Domenica  II  dopo  Natale

         La liturgia della seconda domenica dopo Natale invita il cristiano a una riflessione più approfondita sul mistero del Verbo di Dio fatto uomo. Come la Madre di Gesù tornava, con stupore sempre nuovo, al ricordo degli avvenimenti del primo Natale, così anche noi, oggi, vogliamo tornare a Betlemme, sostare ancora una volta davanti al Bambino e, illuminati dalla luce della fede, chiederci: quale ineffabile mistero nasconde la nascita di Gesù? Chi è quel Bambino che vediamo giacere nella mangiatoia povero, debole e bisognoso di tutto? Qual è la sua origine?

“In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio” (Gv 1,1): così risponde la pagina stupenda del Vangelo odierno. Con questa frase scultorea e profondamente teologica, S. Giovanni  ci rivela che quel Bambino è il “Verbo”, cioè il Pensiero e la Parola del Padre. Egli era, “in principio” , sempre presente nella mente del Padre. Le sue origini perciò vanno oltre il tempo, risalgono all’eternità di Dio. Distinto dal Padre, il Verbo è tuttavia eterno come il Padre; con Lui infatti condivide la pienezza della divinità, e in Lui trova tutta la compiacenza di amore e di vita. Dio ha compiuto ogni cosa per mezzo del “Verbo”, allo stesso modo, per mezzo di Lui, nella pienezza dei tempi, realizza l’opera più grande, quella della redenzione.

E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Con queste semplici parole S. Giovanni ci introduce nel mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio. E’ il punto culminante del Vangelo: il Verbo, inviato dal Padre, entra nel tempo, viene ad abitare in mezzo a noi, assume la nostra natura umana per comunicare all’uomo l’intimità della sua vita divina. S. Giovanni è il testimone oculare di questo mistero: ha contemplato il “Verbo” con i suoi occhi, ha visto “la sua gloria” sul Tabor e dopo la Risurrezione e ora ne rende testimonianza, perché tutti credano in Gesù, Verbo incarnato e lo accolgano.

Purtroppo, come ai tempi di Gesù, anche oggi, c’è ancora chi rifiuta di accogliere Dio e si ostina a chiudere gli occhi di fronte a Cristo “luce degli uomini;… luce che splende nelle tenebre” (Gv 1,5). E questo è il dramma che si svolge ogni giorno. Tuttavia, continua il Vangelo di oggi: “A quanti però l’hanno accolto,  ha dato potere di diventare figli di Dio” perché “da Dio sono stati generati” (Gv 1,12). Ecco, in definitiva, la ragione ultima della venuta di Dio in mezzo a noi e di tutto il mistero della salvezza: rendere l’uomo figlio di Dio. E’ questa una realtà così incredibile per la mente dell’uomo da sembrare impensabile e assurda. S. Alfonso, infatti, osserva che essa supera di molto anche l’immaginazione delle antiche mitologie. Solo Dio può arrivare a tanto.

Quale grazia inestimabile ci è stata concessa: essere figli di Dio! Non riusciremo a ringraziare mai abbastanza Gesù di questo dono ineffabile! E’ il primo e il più grande frutto della redenzione che abbiamo ricevuto. Chi non sa di essere figlio di Dio, ignora la più importante delle verità che lo riguardano. Dalla conoscenza di questa verità, infatti, dipende tutto il nostro orientamento cristiano. Da essa impareremo a rispettare gli uomini come nostri fratelli, ad affrontare serenamente le avversità, anche le più difficili, ad abbandonarci con filiale confidenza alla bontà del Padre celeste, convinti che Egli ci aiuterà e ci verrà incontro nelle necessità.

Ma non dimentichiamoci che la realtà presente e futura della figliolanza divina è condizionata al nostro impegno. S. Pio da Pietrelcina, così scrive a una figlia spirituale: Vedete, sorella mia, quanta è grande la nostra dignità”. Allo stesso tempo ci ricorda che il dono della figliolanza divina può essere mantenuto solo “a condizione che conserviamo la grazia santificante”. Quale rovina invece porta all’anima la perdita della grazia santificante! Non solo perdiamo la dignità di figli di Dio, ma ci degradiamo a un livello inferiore a quello delle bestie: ma ahimè – esclama P. Pio -  quanto si diviene abbietti allorché si perde tal grazia: la nostra abiezione è inferiore, sarei per dire, a quella delle bestie del campo”. Chi opera questa distruzione nell’anima? E’ il peccato. Con esso si perde Dio e ogni altro bene. Infatti: “Tutto sparisce, tutto si cancella davanti al peccato”, conclude il Santo.

In un bellissimo discorso sul Natale, S. Leone Magno esorta il cristiano a ricordare spesso il grande dono ricevuto: “Riconosci, cristiano, la tua dignità”,  e a vivere in maniera conforme a tale dignità e perciò,  “a deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, … a  non sottometterci di nuovo alla schiavitù del demonio…e a non voler tornare all’abiezione di un tempo con una condotta indegna…”.  Scrive S. Ippolito: “Se tu ti farai docile ai suoi comandi, e diventerai buono come lui, sarai simile a lui, che per la sua gloria ha fatto di te un dio”.

Ascoltiamo e seguiamo l’invito dei santi. Decidiamo oggi di romperla  definitivamente con i nostri peccati e di non lasciarci mai più lusingare e sedurre dalla vanità delle cose di questo mondo. La Madonna ci aiuti a non dimenticare in nessun momento della giornata che siamo veri figli di Dio e figli suoi, e a vivere a misura dell’altissima dignità che abbiamo ricevuto.

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