene, sappiate e ricordate che Gesù sta nel Tabernacolo, e vi aspetta
sempre perché vuole avervi vicini e desidera ricolmarvi delle sue grazie”.
A
quale tensione di amore i Santi avvertivano la presenza fisica di “Gesù in
persona” nel Tabernacolo e il desiderio che Gesù ha di averci vicini? A tensione
così alta da far dire a S. Francesco di Sales: “Centomila volte al giorno noi
dovremmo visitare Gesù nel SS. Sacramento!”.
Impariamo dai Santi ad amare
anche noi le Visite a Gesù Eucaristico. Andiamo da Lui. Tratteniamoci con Lui,
parlandogli con affetto di ciò che ci sta a cuore. Egli ci avvolge con il suo
sguardo di amore e ci attira al suo Cuore. “Quando noi parliamo a Gesù con
semplicità e con tutto il cuore - diceva il S. Curato d’Ars - egli fa come una
mamma che tiene la testa del suo bambino fra le sue mani, per coprirlo di baci e
di carezze”.
Se non sappiamo fare le Visite con il colloquio personale,
procuriamoci il bellissimo e ineguagliabile libretto di S. Alfonso, Visite al
SS. Sacramento e a Maria SS. Come non ricordare la Visita al SS. e a Maria SS.
(di S. Alfonso) che P. Pio da Pietrelcina leggeva ogni sera con voce di pianto
ai piedi di Gesù esposto, prima della Benedizione Eucaristica?
Incominciamo
e siamo fedeli almeno a una Visita giornaliera a Gesù che ci aspetta con ansia
di amore. Cerchiamo poi di aumentarle più che possiamo. E se non abbiamo il
tempo di fare le Visite lunghe, facciamo le “Piccole Visite”, ossia: entriamo in
chiesa ogni volta che possiamo, inginocchiamoci e fermiamoci pochi istanti
davanti al SS. Sacramento, dicendo con amore: “Gesù, sei qui; Ti adoro, Ti amo;
vieni nel mio cuore”. È cosa semplice e breve, ma tanto salutare. Ricordiamo
sempre le consolanti parole di S. Alfonso M. de’ Liguori: “Siate certi che di
tutti gli istanti della vostra vita, il tempo che passerete davanti al Divin
Sacramento sarà quello che vi darà più forza durante la vita, più consolazione
nell’ora della morte e durante l’eternità”.
GESÙ, TI ADORO!
Quando si
ama davvero, e si ama tanto, si adora. Amore grande e adorazione sono due cose
distinte, ma formano un tutt’uno: diventano amore adorante e adorazione amorosa.
Gesù nel Tabernacolo viene adorato solo da chi lo ama davvero, e viene amato
in modo eminente da chi Lo adora.
I Santi, artisti dell’amore, sono stati
adoratori fedeli e ardenti di Gesù Eucaristico. Anzi, l’adorazione eucaristica è
stata sempre considerata l’immagine più reale dell’adorazione eterna che
costituirà tutto il nostro Paradiso. La differenza sta solo nel velo che
nasconde la vista di quella realtà divina di cui la fede ci dona certezza
incrollabile.
L’adorazione eucaristica è stata la grande passione dei Santi.
Adorazione per ore e ore, a volte per giornate o per nottate intere. Lì, “ai
piedi di Gesù” come Maria di Betania (Luc. 10, 39), in unione amorosa con Lui,
da Lui assorbiti in contemplazione, essi consumavano il loro cuore in oblazione
pura e fragrante d’amore adorante. Ascoltiamo Fratel Carlo De Foucauld che
scriveva ai piedi del Tabernacolo: “Che dolcezza delle dolcezze, mio Dio!... Più
di quindici ore senza aver altro da fare che questo: guardare a Voi e dirVi:
Signore, Vi amo! Oh che dolcezza!...”.
Dai grandi Dottori della Chiesa come
S. Tommaso e S. Bonaventura, ai Sommi Pontefici come S. Pio V e S. Pio X, ai
Sacerdoti come il S. Curato d’Ars e S. Pietro G. Eymard, alle umili creature
come Santa Rita, S. Pasquale Baylon, S. Bernardetta Soubirous, S. Gerardo, S.
