Il mistero di
Maria Corredentrice
nel magistero pontificio
Mons. Arthur Burton Calkins
I. Introduzione
È mio privilegio illustrare la posizione del magistero papale a riguardo della stretta collaborazione della Madonna all’opera della nostra Redenzione. Questo è anche un impegno importante, e perciò sono particolarmente grato al nostro attuale Santo Padre, il papa Giovanni Paolo II, il quale, nei suoi insegnamenti, ha fornito indicazioni così numerose ed importanti sul ruolo Corredentivo della Madonna[1].
Recentemente egli ha offerto una eccellente introduzione sullo sviluppo di questo importante punto di dottrina nella sua udienza generale del 25 ottobre 1995. Essa contiene moltissimo dello sviluppo storico in una maniera notevolmente succinta e perciò vorrei citare sin dall’inizio quell’importante discorso:
Dicendo che «Maria Vergine è riconosciuta e onorata come vera Madre di Dio, Madre del Redentore»[2], il Concilio attira l’attenzione sul legame esistente tra la maternità di Maria e la Redenzione.
Dopo aver preso coscienza del ruolo materno di Maria, venerata nella dottrina e nel culto dei primi secoli quale Madre verginale di Gesù Cristo e quindi Madre di Dio, nel Medioevo la pietà e la riflessione teologica della Chiesa approfondiscono la sua collaborazione all’opera del Salvatore
Questo ritardo si spiega con il fatto che lo sforzo dei Padri della Chiesa e dei primi Concili Ecumenici, incentrato com’era sul mistero dell’identità di Cristo, lasciò necessariamente nell’ombra altri aspetti del dogma. Sarà solo progressivamente che la verità rivelata potrà essere esplicitata in tutta la sua ricchezza. Nel corso dei secoli la Mariologia si orienterà sempre in funzione della Cristologia. La stessa divina Maternità di Maria viene proclamata nel Concilio di Efeso soprattutto per affermare l’unità personale di Cristo. Analogamente avviene per l’approfondimento della presenza di Maria nella storia della salvezza.
Alla fine del secondo secolo San Ireneo, discepolo di Policarpo, pone già in evidenza il contributo di Maria all’opera di salvezza. Egli ha compreso il valore del consenso di Maria al momento dell’Annunciazione, riconoscendo nell’obbedienza e nella fede della Vergine di Nazaret al messaggio dell’angelo l’antitesi perfetta della disobbedienza e dell’incredulità di Eva, con effetto benefico sul destino dell’umanità. Infatti, come Eva ha causato la morte, così Maria, col suo “sì”, è divenuta “causa di salvezza” per se stessa e per tutti gli uomini[3]. Ma si tratta di un’affermazione non sviluppata in modo organico e abituale dagli altri Padri della Chiesa.
Tale dottrina, invece, viene sistematicamente elaborata per la prima volta, alla fine del decimo secolo, nella “Vita di Maria” di un monaco bizantino, Giovanni Geometra. Maria è qui unita a Cristo in tutta l’opera Redentrice partecipando, secondo il piano divino, alla croce e soffrendo per la nostra salvezza. Ella è rimasta unita al Figlio «in ogni azione, atteggiamento e volontà»[4]
In Occidente San Bernardo, morto nel 1153, rivolgendosi a Maria, così commenta la presentazione di Gesù al tempio: «Offri Tuo Figlio, sacrosanta Vergine, e presenta al Signore il frutto del Tuo seno, per la nostra riconciliazione con tutti offri l’ostia santa, gradita a Dio»[5].
Un discepolo e amico di San Bernardo, Arnaldo di Chartres, mette in luce in particolare l’offerta di Maria nel sacrificio del Calvario. Egli distingue nella Croce «due altari: uno nel cuore di Maria, l’altro nel corpo di Cristo. Il Cristo immolava la Sua carne, Maria la Sua anima». Maria s’immola spiritualmente in profonda comunione con Cristo e supplica per la salvezza del mondo: «Quello che la Madre chiede il Figlio lo approva, il Padre lo dona»[6].
Da questa epoca in poi altri autori espongono la dottrina della speciale cooperazione di Maria al sacrificio redentore[7].
Poiché il Santo Padre, dunque, ha tracciato i punti principali di questo tema nel suo sviluppo teologico, è mio compito quello di indicare gli sviluppi più importanti di questo argomento nel magistero stesso. Così come porterebbe ad aspettarci la trattazione dello sviluppo storico fatta dal Papa, l’attenzione specifica alla collaborazione di Maria all’opera della Redenzione è cosa relativamente nuova nel magistero papale[8]. Soltanto dopo aver meditato a lungo su questo mistero, come Maria stessa (Cfr Lc 2,19.51), la Chiesa comincia a dare insegnamenti su di esso in modo più solenne.
A. Epoca moderna: dal 1740 ad oggi
Sarebbe senza dubbio altamente istruttivo ed interessante ricercare i primi adombramenti della dottrina della Mediazione Mariana nel magistero papale delle prime epoche della vita della Chiesa, ma dobbiamo lasciare questo compito ad altri ricercatori[9]. Secondo una consuetudine largamente accettata il periodo moderno della codificazione del magistero pontificio ha inizio con il pontificato di Benedetto XIV (1740-1758)[10] mentre una successiva notevole concentrazione e consolidamento della dottrina Mariana ha inizio con il pontificato del Venerabile Pio IX (1846-1878). È precisamente questo periodo moderno del magistero papale che noi intendiamo qui studiare.
B. Intima connessione tra Corredenzione e Mediazione
Infine dobbiamo chiarire ancora un punto prima di iniziare ad analizzare i testi stessi. Autori del recente passato hanno spesso trattato insieme la Corredenzione e la Mediazione mariana sotto il titolo generale di “Mediazione”[11]. Il noto mariologo padre Gabriele M. Roschini, (OSM), ad esempio, afferma che alcuni mariologi restringono il titolo di «Mediatrice» alla seconda fase della Mediazione (alla cooperazione di Maria alla distribuzione della grazia), riservando il titolo di “Corredentrice” alla prima fase; ma anche questa prima fase, egli sostiene, è una vera e propria mediazione, dal momento che è una partecipazione all’opera mediativa di Cristo[12]. Ciò consegue logicamente dal fatto che entrambe queste fasi possono essere viste come suddivisioni dell’ampia categoria della «Mediazione mariana», ovvero di quello che il padre Besutti, di venerata memoria, aveva costantemente descritto nella sua Bibliografia Mariana fin dal 1968 come «Maria nella storia della salvezza (historia salutis)»[13]. Queste due fasi della Redenzione vengono spesso differenziate in “oggettiva” e “soggettiva”, come pure con altre distinzioni[14]. Infatti, molti dei documenti pontifici che prenderemo in esame insegnano chiaramente che la cooperazione della Madonna alla distribuzione della grazia scaturisce direttamente dal Suo ruolo Corredentivo[15]. Per questa ragione si vedrà che non pochi dei testi pontifici che citeremo a sostegno della Corredenzione mariana possono essere anche citati giustamente a sostegno della Mediazione di Maria.
