QUATTORDICESIMA  DOMENICA  DEL  TEMPO  ORDINARIO

 

Una delle figure più importanti che incontriamo nella Bibbia è quella del “profeta”, personaggio che ha avuto un grande ruolo nella storia della salvezza dell’uomo. Il profeta è colui che, mosso dalla potenza dello Spirito, è inviato da Dio con l’arduo compito di ricondurre il popolo alla fedeltà dell’alleanza con Lui. La Parola di Dio di questa domenica mette in evidenza la difficile condizione in cui viene a trovarsi il profeta che, nel tentativo di richiamare il popolo sulla retta via, subisce puntualmente contrarietà, opposizioni e rifiuto.

            La prima lettura ci presenta in Ezechiele un esempio del profeta “rifiutato” dal popolo che Dio definisce “un popolo di ribelli… rivoltati contro di me” (Ez 2,3). Questo atteggiamento di ostinata chiusura rende il popolo come un muro impenetrabile. Ebbene, pur sapendo che gli Israeliti sono “ testardi e dal cuore indurito” (ivi 4) e che non ascolteranno Ezechiele, Dio fa di tutto per aprirsi un varco nel loro cuore. Egli manda ugualmente il profeta al suo popolo: “almeno sapranno che un profeta si trova in mezzo a loro” (ivi 5). La presenza di Ezechiele è un segno evidente dell’amore e della fedeltà di Dio che non abbandona il suo popolo.

            La seconda lettura ci fa conoscere, attraverso l’esperienza e la testimonianza di S. Paolo, le difficoltà senza numero che il profeta incontra nella sua non facile missione. L’apostolo accenna a  difficoltà subite da parte di Giudei convertiti; a difficoltà di malattie e insuccessi, di oltraggi e di persecuzioni d’ogni genere; a difficoltà provocate da “una spina nella carne” (2 Cor 12,7) che mettono S. Paolo in uno stato continuo di debolezza. E quando l’apostolo prega il Signore di liberarlo, il Signore gli risponde: “Ti basta la mia grazia” (ivi 9).  Dinanzi a questa difficile situazione, S. Paolo non si sgomenta, ma anzi si compiace di essere debole, perché sa bene che la potenza di Dio “si manifesta pienamente nella debolezza” (ivi). E termina asserendo: “quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12,10). Di fronte anche alle più gravi difficoltà, ricordiamoci dell’insegnamento di S. Paolo: quando tutto sembra fallire, non ci scoraggiamo, ma apriamo il nostro cuore a una grande confidenza nel Signore. Egli infatti non ci abbandona, ma si compiace di manifestare tutta la sua potenza lì dove più evidente è la nostra debolezza. E’ necessaria perciò l’umiltà e la confidenza per permettere a Dio di realizzare in noi e attraverso di noi le sue opere.    

            La pagina del Vangelo ci presenta l’insuccesso di Gesù all’inizio della sua missione profetica nella sinagoga della piccola città di Nazareth, dove era cresciuto. Gesù, Parola eterna del Padre fatta uomo, appare davanti al popolo come il Profeta che parla con autorità e comprova la sua parola con i miracoli. Tuttavia, come tutti i profeti, anche Lui ha sofferto il rifiuto dei suoi contemporanei. “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria” (Mc 6,4). Questa frase  riportata nel Vangelo odierno, ci mette di fronte a quel incomprensibile mistero di incredulità dei Giudei verso i profeti, e quindi anche verso Gesù. “Sebbene – scrive S. Giovanni - avesse operato tanti segni davanti a loro, non credevano in lui” (12,37). Gli abitanti di Nazareth, pur potendo comprendere, e quindi credere, sono rimasti chiusi nella loro  incredulità. Essi non hanno saputo riconoscere che nell’umile “figlio di Maria” (ivi 3) e nel semplice “ carpentiere” (ivi) del loro paese si nascondeva il Messia, il Figlio di Dio. A causa dei loro pregiudizi, rimasero ostinatamente chiusi, incapaci di intendere il miracolo più grande dell’amore di Dio: la sua venuta in mezzo a loro sotto le sembianze di un Messia umile e sofferente, attraverso il quale Dio avrebbe compiuto la grande opera della Redenzione dell’umanità.

            Anche ai nostri giorni si ripete la scena del Vangelo odierno. Il mondo moderno non è  lontano dall’atteggiamento di rifiuto degli abitanti di Nazareth. Anzi, oggi è di moda rifiutare Gesù, la Chiesa, gli ideali cristiani. La predicazione della Chiesa continua a suscitare “scandalo” in tanti uomini che hanno perso ogni dimensione spirituale della vita. Tuttavia oggi più che mai il mondo ha bisogno di cristiani che vivano la propria fede con coraggio. La Chiesa, nei duemila anni di storia, ha sempre avuto “profeti” che hanno parlato e agito in nome di Dio. Tra i più grandi del secolo scorso, possiamo annoverare senza dubbio Padre Pio da Pietrelcina. Per oltre cinquanta anni, con la santità della vita, gli scritti, lo stato continuo di immolazione e quel sangue sgorgante dalle ferite dell’amore di Gesù, P. Pio ha convertito e portato sulla via della santità folle senza numero e ha difeso il Papa e la Chiesa da ogni assalto infernale. Come battezzati, anche noi cristiani facciamo parte, in qualche modo, della categoria dei profeti e siamo quindi chiamati ad annunciare il Regno di Dio. L’esempio dei Santi, in particolare di Padre Pio ci aiuti a dare la nostra testimonianza cristiana nel mondo con grande coraggio, ricordandoci che quanto più aspra è l’opposizione dell’ambiente, tanto più la Madonna, la “Regina dei profeti” ci starà vicina e ci soccorrerà.

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