Domenico Savio, S. Gemma Galgani..., tutti i Santi sono stati appassionati
adoratori dell’Eucaristia. Essi, che amavano davvero, non contavano le ore di
adorazione di amore che trascorrevano di giorno e di notte ai piedi di Gesù nel
Tabernacolo.
Pensiamo a S. Francesco d’Assisi, che trascorreva tanto tempo,
spesso le notti intere, ai piedi dell’altare, e vi stava con tale devozione e
umiltà da commuovere chiunque si fermasse a osservarlo. Pensiamo a S. Benedetto
Labre, chiamato “il povero delle Quarant’ore”, che trascorreva le sue giornate
nelle Chiese in cui c’era il Santissimo solennemente esposto. Per anni e anni
questo Santo fu visto peregrinare a Roma di Chiesa in Chiesa là dove c’erano le
“Quarant’ore”, e stava lì, dinanzi a Gesù, sempre in ginocchio, assorto in
preghiera adorante, per otto ore immobile, nonostante gli insetti, suoi amici,
che gli torturavano tutto il corpo!
Quando si volle fare un quadro di S.
Luigi Gonzaga e si discusse in quale atteggiamento raffigurarlo, si concluse di
ritrarre il Santo in adorazione davanti all’altare, perché l’adorazione
eucaristica fu la caratteristica più espressiva della sua santità.
S.
Margherita M. Alacoque, la prediletta del Sacro Cuore, in un giovedì Santo
arrivò a stare quattordici ore di seguito prostrata in adorazione. E S.
Francesca Sav. Cabrini, in una festa del Sacro Cuore, stette in adorazione per
dodici ore continue, assorta e come magnetizzata da Gesù Eucaristico, tanto che,
alla domanda di una suora se le era piaciuto l’addobbo speciale di fiori e
drappi che ornavano l’altare, ella rispose: “Non ci ho fatto caso: ho visto un
solo Fiore, Gesù; null’altro”.
Anche a S. Francesco di Sales capitò, dopo
una visita al Duomo di Milano, di sentirsi chiedere: “Ha visto, Eccellenza, che
profusione di marmi, che grandiosità di linee?”. E il santo Vescovo rispose:
“Che volete che vi dica? La presenza di Gesù nel Tabernacolo ha talmente
assorbito il mio spirito, che è scomparsa davanti ai miei occhi tutta la
bellezza dell’arte”. Quale lezione è questa risposta per noi che con grande
leggerezza ci mettiamo a visitare le Chiese celebri come se fossero sale di
museo!
A proposito dell’intensità del raccoglimento durante l’adorazione, al
B. Contardo Ferrini, professore all’università di Modena, successe questo fatto.
Entrato in una Chiesa per una Visita a Gesù, cadde così assorto in adorazione,
con lo sguardo fisso al Tabernacolo, da non accorgersi che qualcuno gli stava
rubando il mantello togliendoglielo da sopra le spalle.
“Neanche un fulmine
potrebbe distrarla”, si diceva di S. Maria Maddalena Postel, a vederla così
raccolta e amorosa durante l’adorazione eucaristica. A S. Caterina da Siena,
invece, accadde una volta, durante l’adorazione, di sollevare lo sguardo verso
una persona che le passava accanto. Per quella distrazione di un istante, la
Santa si afflisse tanto, da piangere a lungo esclamando: “io sono una
peccatrice, io sono una peccatrice”.
Come non vergognarci noi con il nostro
comportamento? Anche dinanzi a Gesù solennemente esposto noi siamo così facili a
girarci per guardare a destra e a sinistra, ci muoviamo e ci distraiamo per dei
nonnulla, senza provare, e questo è terribile, nessun dispiacere. Ah, la
delicatezza d’amore dei Santi! S. Teresa insegnava: “Noi dobbiamo stare alla
presenza di Gesù in Sacramento come i Santi nel cielo davanti all’Essenza
Divina”. È così che ci stavano i Santi; il Curato d’Ars adorava Gesù Eucaristico
con tale fervore e raccoglimento da indurre il popolo a convincersi che il Santo
vedesse con gli occhi Gesù in persona. Lo stesso si diceva di S. Vincenzo de’
Paoli: “Egli vede là dentro Gesù”. Lo stesso avveniva per S. Pietro G. Eymard,
l’apostolo impareggiabile dell’adorazione eucaristica, del quale fu devoto
imitatore P. Pio da Pietrelcina che si iscrisse fra i Sacerdoti adoratori e
tenne per quarant’anni l’immaginetta del B. Eymard sul suo tavolino.