II. Una questione di terminologia
Il termine Corredentrice di solito richiede alcune spiegazioni preliminari nella lingua inglese, perché spesso il prefisso “co” evoca immediatamente una visione di completa uguaglianza. Per esempio un co-firmatario di un conto bancario o un comproprietario di una casa è considerato un coeguale rispetto all’altro firmatario o proprietario. Di conseguenza il primo timore di molti è che il descrivere Maria SS.ma come Corredentrice la ponga allo stesso livello del suo Figlio Divino ed implichi che Essa è “Redentrice” allo stesso modo di Lui, riducendo così Gesù «ad essere la metà di una coppia di Redentori»[16]. In Latino, però, dal quale il termine Corredentrice proviene, il significato è sempre quello secondo il quale la cooperazione o collaborazione di Maria alla Redenzione è secondaria, subordinata, dipendente da quella di Cristo e -proprio in forza di tutto questo- qualcosa che Dio «liberamente ha voluto accettare... in quanto costituisce una parte non necessaria, ma tuttavia meravigliosamente amabile di quell’unico grande prezzo»[17] pagato dal suo Figlio per la Redenzione del mondo. Come osserva Mark Miravalle:
Il prefisso “co” non significa uguaglianza ma deriva dalla parola latina “cum”, la quale significa “con”. Il titolo di Corredentrice applicato alla Madre di Gesù, mai intende mettere Maria su un livello di eguaglianza con Gesù Cristo, il divino Signore di tutte le cose, nel processo salvifico della Redenzione dell’umanità. Ma denota piuttosto la condivisione unica e singolare con il suo Figlio nell’opera salvifica di Redenzione della famiglia umana. La Madre di Gesù partecipa all’opera redentiva di suo Figlio il Salvatore, il quale solo ha il potere di riconciliare l’umanità con il Padre nella sua gloriosa divinità e umanità.[18]
Sebbene si possa discutere sull’uso del termine Corredentrice[19] per la possibile confusione che potrebbe risultare da esso e proporre l’espressione prediletta di Pio XII, alma socia Christi (amata socia di Cristo)[20], è ugualmente sostenibile che non c’è nessun’altra parola la quale ponga in così netto e chiaro rilievo la partecipazione della Madre di Dio alla nostra Redenzione[21]. Inoltre, come vedremo, tale termine è stato consacrato dall’uso, specialmente dall’uso magisteriale sia nel passato che nel presente.
A. Primi usi nel Magistero
La parola “Corredentrice” fa la sua apparizione iniziale a livello magisteriale attraverso i pronunciamenti ufficiali delle Congregazioni Romane durante il regno del papa San Pio X (1903-1914) ed allora entra nel vocabolario papale.
1. Il termine ricorre per la prima volta negli Acta Apostolicae Sedis in una risposta ad una richiesta fatta da padre Giuseppe M. Lucchesi, Priore Generale dei Serviti (1907-1913), nella quale si domandava l’elevazione di grado della festa dei Sette Dolori della beata Vergine a duplice di seconda classe per l’intera Chiesa. La Sacra Congregazione dei Riti, nell’accondiscendere alla richiesta, esprimeva il desiderio che così «si accresca il culto della stessa Vergine Addolorata e siano sempre più incoraggiati la pietà dei fedeli ed il loro sentimento di riconoscenza verso la misericordiosa Corredentrice del genere umano»[22].
2. Cinque anni più tardi la Sacra Congregazione del Sant’Uffizio, in un decreto firmato dal Cardinal Mariano Rampolla, esprimeva la sua approvazione verso la pratica di aggiungere al nome di Gesù quello di Maria nel saluto «Siano lodati Gesù e Maria», al quale si risponde «Ora e Sempre»:
Vi sono Cristiani i quali hanno una devozione così tenera verso Colei che è la Beatissima fra le vergini da essere incapaci di ricordare il nome di Gesù senza accompagnarlo con il nome glorioso della Madre, nostra Corredentrice, la Beata Vergine Maria[23].
3. Appena sei mesi dopo questa dichiarazione, il 22 gennaio 1914, la stessa Congregazione concedeva un’indulgenza parziale di 100 giorni per la recita di una preghiera di riparazione a nostra Signora, che cominciava con le parole Vergine benedetta. Ecco la parte di quella preghiera che ci interessa:
Vergine benedetta, Madre di Dio, volgete benigna lo sguardo dal cielo, ove sedete regina, su questo misero peccatore, vostro servo. Esso, benché consapevole della sua indegnità, a risarcimento delle offese a voi fatte da lingue empie e blasfeme, dall’intimo del suo cuore vi benedice e vi esalta come la più pura, la più bella e la più santa di tutte le creature. Benedice il vostro santo nome, benedice le vostre sublimi prerogative di vera Madre di Dio, sempre Vergine, concepita senza macchia di peccato, di Corredentrice del genere umano[24].
Sulla base di questi ultimi due esempi Monsignor Brunero Gherardini commenta che
l’autorità di quel Dicastero (la Sacra Congregazione del Sant’Uffizio), oggi denominato «per la dottrina della fede», è tale da conferire ai suoi interventi l’ufficialità del pensiero cattolico[25].
4. La prima utilizzazione del termine da parte di un papa ricorre in un’allocuzione di Pio XI (1922-1939) ai pellegrini provenienti da Vicenza il 30 novembre 1933:
Il Redentore non poteva, per necessità di cose, non associare la Madre Sua alla Sua opera, e per questo noi la invochiamo col titolo di Corredentrice. Essa ci ha dato il Salvatore, l’ha allevato all’opera di Redenzione fino sotto la croce, dividendo con Lui i dolori dell’agonia e della morte, in cui Gesù consumava la Redenzione di tutti gli uomini[26].
5. Il 23 marzo 1934, commemorazione quaresimale dell’Addolorata, Pio XI riceveva due gruppi di pellegrini spagnoli, uno dei quali era composto da membri delle Congregazioni Mariane della Cataloña. L’Osservatore Romano non pubblicò il testo del discorso del Papa, ma piuttosto ne riportava le osservazioni principali fatte a questi gruppi. Notando con piacere gli stendardi mariani portati da questi pellegrini, commentava che essi erano venuti a Roma per celebrare con il Vicario di Cristo
non solo il XIX centenario della divina Redenzione, ma anche il XIX centenario di Maria, il Centenario della Sua Corredenzione, della Sua universale Maternità[27].
Egli continuava, rivolgendosi specialmente ai giovani, dicendo che essi devono:
seguire il pensiero ed il desiderio di Maria Santissima, che è nostra Madre e Corredentrice nostra: dovevano sforzarsi ad essere, anch’essi, corredentori ed apostoli, secondo lo spirito dell’Azione Cattolica, ch’è appunto la cooperazione del laicato all’apostolato gerarchico della Chiesa[28].
6. Infine il papa Pio XI si riferiva alla Madonna come Corredentrice il 28 aprile 1935 in un radiomessaggio per la chiusura dell’Anno Santo, a Lourdes:
O madre di pietà e di misericordia, che fosti vicino al tuo figlio dolcissimo, mentre Egli consumava la Redenzione del genere umano sull’altare della croce, partecipando dei suoi dolori e come Corredentrice... conservaci, ti chiediamo ed accresci nel corso dei giorni i frutti preziosi della Redenzione e della Tua compassione[29].
A causa di questo uso del termine Corredentrice nei documenti e discorsi magisteriali da parte del Supremo Pontefice il canonico René Laurentin scriveva così nel 1951, a riguardo dell’impiego di quest’ultimo:
utilizzato o difeso da due Papi, sebbene nel più modesto esercizio del loro magistero supremo, il termine richiede, d’ora in avanti, il nostro rispetto. Sarebbe gravemente temerario, come minimo, attaccare la sua legittimità[30].
Da quell’affermazione alquanto sfumata il noto studioso francese ha di molto cambiato la sua posizione, dicendo che
il titolo di corredentrice che è stato coniato per Lei, e a Lei comunemente attribuito dai mariologi - ma non accettato dagli Atti della Santa Sede [sic! N. d. R.] né dal Concilio - converebbe prima di tutto e a rigor di termini allo Spirito Santo»[31].
Nondimeno, crediamo che la sua precedente difesa della legittimità del termine può reggersi da sé. Successivamente osserveremo come il termine è stato ritenuto dal magistero pontificio.
