Natale  del  Signore

 

           Oggi la Chiesa è tutta in festa e il nostro cuore trabocca di gioia. Qual è il motivo di tanta gioia? Abbiamo ascoltato dal Vangelo le parole che l’Angelo rivolge ai pastori “vi annunzio una grande gioia: è nato per voi il Salvatore” ( Lc 2,11). Ecco il motivo della nostra gioia: oggi è Natale. Oggi è nato Gesù. Oggi il Messia promesso e atteso da secoli è nato a Betlemme. Quest’annuncio, da quella notte santa, come un’eco, viene ripetuto da secoli ed è giunto fino a noi. Molti non conoscono questa notizia. Altri non ci pensano o non vogliono ricordarla, mentre invece riguarda un fatto talmente straordinario che sorpassa ogni altro avvenimento. La nascita di Gesù è un mistero ineffabile. E’ la suprema manifestazione del suo amore e immenso è il bene che l’uomo ne ha ricevuto: la salvezza, la remissione dei peccati, l’amicizia di Dio e una vita eterna di felicità.

          Forse qualcuno si chiederà: quale interesse ha per noi, oggi, la nascita di Gesù avvenuta tanti secoli fa? Basta ascoltare l’Angelo: “Oggi è nato un Salvatore per voi” ( Lc 2,11). Ogni cristiano può dire: Gesù è nato per me. Dio è venuto per incontrarsi con me, per salvare me. Quale gioia sapere che noi siamo amati da Lui, che siamo l’oggetto della sua venuta! Quale conforto per me sapere che Gesù mi conosce, viene a cercarmi e mi ama!        

          Il Vangelo della notte di Natale ci racconta, con grande semplicità, come avvenne la nascita di Gesù. S. Giuseppe e la Vergine Maria, dopo un lungo viaggio, giungono a Betlemme e, non avendo trovato posto dove alloggiare, si fermano in una delle grotte nei pressi di Betlemme. E proprio in quella grotta si compì il più grande avvenimento della storia: “Ora mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto” (Lc 2,6). Accanto a S. Giuseppe la Vergine Madre è tutta assorta nella contemplazione dei divini misteri. Pensiamo a quale estasi di amore fu rapita quando “diede alla luce il suo figlio” rimanendo intatta nella sua verginità, e quando potè vedere, baciare e stringere al suo Cuore il Verbo di Dio fatto suo Figlio; con quanto amore lo avvolse “in fasce e lo depose in una mangiatoia” (Lc 2,6-7). Rivolgiamoci a Lei e chiediamole la grazia di celebrare anche noi il Natale con un cuore simile al suo: umile, povero, puro e distaccato dalle cose di questo mondo, soprattutto dal peccato, che è l’unico ostacolo alla venuta di Gesù dentro di noi.

          Continua il Vangelo che “appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo” (Lc 2,15), i pastori si misero in cammino “senza indugio” verso Betlemme dove trovarono, come l’Angelo aveva loro detto: “il bambino che giaceva nella mangiatoia” (Lc 2,16). Andiamo anche noi, insieme ai pastori, a Betlemme, entriamo nella grotta con loro, avviciniamoci alla mangiatoia e prostriamoci in adorazione dinanzi a quel Bambino che la nostra fede ci fa riconoscere come il Figlio di Dio e nostro Salvatore. Contemplando il sublime mistero che si apre ai nostri occhi, in quei panni, in quella grotta, in quella mangiatoia, in quelle circostanze di estrema povertà della sua nascita ammiriamo la follia di amore del Verbo Eterno che annienta se stesso per noi. L’amore di Dio si spinge fino a cercare l’uomo nella sua miseria. L’uomo aveva peccato; ma Dio, per salvarlo, ha voluto chinarsi su di lui, si è spogliato della sua gloria e della sua maestà, ha nascosto tutti i segni della sua divinità, ha voluto annientarsi prendendo un corpo come il nostro e scegliendo tra gli uomini la condizione più umile e povera. Si tratta di un abisso di amore soprannaturale che la ragione umana non può comprendere, solo la fede può penetrarlo.

          Insieme ai pastori, sostiamo ancora in quella grotta, dove tutto ci parla di umiltà, di povertà, di obbedienza, di amore divino. Dinanzi a quella mangiatoia restiamo stupefatti e senza parole pensando al modo come Gesù si è presentato al mondo: debole, piccolo, indifeso, nell’oscurità, nel silenzio e nella più estrema povertà. Non ha voluto nascere nel tepore di una casa o in uno degli alberghi di Betlemme, ma ha voluto per reggia una squallida grotta e una mangiatoia come trono regale. Quanta povertà intorno a Gesù! Poveri i suoi genitori, poveri i pastori, suoi cortigiani e primi adoratori. Ovunque in quella gelida grotta risplende la povertà regale voluta e amata dal Figlio di Dio. Anche i segni dati dall’Angelo ai pastori per riconoscere il neonato Re sono regali: l’estrema debolezza di un bambino e l’estremo obbrobio di una mangiatoia: “troverete un bambino che giace in una mangiatoia” (Lc 2,12). Bastano queste indicazioni per non sbagliare. Poteva il Figlio di Dio darci segni di un amore più grande? Poteva venire al mondo in modo più umile, più povero e più debole? Quanti insegnamenti ci vengono da quella grotta e da quella mangiatoia!

          P. Pio da Pietrelcina sentiva e viveva in modo tutto particolare il mistero della nascita di Gesù. In una breve ma accorata meditazione sul Natale (Epist. IV, 865-872) esclama con commozione: “Quali e quanti non sono, o cristiani, gl’insegnamenti che si partono dalla grotta di Betlemme! Oh come deve sentirsi acceso il cuore di amore per colui che tutto tenerezza si è fatto per noi! Oh come dovremmo ardere del desiderio di condurre il mondo tutto a quest’umile grotta, perché trono e dimora di Dio!”. P. Pio ci insegna che per celebrare veramente il Natale, dobbiamo seguire l’esempio mirabile del Bambino Gesù, dobbiamo cioè “rivestirci di umiltà, perché solo con questa virtù possiamo gustare questo mistero”; inoltre, come il Figlio di Dio è “disceso tra noi nella più grande abiezione”, e si circonda di “povertà, umiltà, abiezione, disprezzo, oscurità”, così anche noi dobbiamo “ amare la povertà e … disprezzare tutto ciò che il mondo ama e cerca”.

          Accogliamo l’invito di P. Pio e “prostriamoci innanzi al presepe; … offriamo (a Gesù) tutto il nostro cuore senza riserva, e promettiamogli di seguire gli insegnamenti che giungono a noi dalla grotta di Betlemme che ci predicano essere tutto quaggiù vanità delle vanità, non altro che vanità”

Back