Ricordiamo, anzi, che il Signore sembra aver premiato in modo singolare
alcuni Santi facendo loro compiere anche dopo la morte qualche atto di
adorazione all’Eucaristia. Così, S. Caterina da Bologna, da più giorni morta,
dinanzi all’altare del Sacramento si sollevò in preghiera di adorazione. Il
cadavere dì S. Pasquale Baylon, durante la S. Messa esequiale, all’elevazione
dell’Ostia e del Calice, aprì due volte gli occhi in segno di adorazione
all’Eucaristia. Il Beato Matteo da Girgenti, trasportato in Chiesa per la S.
Messa esequiale, congiunse le mani in adorazione verso l’Eucaristia. Il B.
Bonaventura da Potenza, a Ravello, mentre il suo corpo veniva trasportato
passando dinanzi all’altare del Santissimo, fece un devoto inchino a Gesù nel
Tabernacolo.
È proprio vero che “l’amore è più forte della morte” (Cant. 8,
6) e “chi mangia di questo pane vivrà in eterno” (Giov. 6, 59). L’Eucaristia è
Gesù Amore. L’Eucaristia è Gesù Vita. L’adorazione eucaristica è amore celeste
che vivifica e fa essere “uno” con Gesù Vittima che “incessantemente intercede
per noi” (Ebr. 7, 25). Ricordiamolo: chi adora si fa “uno” con Gesù Ostia
nell’intercedere presso Dio Padre per la salvezza dei fratelli. Questa è la
carità suprema verso tutti gli uomini: ottenere loro il Regno dei cieli. E solo
in Paradiso vedremo quante anime sono state strappate all’inferno
dall’adorazione eucaristica riparatrice dei santi conosciuti e sconosciuti. Né
dobbiamo dimenticare che a Fatima l’Angelo in persona insegnò ai tre pastorelli
la bellissima preghiera eucaristica riparatrice, che dovremmo imparare anche
noi: “Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, io vi adoro
profondamente e vi offro il preziosissimo Corpo, Sangue, Anima e Divinità di
Nostro Signore Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli del mondo, in
riparazione dei peccati con i quali Lui stesso è offeso. Per i meriti infiniti
del Sacro Cuore e del Cuore Immacolato di Maria, io vi domando la conversione
dei peccatori”. L’adorazione eucaristica è l’estasi dell’amore divino ed è
l’azione salvifica più possente nell’apostolato per la salvezza delle anime.
Per questo il B. Massimiliano M. Kolbe, il grande apostolo mariano, in ogni
sua fondazione, prima ancora delle celle per i frati, voleva che si costruisse
la Cappella per introdurre subito l’adorazione perpetua al Santissimo esposto. E
un giorno, in Polonia, mentre accompagnava un ospite in visita alla “Città
dell’Immacolata”, arrivato nella grande Cappella dell’adorazione, disse
all’ospite indicando con la mano il Santissimo Sacramento: “Tutta la nostra vita
dipende da qui”.
P. Pio da Pietrelcina, il frate stimmatizzato del Gargano,
a cui accorrevano folle da ogni parte, dopo le sue ore giornaliere di
confessionale, trascorreva quasi tutto il tempo del giorno e della notte presso
il Tabernacolo in adorazione con Maria SS. (recitando Rosari a centinaia). Una
volta il Vescovo di Manfredonia, Mons. Cesarano, scelse il convento di P. Pio
per farvi otto giorni di Esercizi Spirituali. Ogni notte il Vescovo si alzava ad
ore diverse per recarsi in Cappella, e ogni notte, a tutte le ore, trovava
sempre P. Pio in adorazione! Il grande apostolo del Gargano operava
invisibilmente su tutta la terra (e talvolta anche visibilmente con le
bilocazioni) stando lì, prostrato ai piedi di Gesù, con il Rosario fra le mani.