B. Il Concilio Vaticano II
Un ulteriore argomento addotto contro l’uso di questo termine è il fatto che esso è stato evitato dal Concilio Vaticano II. Se da una parte questa osservazione è vera, essa richiede però numerosi chiarimenti. Innanzitutto si deve ricordare che il Concilio fu convocato proprio in un momento in cui la dottrina e la pietà mariana avevano raggiunto un apice[32], che si era via via edificato a livello popolare sin dall’apparizione della Madonna a Santa Caterina Labouré nel 1830[33] ed a livello magisteriale dall’epoca della definizione dogmatica dell’8 Dicembre 1854[34]. Questo avvenimento mariano ebbe una notevole accelerazione durante i 19 anni di regno del Servo di Dio Papa Pio XII (1939-1958) con la consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria il 31 ottobre 1942[35], la definizione dogmatica dell’Assunzione della Beata Vergine il 1 novembre 1950[36], l’istituzione della festa del Cuore Immacolato di Maria nel 1944[37] e della regalità di Maria nell’Anno Mariano del 1954[38].
In secondo luogo, e come conseguenza di questo ampio “movimento mariano”, molto studio è stato dedicato al ruolo di Maria nella storia della salvezza, specialmente agli argomenti della Corredenzione e della Mediazione[39]. Non fa meraviglia, quindi, che una buona parte dei vescovi entrarono in Concilio con il desiderio di vedere un’esauriente trattazione di tali questioni. padre Michael O’Carroll, (CSSp), ci informa che dei 54 vescovi che al Concilio volevano un pronunciamento conciliare su Maria Corredentrice, 36 domandavano una definizione e 11 un dogma di fede su questo argomento[40]. Sulla questione connessa della Mediazione di Maria, egli ci dice che 362 vescovi desideravano un pronunciamento conciliare sulla Mediazione di Maria mentre 266 di essi ne chiedevano la definizione dogmatica[41].
In terzo luogo, proprio nello stesso periodo un’altra corrente si stava avanzando nell’orientamento principale della vita cattolica, quella della “sensibilità ecumenica”. Perciò i “Praenotanda” al primo abbozzo di documento o schema conciliare sulla Madonna contenevano queste parole:
Sono state omesse alcune espressioni e vocaboli usati dai Sommi Pontefici che, pur essendo in sé verissimi, potrebbero essere solo difficilmente comprensibili ai fratelli separati (in questo caso i Protestanti). Fra gli altri vocaboli si devono annoverare i seguenti: Corredentrice del genere umano (San Pio X, Pio XI)[42]…
Questa proibizione originaria fu rispettata rigorosamente e quindi il termine “Corredentrice” non fu usato in nessuno dei documenti ufficiali promulgati dal Concilio e, innegabilmente, la «sensibilità ecumenica» fu un fattore primario nella sua esclusione[43], assieme ad una avversione per il linguaggio generale della mediazione da parte di teologi più progressisti[44].
C. Il Capitolo VIII della Lumen Gentium
Date queste disparate correnti presenti sullo sfondo del Concilio, ci si sarebbe potuti aspettare il prevalere del minimalismo dottrinale sull’intera questione della Corredenzione/Mediazione mariana. Quantunque il clima del Concilio non fosse favorevole per l’assimilazione piena di essa, ne fu gettato un solido fondamento, specialmente a riguardo dell’argomento della Corredenzione mariana o della collaborazione di Maria all’opera della Redenzione. Ecco come il papa Giovanni Paolo II ha recentemente riassunto la questione nella sua udienza generale del 13 dicembre 1995:
Nel corso delle sessioni conciliari, emerse il voto di molti Padri di arricchire ulteriormente la dottrina mariana con altre affermazioni sul ruolo di Maria nell’opera della salvezza. Il particolare contesto in cui si svolse il dibattito mariologico del Vaticano II non permise l’accoglienza di tali desideri, pur consistenti e diffusi, ma il complesso della elaborazione conciliare su Maria rimane vigoroso ed equilibrato e gli stessi temi, non pienamente definiti, hanno ottenuto significativi spazi nella trattazione complessiva.
Così, le esitazioni di alcuni Padri dinanzi al titolo di Mediatrice non hanno impedito al Concilio di usare una volta tale titolo, e di affermare in altri termini la funzione mediatrice di Maria dal consenso all’annuncio dell’angelo alla maternità nell’ordine della grazia (cfr Lumen Gentium, 62). Inoltre, il Concilio afferma la sua cooperazione «in modo tutto speciale» all’opera che restaura la vita soprannaturale delle anime (ibid., n. 61)[45].
Questa è un’osservazione acuta fatta da una persona che ha continuato a meditare e sviluppare questi stessi temi. Per quanto mi risulta, è il primo riconoscimento pubblico ufficiale, da parte di un Papa, delle correnti del Concilio che diedero forma alla stesura del capitolo VIII della Lumen Gentium. Vi si fa anche un benevolo riferimento ai Padri che desideravano «arricchire ulteriormente la dottrina mariana con altre affermazioni sul ruolo di Maria nell’opera della salvezza».
Nonostante il termine “Corredentrice” non ricorra in alcun luogo nei documenti del Concilio, si deve riconoscere che il concetto fu tuttavia espresso. Infatti il Concilio insegna molto più chiaramente e coerentemente sul ruolo corredentivo di Maria che sul Suo ruolo nella distribuzione della grazia, anche se la parola “Mediatrice” viene usata solo una volta nel n. 62. Così il n. 56 della Lumen Gentium parla esplicitamente della collaborazione di Maria all’opera della Redenzione:
Abbracciando, con tutto l’animo e senza peso alcuno di peccato, la volontà salvifica di Dio, consacrò totalmente se stessa quale Ancella del Signore alla persona e all’opera del Figlio suo, servendo al mistero della redenzione sotto di Lui e con Lui, con la grazia di Dio onnipotente[46].
Nello stesso paragrafo si trova un’ulteriore specificazione sulla natura attiva del servizio di Maria:
Giustamente quindi i santi Padri ritengono che Maria non fu strumento meramente passivo nelle mani di Dio, ma che cooperò alla salvezza dell’uomo con libera fede e obbedienza. Infatti, come dice sant’Ireneo, essa «obbedendo divenne causa di salvezza per sé e per tutto il genere umano». Onde non pochi antichi Padri nella loro predicazione, volentieri affermano con Ireneo che «il nodo della disobbedienza di Eva ha avuto la sua soluzione coll’obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva legò con la sua incredulità, la Vergine Maria sciolse con la fede»; e fatto il paragone con Eva, chiamano Maria «madre dei viventi», e affermano spesso: «la morte per mezzo di Eva, la vita per mezzo di Maria»[47].
I Padri Conciliari, dunque, parlano chiaramente di una collaborazione attiva di Maria all’opera di Redenzione e la illustrano con il parallelo Eva/Maria, che si trova già negli scritti dei Padri sub-Apostolici, San Giustino Martire (+ 165), Ireneo (+ dopo il 193) e Tertulliano (+ 220)[48].
Inoltre, i Padri Conciliari prendono le mosse dalla fondazione del principio generale della collaborazione di Maria all’opera di Redenzione per sottolineare la natura personale «dell’unione della madre col Figlio nell’opera della salvezza» (Matris cum Filio in opere salutari coniunctio) durante la vita nascosta di Gesù (n. 57) e la sua vita pubblica (n.58). Infine, nel n. 58 mettono in rilievo come Essa
serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette (cfr Gv 19,25) soffrendo profondamente col suo unigenito e associandosi con animo materno al sacrificio di Lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata[49].