E lo diceva lui stesso ai suoi figli spirituali: “Quando volete trovarmi, venite
vicini al Tabernacolo”.
Don Giacomo Alberione, altro grande apostolo a noi
contemporaneo, a fondamento di tutta la sua dinamica opera, la “Società
Apostolato Stampa”, pose espressamente l’adorazione eucaristica, con la
Congregazione delle Pie Discepole del Divin Maestro, che hanno la missione unica
e specifica di adorare giorno e notte Gesù Eucaristico solennemente esposto.
Davvero l’adorazione eucaristica è l’“ottima parte” di cui parla Gesù nel
rimprovero a Marta che si affaccenda dietro “molte cose” secondarie, trascurando
l’“unica necessaria” scelta da Maria: l’adorazione umile e amorosa (Luc. 10,
41).
Con quale impegno, quindi, non dobbiamo anche noi amare l’adorazione
eucaristica? Se Gesù è “la consistenza di tutte le cose” (Col. 1, 17), andare da
Lui, stare con Lui, unirsi a Lui significa trovare, acquistare, possedere la
consistenza di se stesso e dell’universo intero. “Solo Gesù è tutto, il resto è
nulla”, diceva S. Teresina. E allora, rinunciare al nulla per il Tutto,
consumare se stesso per il Tutto anziché per il nulla, non dovrebbe essere la
nostra vera ricchezza e suprema sapienza? Così doveva ragionare P. Pio da
Pietrelcina quando scriveva: “Mille anni trascorsi in mezzo alla gloria degli
uomini non compensano neppure un’ora sola trascorsa in dolce colloquio con Gesù
Sacramentato”.
Come dovremmo anche noi, al pari dei Santi, invidiare gli
Angeli che circondano ininterrottamente i Tabernacoli!
AMARE LA “CASA DI
GESÙ”
La divina Presenza Reale di Gesù nei nostri Tabernacoli è stata sempre
oggetto di immensa riverenza e rispetto da parte dei Santi. La loro delicatezza
amorosa, verginale, per le “cose di Gesù” (1 Cor. 7, 32) era una delle
espressioni più evidenti del loro grande amore che non ammetteva riserve, che
tutto considerava di grande importanza, anche una semplice cosa di rito esterno,
per la quale S. Teresa e S. Alfonso si dicevano pronti a sacrificare la stessa
vita.
Ed è dai Santi che dobbiamo imparare ad amare Gesù circondando di
premure affettuose i santi Tabernacoli, gli altari e le Chiese sue “dimore”
(Marc. 11, 17).
Del resto, Gesù stesso volle istituire il Sacramento
dell’amore in un luogo nobile e bello: il Cenacolo, una grande sala con addobbi
e tappeti (Luc. 22, 12). E i Santi hanno sempre zelato con tutte le forze il
decoro per la Casa di Dio.
S. Francesco d’Assisi, ad esempio, nelle sue
peregrinazioni apostoliche portava con sé o si procurava una... scopa, per
scopare le Chiese che non trovava pulite; dopo la predica al popolo, di solito
egli radunava il clero del paese e raccomandava con ardore lo zelo per il decoro
della Casa del Signore; faceva preparare da S. Chiara e dalle clarisse i sacri
lini per gli altari, e, nonostante la sua povertà, procurava e inviava pissidi,
calici, tovaglie alle Chiese povere e abbandonate.
Dalla vita di S. Giovanni
Battista De La Salle sappiamo che il Santo voleva vedere la Cappella sempre
linda e ornata, l’altare in perfetto ordine, la lampada eucaristica sempre
accesa. Le tovaglie sporche, gli ornamenti strappati, i vasi poco puliti,
ferivano i suoi occhi e più ancora il suo cuore. Nessuna spesa egli riteneva
eccessiva, quando si trattava del culto a Gesù.
S. Paolo della Croce voleva
così lindi gli arredi e gli oggetti sacri, che un giorno mandò indietro uno dopo
l’altro due corporali perché non gli sembravano abbastanza puliti.