Il Concilio, dunque, non insegna soltanto che Maria fu generalmente associata a Gesù nell’opera della Redenzione nel corso della sua vita, ma che Essa associò se stessa al suo sacrificio e consentì ad esso. Inoltre i Padri Conciliari osservano nel n. 61 che Maria
col soffrire col Figlio suo morente in croce, cooperò in modo tutto speciale all’opera del salvatore, coll’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime[50].
Maria non solo consentì al sacrificio, ma unì se stessa ad esso. In questi due rilievi finali troviamo una sintesi del precedente insegnamento pontificio sulla Corredenzione, come pure uno stabile punto di riferimento per l’insegnamento dei papi postconciliari.
Monsignor Brunero Gherardini fa notare che, con o senza l’uso del termine Corredentrice, gli osservatori protestanti hanno riconosciuto proprio chiaramente la posizione cattolica sulla partecipazione di Maria alla Redenzione. Essi vedono ogni partecipazione umana all’opera della salvezza dell’uomo, sebbene secondaria e subordinata, come contraria al principio di Lutero del solus Christus e pertanto «un furto a Dio ed a Cristo»[51]. Dunque nell’elaborare l’insegnamento magisteriale sulla collaborazione di Maria alla Redenzione, abbiamo a che fare con più che soltanto la possibile giustificazione del termine Corredentrice, ma con un dato fondamentale della teologia cattolica, una materia della quale non si tratterà facilmente nel dialogo ecumenico semplicemente sostituendo una parola o una frase con un’altra che sembri più neutra[52].
D. Uso del termine in Giovanni Paolo II
Data questa storia recente, è di non poco significato che, senza fanfara, ma pubblicamente, Giovanni Paolo II abbia riabilitato la parola Corredentrice ed abbia usato tale termine o un’espressione affine almeno cinque volte in dichiarazioni pubblicate, senza menzionare i suoi numerosi riferimenti al concetto che questo termine rappresenta. Passiamo velocemente in rassegna il suo uso del termine Corredentrice[53].
1. Nei saluti ai malati dopo l’udienza generale dell’8 settembre 1982 il Papa diceva:
Maria, pur concepita e nata senza macchia di peccato, ha partecipato in maniera mirabile alle sofferenze del suo divin Figlio, per essere Corredentrice dell’umanità[54].
2. Nella festa del suo santo patrono, San Carlo Borromeo, nel 1984 il Papa proponeva questi pensieri nel discorso dell’Angelus, ad Arona:
Alla Madonna - la Corredentrice - San Carlo si rivolge con accenti singolarmente rivelatori. Commentando lo smarrimento di Gesù dodicenne nel Tempio, egli ricostruisce il dialogo interiore, che poté intercorrere tra la Madre e il Figlio, e soggiunge: «Sopporterai dolori ben più grandi, o Madre benedetta, e continuerai a vivere; ma la vita ti sarà mille volte più amara della morte. Vedrai consegnato nelle mani dei peccatori il tuo figlio innocente… Lo vedrai brutalmente crocifisso, tra dei ladri; vedrai il suo fianco santo trapassato dal crudele colpo di lancia; vedrai, infine, effondere il sangue che tu gli hai dato. E tuttavia non potrai morire!» (Dall’omelia pronunciata nella Cattedrale di Milano la domenica dopo l’Epifania 1584)[55].
3. Il 31 gennaio 1985 in un discorso nel Santuario Mariano di Guayaquil, in Ecuador, parlava così:
Maria ci precede e ci accompagna. Il silenzioso itinerario che comincia con la sua Immacolata Concezione e passa per il «sì» di Nazareth che la rende Madre di Dio, trova sul Calvario un momento particolarmente importante. Anche là, accettando ed assistendo al sacrificio di suo Figlio, Maria è aurora della redenzione; ... Spiritualmente crocifissa col Figlio crocifisso (cfr Gal 2,20), contemplava con amore eroico la morte del suo Dio «consentendo amorosamente alla immolazione della vittima, che ella stessa aveva generato» (Lumen Gentium, 58). … Effettivamente, sul Calvario, ella si unì al sacrificio del Figlio che tendeva alla fondazione della Chiesa; il suo cuore materno condivise fino in fondo la volontà di Cristo di «riunire insieme tutti i figli di Dio che erano dispersi» (Gv 11,52). avendo sofferto per la Chiesa, Maria meritò di diventare la Madre di tutti discepoli del suo Figlio, la Madre della sua unità...
I Vangeli non ci parlano di un’apparizione di Gesù risorto a Maria. In ogni modo, poiché ella fu in modo speciale vicina alla croce del Figlio, dovette avere anche un’esperienza privilegiata della sua risurrezione. Effettivamente, il ruolo corredentore di Maria non cessò con la glorificazione del Figlio[56].
Nel testo riportato sopra, abbiamo una splendida dimostrazione delle varie maniere in cui è descritta dal Papa la collaborazione di Maria alla Redenzione, culminante nel riferimento al Suo “ruolo di Corredentrice”. Si deve notare che egli presenta qui il ruolo corredentivo in riferimento all’affermazione di Paolo, «Io sono stato crocifisso con Cristo» (Gal 2,20) ed anche in riferimento al mistero del Suo Cuore.
4. Il 31 marzo 1985, domenica delle Palme e Giornata Mondiale della Gioventù, il Papa parlava in questi termini dell’immersione di Maria nel mistero della passione di Cristo:
Nell’ora dell’Angelus di questa domenica delle Palme, che la Liturgia chiama anche domenica della Passione del Signore, il nostro pensiero corre a Maria immersa nel mistero di uno smisurato dolore. Maria ha accompagnato il Figlio suo divino nel più discreto nascondimento, tutto meditando nell’intimo del proprio cuore. Sul Calvario, ai piedi della croce, nella vastità e nella profondità del sacrificio materno, ha accanto Giovanni, l’apostolo più giovane. …
Al desiderio del Redentore faccia generoso riscontro il desiderio nostro, auspice Maria, la Corredentrice, alla quale eleviamo con piena effusione la nostra preghiera[57].
5. Similmente, commemorando il sesto centenario della canonizzazione di Santa Brigida di Svezia, il 6 ottobre 1991, egli diceva:
Brigida guardò a Maria come a modello e sostegno nei vari momenti della sua esistenza. Di Maria proclamò con vigore il divin privilegio dell’immacolato Concepimento. Ne contemplò la sorprendente missione di Madre del Salvatore. La invocò come Immacolata, Addolorata e Corredentrice, esaltandone il ruolo singolare nella storia della salvezza e nella vita del popolo cristiano[58].
Con la massima naturalezza e senza richiamare un’eccessiva attenzione a questo uso della parola Corredentrice, il Pontefice ha semplicemente ripreso l’uso della terminologia che era stata impiegata nella Liturgia e dai teologi sin dal tardo Medio Evo[59] e che è stata anche utilizzata dal Magistero all’inizio di questo secolo, e specialmente dal papa Pio XI, come abbiamo già visto. Ora non si può più sostenere che il termine Corredentrice «non è stato ritenuto dal magistero pontificio»[60].
Papa Giovanni Paolo II, tuttavia, ha fatto molto più che semplicemente riabilitare l’uso di una parola e mostrare che essa ha un uso legittimo. Egli ha fatto un altro gesto benevolo nella direzione di quei «numerosi Padri (del Concilio Vaticano II i quali) desideravano arricchire ulteriormente la dottrina mariana con altre affermazioni sul ruolo di Maria nell’opera della salvezza»[61], proprio come fece riproponendo la discussione della Mediazione mariana nella sua Enciclica Redemptoris Mater[62] dopo che quest’ultima era largamente uscita dagli ambienti teologici[63]. Egli ha mostrato ancora una volta che il magistero è al di sopra della mera “correttezza teologica” ed è consapevole della continuità con la Tradizione. Inoltre continua a scoprire i molteplici aspetti del ruolo corredentivo di Maria, come vedremo.