Tra i
sovrani amanti dell’Eucaristia, S. Venceslao, re di Boemia, preparava da sé il
terreno, seminava il grano, lo mieteva, lo macinava, lo passava a staccio, e col
fior fiore della farina preparava le ostie per il S. Sacrificio. E S. Radegonda,
regina di Francia, divenuta umile religiosa, era felice di poter macinare con le
sue mani il grano scelto per le sante Messe, e ne provvedeva gratuitamente le
Chiese povere. Ricordiamo anche S. Vincenza Gerosa che si prendeva cura delle
viti per il vino delle Sante Messe. Con le sue mani le coltivava, le potava,
felice al pensiero che quei grappoli d’uva da lei curati sarebbero diventati
Sangue di Gesù.
Che dire poi della delicatezza dei Santi verso le Specie
eucaristiche? Intatta era la loro fede nella Presenza Reale di Gesù anche nel
più piccolo frammento di Ostia. Bastava vedere P. Pio con quale delicata finezza
purificava la patena e i vasi sacri all’altare: gli si leggeva l’adorazione sul
volto!
Quella volta che S. Teresina vide un piccolo frammento di Ostia sulla
patena, dopo la S. Messa, chiamò le novizie e in processione ella portò in
sacrestia la patena con una grazia e un’adorazione veramente angeliche. E S.
Teresa Margherita, trovato un frammento di Ostia a terra presso l’altare,
scoppiò in pianto perché pensò a una irriverenza verso Gesù, e si pose in
adorazione accanto al frammento fino a che non venne un Sacerdote a raccoglierlo
e riporlo nel Tabernacolo.
Una volta a S. Carlo Borromeo, mentre distribuiva
la Comunione, cadde inavvertitamente di mano una Sacra Particola. Il Santo si
ritenne colpevole di grave irriverenza a Gesù, e ne soffrì tanto che per quattro
giorni non ebbe il coraggio di celebrare la S. Messa e si impose per penitenza
otto giorni di digiuno!
E che dire di S. Francesco Saverio che a volte,
distribuendo la S. Comunione, si sentiva afferrare da un tale senso di
adorazione verso Gesù fra le sue mani, che si poneva in ginocchio a comunicare i
fedeli? Non era quello uno spettacolo di fede e di amore degno del
cielo?
Ancor più fine, inoltre, era il tatto dei Santi Sacerdoti nel toccare
la SS. Eucaristia. Come avrebbero desiderato essi avere le stesse mani verginali
dell’Immacolata! A S. Corrado di Costanza capitava che di notte gli indici e i
pollici gli diventavano luminosi, per la fede e l’amore con cui usava quelle
dita nel toccare il Corpo Santissimo di Gesù. S. Giuseppe da Copertino, il santo
estatico che volava come un Angelo, rivelava la sua squisita delicatezza d’amore
a Gesù nell’espresso desiderio di avere un altro paio di indici e di pollici, da
poter mettere solo per toccare la Carne Santissima di Gesù. E P. Pio da
Pietrelcina talvolta stentava visibilmente a prendere fra le dita l’Ostia Santa,
ritenendosi indegno di toccarla con le sue mani “stimmatizzate”. (Cosa dire,
oggi della penosa leggerezza con cui si tenta di introdurre ovunque la Comunione
sulla mano anziché sulla lingua? Di fronte ai Santi così umili e angelici non si
fa forse la figura di rozzi presuntuosi?).
Altra grande preoccupazione dei
Santi, per il decoro della Chiesa e delle anime, è stata quella di esigere la
modestia e il pudore dalle donne. La severità su questo punto particolare si
trova costantemente riaffermata da tutti i Santi, da S. Paolo Apostolo (il velo
alle donne perché non abbiano la testa “come se fosse rasa!”: 1 Cor. 11, 5-6) a
S. Giovanni Crisostomo, a S. Ambrogio ecc., fino a P. Pio da Pietrelcina che non
ammetteva mezze misure, ma esigeva sempre abiti modesti lunghi ben sotto le
ginocchia. E come potrebbe essere altrimenti? Il Servo di Dio P. Leopoldo da
Castelnuovo cacciava fuori di Chiesa le donne in abiti poco modesti chiamandole
“carne da mercato”. Cosa direbbe oggi che quasi tutte le donne, anche dentro le
Chiese fanno strazio del pudore e della decenza? Esse continuano, persino nei
luoghi sacri, la diabolica arte seduttrice di Eva verso la concupiscenza
dell’uomo, come dice lo Spirito Santo (Eccli. 9, 9); ma la giustizia di Dio non
lascerà impunita tanta stoltezza e immondezza; anzi, come dice l’Apostolo, “è
soprattutto per questi peccati (della carne) che si scatena la collera di Dio”
(Col. 3, 5-6).