III. Cooperazione di Maria
all’opera della Redenzione
Ora rimane da indicare la prospettiva costante del magistero pontificio sul ruolo corredentivo di Maria, una questione di molto più grande che quella del mero uso del termine Corredentrice. Sebbene prolungherebbe eccessivamente il nostro studio citare ogni testo disponibile su questo vasto argomento, nondimeno intendo illustrarne ciascuno dei punti principali con brani rappresentativi dei vari pontificati. Così facendo mi sforzerò di seguire l’orientamento di base che abbiamo già rilevato nel capitolo VIII della Lumen Gentium, che segue anche l’ordine storico indicato dal papa Giovanni Paolo II nel discorso dell’udienza generale del 25 ottobre 1995[64], cioè innanzitutto stabilendo la collaborazione di Maria all’opera della Redenzione come “Socia del Redentore” e “Nuova Eva” e poi trattando la Sua partecipazione attiva nell’offerta del sacrificio della nostra Redenzione. Sarà immediatamente chiaro, comunque, che ogni testo citato qui riportato si adatterà spesso a più di una categoria.
A. “Socia” del Redentore
Il concetto di Maria come intimamente associata alla vita, sofferenza e morte di Cristo ha profonde radici nella tradizione cristiana. Perciò descriverla come socia o compagna del Redentore (Socia Redemptoris)[65] è divenuto un modo consueto di riconoscere il Suo ruolo attivo nella Redenzione. Il primo uso esplicito di questa terminologia per quanto riguarda Maria ricorre negli scritti di Ambrogio Autperto (+ 784), ma egli usa la forma verbale sociata per esprimere l’idea. «Allo stato della conoscenza presente, è Ekbert di Schonau (+ 1184) ad usare per primo il nome socia per Maria»[66]. Come abbiamo già indicato, il papa Pio XII aveva una particolare predilezione per il termine socia Christi in riferimento alla collaborazione di Maria alla Redenzione, collaborazione secondaria e subordinata, ma nondimeno reale; però, come vedremo, egli seguiva qui una traccia ben definita.
Il Venerabile papa Pio IX (1846-1878) nella Costituzione apostolica Ineffabilis Deus dell’8 dicembre 1854 enunciò un principio di capitale importanza per la Mariologia, che da lungo tempo era stato sostenuto dalla scuola teologica Francescana[67], cioè che Dio, «con un solo e medesimo decreto» ha stabilito «l’origine di Maria e l’Incarnazione della Divina Sapienza»[68]. Sulle basi di questo principio, frequentemente confermato dal magistero[69], l’intima associazione di Maria con Gesù nell’opera della Redenzione è assiomatica e, perciò, Pio IX dichiara nella stessa Costituzione Apostolica:
In conseguenza di ciò, come Cristo, Mediatore fra Dio e gli uomini, assunta la natura umana, distrusse il decreto di condanna che c’era contro di noi, attaccandolo trionfalmente dalla croce; così la santissima Vergine, unita con Lui da un legame strettissimo e indissolubile, fu insieme con Lui e per mezzo di Lui, l’eterna nemica del velenoso serpente, e ne schiacciò la testa col suo piede verginale[70].
Il papa Leone XIII (1878-1903) nell’enciclica sul Rosario del 1 settembre 1883, Supremi Apostolatus, sostiene sulle stesse basi che Maria è la «socia di Gesù nell’opera della salvezza degli uomini» (servandi hominum generis consors):
Infatti, l’Immacolata Vergine, prescelta a divenire la Madre di Dio, e per ciò stesso associata all’opera dell’umana redenzione ha presso il Figlio tanta Grazia e potere che mai maggiore ebbe né potrà avere creatura sia umana come angelica[71].
Questo breve testo, che parla così chiaramente di Maria come socia di Cristo nell’opera della nostra salvezza, getta anche il fondamento per la Sua Mediazione. Il Santo Padre sviluppa esattamente la stessa linea di argomentazione nella sua enciclica sul Rosario del 5 settembre 1895, Adiutricem Populi, chiamando letteralmente Maria «collaboratrice nel compiere il sacramento della redenzione degli uomini» (sacramenti humanae redemptionis patrandi administra)[72] e così mettendo in evidenza il Suo ruolo di Corredentrice nel passato e di Mediatrice nel presente:
(Dopo la sua assunzione al Cielo) di là, infatti ella, per divina disposizione, cominciò a vegliare sulla Chiesa, e ad assisterci e proteggerci come una madre; così che, dopo essere stata collaboratrice nel compiere il sacramento della redenzione degli uomini, è ora collaboratrice, quasi con poteri pieni, nella applicazione di quella grazia che perennemente promana dalla redenzione[73].
Infine, nella Costituzione Apostolica Ubi Primum del 2 ottobre 1898 egli osserva che Maria fu «cooperatrice nella redenzione del genere umano» e «sempre il rifugio principale e sovrano dei cattolici, nelle loro difficili prove»[74].
Il papa San Pio X (1903-1914), nella sua Lettera Enciclica Ad Diem Illum del 2 febbraio 1904, nella commemorazione del cinquantesimo anniversario della proclamazione dell’Immacolata Concezione, si riferisce a Maria come «costante compagna di Gesù» (assidua comes) nel porre questa domanda:
Chi potrà pensare che a torto o meno giustamente abbiamo affermato che Maria è il più grande e più sicuro aiuto per raggiungere la conoscenza e l’amore di Cristo; quando vediamo che ella «fu assidua compagna di Cristo dalla casa di Nazareth al luogo del Calvario»; che conobbe i segreti del suo Cuore come nessun altro; che amministra con diritto di madre i tesori dei suoi meriti?[75]
Nella stessa Enciclica il santo continua a riferirsi a Maria come «partecipe delle sofferenze e socia di Cristo» (particeps passionum Christi sociaque)[76].
Seguendo la linea di pensiero sviluppata dal Venerabile Pio IX e Leone XIII, Pio XI presenta la Concezione Immacolata di Maria come una preparazione necessaria per il Suo ruolo di «socia nella redenzione dell’umanità» (generis humani consors) nella sua Lettera del 28 gennaio 1933 Auspicatus Profecto al Cardinal Binet:
Giacché l’augusta Vergine, concepita senza macchia originale, è stata scelta quale Madre di Cristo affinché fosse resa compartecipe della redenzione del genere umano; per la qual cosa certamente ha ottenuto presso il Figlio grazia e potere tali che né natura angelica né umana possono conseguirne uno maggiore[77].
Durante il suo pontificato il Servo di Dio papa Pio XII (1939-1958) volle mostrare particolare benevolenza nel descrivere Maria come l’alma socia di Cristo (alma socia Christi)[78].
Nel suo radiomessaggio a Fatima del 13 maggio 1946 usava la forma verbale per descrivere l’intima collaborazione di Maria alla Redenzione:
Egli, il Figlio di Dio, riflette sulla Madre celeste la gloria, la maestà, l’impero della sua regalità; perché associata come Madre e Ministra al Re dei Martiri nell’opera ineffabile dell’umana Redenzione, gli è sempre associata, con potere quasi immenso nella distribuzione delle grazie che dalla Redenzione derivano[79].
Nel testo suddetto notiamo ancora una volta il consueto concatenamento della Corredenzione con la Mediazione nell’insegnamento papale.