Ugualmente, i Santi hanno sempre raccomandato, con l’esempio
e con la parola, l’angelica compostezza con cui entrare in Chiesa, segnarsi
devotamente con l’acqua santa, genuflettere piamente, e, prima di ogni altra
cosa, adorare Gesù in Sacramento unendosi agli Angeli e ai Santi che gli stanno
attorno. Se si sosta in preghiera, bisogna raccogliersi con cura per conservarsi
attenti e devoti; è anche bene accostarsi più che si può all’altare del
Sacramento, perché il B. Giovanni Duns Scoto ha dimostrato che l’influsso fisico
dell’Umanità Santissima di Gesù è tanto più intenso quanto più si è vicini al
suo Corpo e Sangue (S. Gemma Galgani, infatti, diceva che a volte non le era
possibile accostarsi di più all’altare del Santissimo, perché le si accendeva un
tale fuoco d’amore nel cuore da arrivare a bruciarle i panni sul petto!).
Chi vedeva S. Francesco di Sales entrare in Chiesa, segnarsi, genuflettere,
pregare davanti al Tabernacolo, doveva dar ragione al popolo che diceva: “Così
fanno gli Angeli e i Santi in cielo”.
Una volta un principe della corte di
Scozia disse a un amico: “Se tu vuoi vedere come pregano gli Angeli in cielo, va
in Chiesa e guarda la Regina Margherita come prega con i suoi figli davanti
all’altare”. A tutti i frettolosi e i distratti bisognerebbe ricordare con
fermezza le parole del B. Luigi Guanella: “La Chiesa non può mai diventare né un
corridoio, né un cortile, né una via, né una piazza”. E S. Vincenzo de’ Paoli
raccomandava con tristezza di non fare davanti al SS. Sacramento certe
genuflessioni da “marionette”.
Non siano vani per noi questi esempi e
ammaestramenti dei Santi.
Leggiamo nel Vangelo un piccolo episodio che
contiene un grande gesto d’amore tutto grazia e profumo. È il gesto che compì S.
Maria Maddalena nella casa di Betania, quando si avvicinò a Gesù “con un vaso di
alabastro pieno di profumo di gran valore, e lo versò sul capo di Lui” (Matt.
26, 7). Circondare di grazia e di profumo i santi Tabernacoli è stato un compito
affidato sempre a quelle creature gentili e profumate che sono i fiori. E anche
in questo i Santi non sono stati secondi a nessuno. Quando l’Arcivescovo di
Torino volle entrare un giorno, occasionalmente, nella Chiesa della “Piccola
Casa della Provvidenza,” la trovò così nitida, con l’altare ornato e profumato
di fiori, che chiese a S. Giuseppe Cottolengo: “Che festa si celebra oggi?”. Il
Santo gli rispose: “Nessuna festa facciamo oggi: ma qui, in Chiesa, è sempre
festa”.
S. Francesco Di Geronimo si industriava a piantare e a coltivare da
sé i fiori per l’altare del Sacramento, e talvolta li faceva anche crescere
miracolosamente perché Gesù non restasse senza fiori.
“Un fiore a Gesù”: non
priviamoci di questo delicato gesto d’amore a Gesù. Sarà una piccola spesa
settimanale, ma verrà ricompensata da Gesù “al centuplo” e i nostri fiori
sull’altare esprimeranno con la loro grazia e fragranza la nostra presenza
d’amore accanto a Gesù.
C’è di più, anzi. S. Agostino ci ricorda una pia
usanza dei suoi tempi: dopo la S. Messa i fedeli si disputavano i fiori
dell’altare; li portavano a casa e li conservavano come reliquie, perché
sull’altare erano stati vicini vicini a Gesù, presenti al suo Divin Sacrificio.