Nella Costituzione apostolica Munificentissimus Deus del 1 novembre 1950, con la quale dichiarò dogma di fede l’assunzione di Maria al Cielo, Pio XII si riferisce a Lei come «la generosa socia del Divino Redentore» (generosa Divini Redemptoris socia)[80]. Egli volle sottolineare tale associazione anche nella sua Enciclica sulla Regalità di Maria, Ad Caeli Reginam dell’11 ottobre 1954, spiegando che «nel compimento dell’opera di Redenzione Maria Santissima fu certo strettamente associata a Cristo»[81], che Ella è «sua socia nell’opera della redenzione»[82] e quindi citando Francesco Suarez con la conseguenza che
Come Cristo, per il titolo particolare della redenzione, è nostro Signore e nostro Re, così anche la Vergine Beata (è nostra Signora) per il singolare concorso prestato alla nostra redenzione[83].
Infine, nella sua grande Lettera Enciclica sul Sacro Cuore di Gesù, Haurietis Aquas del 15 maggio 1956, descrive Maria come «sua (del nostro Redentore) socia nell’opera di rigenerazione dei figli di Eva alla vita della Grazia»[84].
Il Servo di Dio papa Giovanni XXIII (1958-1963) fa due allusioni alla Madonna come socia dell’opera di redenzione. In un Radiomessaggio ai fedeli dell’Ecuador, si riferisce a Maria come a «Colei la quale, nella sua vita terrena, fu tanto intimamente associata all’opera di Cristo»[85] e il 9 dicembre 1962 alla canonizzazione di Piergiuliano Eymard, Antonio Pucci e Francesco da Camporosso, osserva:
Accanto a Gesù si trova la Madre sua, Regina Sanctorum Omnium, suscitatrice di santità nella Chiesa di Dio, e suo primo fiore di grazia. Intimamente associata alla Redenzione, nei disegni eterni dell’Altissimo, la Madonna, come ha cantato Severiano di Gabala «è la Madre della salvezza, la fonte della luce divenuta visibile» (PG 56, 498)[86].
Il Servo di Dio papa Paolo VI (1963-1978), nel corso del suo pontificato, seguì strettamente le linee sviluppate nell’VIII capitolo della Lumen Gentium. Nella sua allocuzione principale a conclusione della terza sessione del Concilio Vaticano II, quella in cui dichiarò Maria Madre della Chiesa ed ancora una volta le affidò la Chiesa[87], dice:
La realtà della Chiesa invero non si esaurisce nella sua struttura gerarchica, nella sua liturgia, nei suoi sacramenti, nei suoi ordinamenti giuridici. La sua intima essenza, la sorgente prima della sua efficacia santificatrice sono da ricercarsi nella mistica unione con Cristo; unione che non possiamo pensare disgiunta da Colei che è la Madre del Verbo Incarnato, e che Gesù Cristo stesso ha voluto tanto intimamente a sé unita per la nostra salvezza[88].
Egli parla similmente di Maria nella Esortazione Apostolica Signum Magnum del 13 maggio 1967, chiamandola «Madre di Cristo e sua intimissima socia»[89] e «cooperatrice nel restaurare la vita soprannaturale nelle anime»[90]. Nel Credo del Popolo di Dio (Professio Fidei) del 30 giugno 1968, descrive Maria come congiunta da uno stretto ed indissolubile vincolo al mistero della Incarnazione e Redenzione»[91]. Ugualmente nell’Esortazione Apostolica Marialis Cultus del 2 febbraio 1974 parla di Maria come la «socia del Redentore»[92] e «Madre e Socia del Salvatore»[93]. Infine, nell’udienza generale del 21 dicembre 1977 la chiamava «l’alma socia del Redentore»[94].
Nel messaggio ai Vescovi ed al popolo del Cile, il 24 novembre 1974, Paolo VI definisce Maria come «associata misteriosamente e per sempre all’opera di Cristo»[95], sottolineando così i suoi ruoli corredentivo e mediativo. Ma l’uso più singolare da lui fatto del termine si trova nella Lettera del 13 maggio 1975, È con sentimenti, al Cardinal Leone Jozef Suenens nella ricorrenza del quattordicesimo Congresso Mariano Internazionale. In tale lettera dichiarava:
La Chiesa Cattolica, del resto, ha sempre creduto che lo Spirito Santo, intervenendo in modo personale, anche se in comunione inscindibile con le altre Persone della SS.ma Trinità, nell’opera dell’umana salvezza (cfr G. Philips, L’union personelle avec le Dieu vivant. Essai sur l’origine et le sens de la grace crée, 1974) ha associato a se stesso l’umile vergine di Nazareth»[96].
Ciò che suscita qui particolare interesse è il fatto che Paolo VI parla in effetti di Maria come «socia dello Spirito Santo nell’Opera dell’umana salvezza».
Non fa meraviglia che il papa Giovanni Paolo II abbia continuato a presentare Maria come la “Socia del Redentore”, pienamente in linea con l’insegnamento dei suoi predecessori e del Concilio Vaticano II. In un importante discorso ad un’udienza generale pronunciato il 4 maggio 1983 il Santo Padre così si esprime:
Carissimi Fratelli e sorelle, in questo mese di maggio leviamo gli occhi verso Maria, la Donna che è stata associata in maniera unica all’opera di riconciliazione dell’umanità con Dio. Secondo il piano del Padre, Cristo doveva compiere quest’opera mediante il suo sacrificio; a Lui però sarebbe stata associata una Donna, la Vergine Immacolata, la quale si pone così davanti ai nostri occhi come il modello più alto della cooperazione all’opera della salvezza. ...
Il “si” dell’Annunciazione non costituì soltanto l’accettazione della maternità proposta, ma significò soprattutto l’impegno di Maria a servizio del mistero della redenzione. La redenzione fu opera del Figlio; Maria vi si associò ad un livello subordinato. La sua partecipazione, tuttavia, fu reale ed impegnativa. Dando il suo consenso al messaggio dell’Angelo, Maria accettò di collaborare a tutta l’opera di riconciliazione dell’umanità con Dio, così come il suo Figlio l’avrebbe di fatto attuata[97].
Credo che la trattazione fatta da Giovanni Paolo II di questa questione possa servire come una appropriata ricapitolazione di questa sezione del nostro studio. Rileviamo attentamente alcune cose che il Papa considera molto importanti nel presente discorso: (1) Maria è la Donna che è stata «associata in una maniera unica all’opera di riconciliazione dell’uomo con Dio» e perciò è (2) «il modello più alto di cooperazione all’opera della salvezza». (3) Il suo “sì” al momento dell’Annunciazione «significò ... (il suo) impegno a servizio del mistero della redenzione». (4) Anche se «la Redenzione fu opera del suo Figlio», nondimeno «Maria vi è associata ad un livello subordinato». Notiamo che la terza e la quarta di queste affermazioni fanno chiaramente eco al brano del n. 56 della Lumen Gentium. Ma si può notare ancora che la prima asserzione della associazione senza eguale di Maria all’opera di riconciliazione dell’umanità con Dio è anch’essa un riflesso fedele della dichiarazione del n. 61 della Lumen Gentium, secondo la quale Maria «fu su questa terra l’alma madre del divino Redentore, compagna generosa del tutto eccezionale, e umile ancella del Signore». Infine, si potrebbe anche sostenere che la seconda affermazione su Maria come il più alto modello di cooperazione all’opera della salvezza consegue immediatamente dal n. 53 della Lumen Gentium nel quale si dichiara che Maria «è riconosciuta quale sovreminente e del tutto singolare membro della Chiesa e sua figura ed eccellentissimo modello nella fede e nella carità».
B. La nuova Eva
Abbiamo già rilevato sopra il ritorno del Concilio Vaticano II alle fonti patristiche nel presentare Maria come la “Nuova Eva”, nel n. 56 della Lumen Gentium[98]. Questo è pure un tema che i Pontefici Romani del ventesimo secolo hanno impiegato al fine di mettere in rilievo il ruolo collaborativo di Maria. Ecco un esempio che proviene dal magistero del papa Benedetto XV (1914-1922). Nell’omelia del 13 maggio 1920 per la canonizzazione di San Gabriele dell’Addolorata e di Santa Margherita Maria Alacoque dichiarava:
Ma, infatti, un intimo vincolo tiene insieme queste due cose: la sofferenza di gesù e il dolore di Maria. Infatti, come il primo Adamo ebbe come compagna nel peccato una “donna”, così il secondo volle partecipe nella riconquista della nostra salvezza colei che, chiamando donna dalla croce, la dichiarò seconda Eva, vale a dire la Madre ineffabilmente addolorata di tutti gli uomini, per la cui vita Egli stesso moriva[99].
Il papa Pio XII ha ripreso il tema in numerose occasioni. Ecco un estratto dalla sua allocuzione ai pellegrini provenienti da Genova, del 22 aprile 1940:
Non sono forse Gesù e Maria i due sublimi amori del popolo cristiano? Non sono essi il novello Adamo e la novella Eva, che l’albero della croce riunisce nel dolore e nell’amore a riparare la colpa dei nostri progenitori dell’Eden...?[100]
Nella sua Lettera Enciclica Mystici Corporis del 29 giugno 1943 egli descrive Maria «come una nuova Eva»[101] e nella sua Costituzione Apostolica Munificentissimus Deus del 1 novembre 1950, con la quale definì solennemente il dogma dell’Assunzione di Maria al cielo, attira la nostra attenzione sull’antichità di questo tema:
Ma in particolare va ricordato che, fin dal secolo II, Maria Vergine viene presentata dai Santi Padri come nuova Eva, strettamente unita al nuovo Adamo, sebbene a Lui soggetta, in quella lotta contro il nemico infernale, che, com’è stato preannunziato dal protovangelo, si sarebbe conclusa con la pienissima vittoria sul peccato e sulla morte, sempre congiunti negli scritti dell’Apostolo delle genti[102].
Come Eva era soggetta ad Adamo, sottolinea il Pontefice, così lo è la nuova Eva al nuovo Adamo. Nondimeno, continua, ella è «strettamente unita a Lui in quella lotta contro il nemico infernale che...si sarebbe conclusa con la pienissima vittoria sul peccato e sulla morte». In questo modo egli mantiene in equilibrio la verità Cattolica che riconosce sia Gesù come l’unico Redentore sia Maria come subordinata e tuttavia “strettamente unita a Lui” nell’opera della Redenzione.
Nella Lettera Enciclica Ad Caeli Reginam dell’11 ottobre 1954 Pio XII continua ad ampliare questa analogia tra Eva e Maria, richiamando la testimonianza di Sant’Ireneo:
Da queste premesse si può così argomentare: se Maria, nell’opera della salute spirituale, per volontà di Dio, fu associata a Cristo Gesù, principio di salvezza, e in maniera simile a quella con cui Eva fu associata ad Adamo, principio di morte, sicché si può affermare che la nostra redenzione si compì secondo una certa “ricapitolazione”, per cui il genere umano, assoggettato alla morte per causa di una vergine, si salva anche per mezzo di una Vergine...[103]
Nella Professio Fidei o “Credo del Popolo di Dio” del 30 giugno 1968, il papa Paolo VI unisce i temi strettamente connessi di “Socia del Redentore” e di “Nuova Eva” nel formulare la fede della Chiesa nella Vergine Maria:
Associata ai misteri della incarnazione e della redenzione con un vincolo stretto ed indissolubile, la Vergine Santissima, l’Immacolata, «al termine della sua vita terrena è stata elevata in corpo e anima alla gloria celeste» e configurata a suo Figlio risorto, anticipando la sorte futura di tutti i giusti; e noi crediamo che la Madre santissima di Dio, nuova Eva, “Madre della Chiesa”, «continua in cielo il suo ufficio materno» riguardo ai membri di Cristo, «cooperando alla nascita e allo sviluppo della vita divina nelle anime dei redenti»[104].
Questo articolo è davvero un capolavoro di sintesi dei principali dogmi mariani, cioè della Maternità divina, della Verginità perpetua, della Concezione Immacolata, dell’Assunzione al cielo, mentre sottolinea, allo stesso tempo, la Maternità spirituale di Maria ed i suoi ruoli corredentivo e mediativo.
Infine, notiamo una garbata allusione che Paolo VI fa al tema della “Nuova Eva” nell’Esortazione Apostolica Marialis Cultus del 2 febbraio 1974, affermando che «Maria, la Donna Nuova, è accanto a Cristo, l’Uomo nuovo, nel cui mistero solamente trova vera luce il mistero dell’uomo»[105].
Al principio di questo lavoro abbiamo già preso in considerazione la catechesi del papa Giovanni Paolo II sulla collaborazione di Maria all’opera della nostra Redenzione, del 25 ottobre 1995, la quale dà rilievo alle intuizioni fondamentali dei Santi Padri e specialmente di Sant’Ireneo[106] su Maria come antagonista di Eva:
Alla fine del secondo secolo sant’Ireneo, discepolo di Policarpo, pone già in evidenza il contributo di Maria all’opera della salvezza. Egli ha compreso il valore del consenso di Maria al momento dell’Annunciazione, riconoscendo nell’obbedienza e nella fede della Vergine di Nazaret al messaggio dell’angelo l’antitesi perfetta della disobbedienza e dell’incredulità di Eva, con un effetto benefico sul destino dell’umanità. Infatti come Eva ha causato la morte, così Maria, col suo «sì», è divenuta “causa di salvezza” per se stessa e per tutti gli uomini (cfr Adv. Haer. 3.22,4; SC 211,441)[107].
Il 22 giugno 1994 nel discorso per l’udienza generale il Santo Padre, riflettendo sul testo di Genesi 2,4-25, fa questi commenti su Maria come la Nuova Eva[108], “la prima alleata di Dio”:
Ma dal testo successivo della Genesi risulta altresì che nel disegno divino la cooperazione del uomo e della donna doveva attuarsi, su un piano superiore, nella prospettiva dell’associazione del nuovo Adamo e della nuova Eva. Infatti nel protovengelo (cfr Gn 3,15) l’inimicizia viene stabilita fra il demonio e la donna. Prima nemica del maligno, la donna è la prima alleata di Dio (cfr Mulieris Dignitatem, n. 1). In quella donna possiamo riconoscere, alla luce del Vangelo, la Vergine Maria. [...]
Maria viene, inoltre, impegnata nell’alleanza definitiva di Dio con l’umanità, alla venuta del Salvatore. Questo ruolo supera tutte le rivendicazioni anche più recenti dei diritti della donna: Maria è intervenuta in modo sovreminente ed umanamente impensabile nella storia dell’umanità, e con il suo consenso ha contribuito alla trasformazione di tutto il destino umano.
Ancora: Maria ha cooperato allo sviluppo della missione di Gesù, sia col darlo alla luce, allevarlo, stargli accanto negli ultimi anni della vita nascosta; sia poi, durante gli anni del ministero pubblico, col sostenerne in modo discreto l’azione, a cominciare da Cana, dove ottenne la prima manifestazione del potere miracoloso del Salvatore: come dice il Concilio, fu Maria che «indusse, con la sua intercessione, Gesù Messia a dare inizio ai miracoli» (Lumen Gentium, n. 58).
Soprattutto, Maria ha cooperato con Cristo all’opera redentrice, non solo preparando Gesù alla sua missione, ma anche unendosi al suo sacrificio per la salvezza di tutti (cfr Mulieris Dignitatem, nn. 3-5)[109].