E Santa Giovanna Francesca di Chantal, diligentissima nel portare sempre fiori
freschi a Gesù, appena cominciavano ad appassire accanto al Tabernacolo, li
prendeva e li portava in cella per averli con sé ai piedi del suo Crocifisso.
Quando si ama!
Impariamo e imitiamo.
V COLUI CHE CI DONA
GESÙ
Il Sacerdote è l’“uomo di Dio” (2 Tim. 3, 17) COLUI CHE Cl DONA
GESÙ
Chi è che ci prepara l’Eucaristia e ci dona Gesù? È il Sacerdote. Se
non ci fosse il Sacerdote, non esisterebbero né il Sacrificio della Messa, né la
S. Comunione, né la Presenza Reale di Gesù nei Tabernacoli.
E chi è il
Sacerdote? È l’“Uomo di Dio” (2 Tim. 3, 17). Difatti, è solo Dio che lo sceglie
e lo chiama da mezzo agli uomini, con una vocazione specialissima (“Nessuno
assume da sé questo onore, ma solo chi è chiamato da Dio”: Ebr. 5, 4), lo separa
da tutti gli altri (“segregato per il Vangelo”: Rom. 1, 1), lo segna con un
carattere sacro che durerà eternamente (“Sacerdote in eterno”: Ebr. 5, 6) e lo
investe dei divini poteri del Sacerdozio ministeriale perché sia consacrato
esclusivamente alle cose di Dio: il Sacerdote “scelto fra gli uomini è
costítuito a pro’ degli uomini in tutte le cose di Dio, per offrire doni e
sacrifici per i peccati” (Ebr. 5, 1-2).
Con la Sacra Ordinazione il
Sacerdote viene consacrato nell’anima e nel corpo. Diviene un essere tutto
sacro, configurato a Gesù Sacerdote. Per questo il Sacerdote è il vero
prolungamento di Gesù; partecipa della stessa vocazione e missione di Gesù;
impersona Gesù negli atti più importanti della redenzione universale (culto
divino ed evangelizzazione); è chiamato a riprodurre nella sua vita l’intera
vita di Gesù: vita verginale, povera, crocifissa. È per questa conformità a Gesù
che egli è “ministro di Cristo fra le genti” (Rom. 15, 16), guida e maestro
delle anime (Matt. 28, 20).
S. Gregorio Nisseno scrive: “Colui che ieri era
confuso col popolo, diventa suo maestro, suo superiore, dottore delle cose sante
e capo dei sacri misteri”. Ciò avviene ad opera dello Spirito Santo, poiché “non
è un uomo, non un angelo, non un arcangelo, non una potenza creata, ma lo
Spirito Santo quegli che investe del Sacerdozio” (S. Giovanni Crisostomo). Lo
Spirito Santo configura l’anima del Sacerdote a Gesù, impersona Gesù in lui, di
modo che “il Sacerdote all’altare opera nella stessa Persona di Gesù” (S.
Cipriano), ed “è padrone di tutto Dio” (S. Giovanni Crisostomo). Non ci sarà da
meravigliarsi, allora, se la dignità del Sacerdote viene considerata
“celestiale” (S. Cassiano), “divina” (S. Dionisio), “infinita” (S. Efrem),
“venerata con amore dagli stessi Angeli” (S. Gregorio Nazianzeno), tanto che
“quando il Sacerdote celebra il Sacrificio Divino, gli Angeli stanno vicini a
lui, e in coro intonano un cantico di lode in onore di colui che si immola” (S.
Giovanni Crisostomo). E ciò avviene ad ogni S. Messa!
Sappiamo che S.
Francesco d’Assisi non volle diventare Sacerdote perché si riteneva troppo
indegno di così eccelsa vocazione. Venerava i Sacerdoti con tale devozione da
considerarli suoi “Signori”, poiché in essi vedeva solamente “il Figlio di Dio”;
e il suo amore alla Eucaristia si fondeva con l’amore al Sacerdote, il quale
consacra e amministra il Corpo e Sangue di Gesù. In particolare, venerava le
mani dei Sacerdoti, che egli baciava sempre in ginocchio con grande devozione; e
anzi baciava anche i piedi e le stesse orme dove era passato un Sacerdote.
La venerazione per le mani consacrate del Sacerdote, baciate con riv