Nella citazione suddetta il papa Giovanni Paolo II chiama Maria “prima alleata di Dio”. Nell’originale italiano, in cui egli fa questa riflessione, si può fare forse più immediatamente il collegamento tra questa parola e la parola alleanza, che vuol dire patto. Con il suo fiat Maria, parlando a nome di tutta l’umanità, è entrata in alleanza con Dio, la nuova alleanza che sarà sigillata nel sangue di Gesù. Ascoltiamo come il Santo Padre prosegue nello sviluppo di questa idea nel discorso per l’udienza generale del 24 gennaio 1996, nel quale commentava il versetto di Genesi 3,15, «Io porrò inimicizia tra te e la donna»:
Le parole del Protovangelo rivelano, inoltre, il singolare destino della donna che, pur avendo preceduto l’uomo nel cedere alla tentazione del serpente, diventa poi, in virtù del piano divino, la prima alleata di Dio. Eva era stata l’alleata del serpente per trascinare l’uomo nel peccato. Dio annuncia che, capovolgendo questa situazione, Egli farà della donna la nemica del serpente. ...
Chi è questa donna? Il testo biblico non riferisce il suo nome personale, ma lascia intravedere una donna nuova, voluta da Dio per riparare la caduta di Eva: ella è chiamata, infatti, a restaurare il ruolo e la dignità della donna e a contribuire al cambiamento del destino dell’umanità, collaborando mediante la sua missione materna alla vittoria divina su satana.
Alla luce del Nuovo Testamento e della tradizione della Chiesa, sappiamo che la donna nuova annunciata dal Protovangelo è Maria, e riconosciamo nella sua “stirpe” (Gn 3,15) il figlio, Gesù, trionfatore nel mistero della Pasqua sul potere di satana.
Osserviamo altresì che l’inimicizia, posta da Dio fra il serpente e la donna, si realizza in Maria in duplice modo. Alleata perfetta di Dio e nemica del diavolo, ella fu sottratta completamente al dominio di satana nell’immacolato concepimento, quando fu plasmata nella grazia dallo Spirito Santo e preservata da ogni macchia di peccato. Inoltre, associata all’opera salvifica del Figlio, Maria è stata pienamente coinvolta nella lotta contro lo spirito del male.
Così, i titoli di Immacolata Concezione e di Cooperatrice del Redentore, attribuiti dalla fede della Chiesa a Maria per proclamare la sua bellezza spirituale e la sua intima partecipazione all’opera mirabile della redenzione, manifestano l’opposizione irriducibile fra il serpente e la nuova Eva[110].
Qui, ancora una volta, l’insegnamento del papa Giovanni Paolo II ci presenta, in un modo appropriato di riassumere, il magistero dei suoi predecessori. Egli identifica chiaramente Maria come la “donna” del Genesi e quindi «la nuova Eva». La definisce inoltre come «alleata perfetta di Dio e nemica del diavolo», «Cooperatrice del Redentore». L’intera esposizione pone un forte accento sul ruolo corredentivo di Maria, che è quello di «contribuire a cambiare il destino dell’umanità, cooperando attraverso la sua materna missione alla vittoria di Dio su Satana». In questo contesto la Sua Immacolata Concezione non è vista come un mero ornamento personale, ma come rimozione dalla dominazione di Satana proprio affinché Ella possa essere pienamente «associata all’opera salvifica del Figlio ... nella lotta contro lo spirito del male».
IV. Partecipazione attiva di Maria
al sacrificio del Calvario
Ora procediamo a considerare l’apice dell’attività corredentiva della Madonna, ossia la Sua partecipazione alla Passione e Morte del Suo Figlio. Il papa Giovanni Paolo II, nella catechesi molto significativa fatta il 25 ottobre 1995, ci fornisce una visione generale della crescita dell’intuizione della Chiesa sulla partecipazione attiva di Maria alla Redenzione. Egli commenta che l’intuizione di Ireneo che Maria, «con il Suo “sì”, divenne “causa di salvezza” per se stessa e per tutti gli uomini» non fu
sviluppata in modo organico e abituale dagli altri Padri della Chiesa.
Tale dottrina, invece, viene sistematicamente elaborata per la prima volta, alla fine del decimo secolo, nella Vita di Maria di un monaco bizantino, Giovanni Geometra[111]. Maria è qui unita a Cristo in tutta l’opera redentrice partecipando, secondo il piano divino, alla Croce e soffrendo per la nostra salvezza. Ella è rimasta unita al Figlio «in ogni azione, atteggiamento e volontà» (Vita di Maria, Bol. 196, f. 122 v.)[112].
La stabile unione con Gesù «in ogni azione, atteggiamento e volontà» è un dato che la Chiesa giunse a comprendere sempre più chiaramente con il passare del tempo, mentre continuava a meditare sulla persona e sul ruolo di Maria sotto la guida dello Spirito Santo. Giovanni Geometra sembra essere stato il primo a lasciarci considerazioni scritte sul vincolo inscindibile fra Gesù e Maria nell’opera della nostra salvezza. Egli afferma esplicitamente che «la Vergine, dopo aver dato alla luce il suo Figlio, non fu mai separata da Lui nella sua attività, nelle sue disposizioni, nella sua volontà»[113]. Questo implica ovviamente il volontario consenso di Maria (1) al sacrificio del Figlio, ciò che implica anche, di necessità, (2) il sacrificio di se stessa in unione con lui. Sebbene nelle sottosezioni seguenti farò una distinzione logica tra queste due offerte, in realtà esse furono simultanee ed i testi papali che citerò le tratteranno in questo modo.
A. L’Offerta della Vittima
Sotto la guida dello Spirito Santo la Chiesa è giunta a capire con sempre maggior convinzione che il “fiat” di Maria al momento dell’Annunciazione sbocciò nel Suo “fiat” sotto la Croce, e che il Suo consenso all’offerta del sacrificio del Figlio costituì da parte sua una reale offerta del sacrificio. Ecco un testo di capitale importanza dalla Lettera Enciclica di Leone XIII Iucunda Semper, dell’8 settembre 1874, che associa questi due “fiat”:
Quando lei, infatti, si diede come ancella a Dio per l’ufficio di Madre sua, e quando tutta a lui si offerse, insieme col Figlio, nel tempio, già fin d’allora ella fu unita al figlio nella dolorosa espiazione in favore del genere umano. È perciò certo che, anche per questo motivo, Maria, durante gli acerbissimi dolori e tormenti del Figlio soffrì nell’anima sua, assieme a lui. del resto, alla sua presenza, e sotto i suoi occhi, doveva consumarsi quel divin sacrificio, per il quale ella medesima aveva, con parte di se stessa, allevata generosamente la vittima; la quale, con un sentimento di amore immenso per noi, al fine di accoglierci in figli, offrì ella stessa spontaneamente alla giustizia divina il Figlio suo, e con lui soffrì la morte nel cuore, trafitta dalla spada del dolore[114].
Ciò che desidero qui mettere in rilievo è che Leone XIII collega i due “fiat” per mezzo della presentazione di Gesù al tempio (Lc 2,22-24), che è vista come un’anticipazione della sua presentazione sulla Croce. Egli parla esplicitamente di Maria come Colei che «aveva generosamente allevato la vittima» e che «(la) offrì alla giustizia divina».
Il papa San Pio X prosegue sulla stessa linea, ma con una concisione ancora maggiore, nella Lettera Enciclica Ad Diem Illum del 2 febbraio 1904:
Alla santissima Madre di Dio non spetta soltanto la lode di aver fornito «la materia della sua carne al Figlio unico di Dio che doveva nascere con membra umane», e di aver così preparato una vittima per la salvezza degli uomini, ella dovette anche custodire quella vittima, nutrirla e collocarla, nel giorno stabilito, sull’altare[115].