QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA
La Chiesa, con l’avvicinarsi della Settimana Santa, centro e culmine di tutta la Quaresima, ci invita a volgere lo sguardo a Gesù “trafitto” e “innalzato” sulla croce per farci penetrare più profondamente nell’abisso di quel mistero ineffabile che è l’amore di Dio per gli uomini, e da cui proviene tutto il nostro bene: la vita divina, la salvezza, il perdono. Il tema dell’amore di Dio, spesso ricorrente in tutta la storia della salvezza, è il punto centrale anche della Liturgia di questa domenica. C’è un aspetto “nuovo” però che le letture di oggi mettono in evidenza: la “straordinaria ricchezza della misericordia di Dio che non si arresta dinanzi ai continui tradimenti dell’uomo, bensì continua ad amarlo, a perdonarlo e a condurlo a salvezza.
La grandezza della divina misericordia risuona nella prima lettura di questa domenica come un messaggio di speranza e di consolazione. Dopo numerosi richiami alla fedeltà, a cui il popolo rispondono moltiplicando le sue iniquità, Dio è costretto a punire il popolo, come ultima risorsa del suo amore, permettendo la distruzione del Tempio e la deportazione del popolo in esilio a Babilonia. Dio però non lo abbandona. Egli ricorre al castigo per indurlo a un cambiamento di vita: il tempio, infatti, verrà riedificato, la schiavitù babilonese cesserà e Israele tornerà nella sua patria. In un lettera, S. Pio da Pietrelcina mette in risalto l’aspetto paterno e misericordioso della bontà di Dio verso una figlia spirituale e le dice: “ammira la bontà del Padre celeste, che nonostante la tua mal corrispondenza alle di lui paterne attrattive, pure egli non volle rigettarti, ma con premurose sollecitudini volle vincere la tua durezza…” (Ep III, p. 987).
La seconda lettura della S. Messa odierna evidenzia la “gratuità” dell’amore di Dio. Scrive infatti S. Paolo che la grandezza della misericordia con cui Dio ci ha amati è una grazia che “non viene da noi.. né viene dalle opere” (Ef 2,8-9), ma è un dono assolutamente gratuito, che viene dall’infinita misericordia di Dio e che nessuna creatura poteva mai sperare, né meritare.
L’insegnamento dell’odierna Liturgia sull’amore di Dio raggiunge il suo culmine nella pagina del Vangelo, in quanto ci fa comprendere il significato profondo dell’agire di Dio nella storia dell’uomo. “Dio infatti ha tanto amato il mondo – dice S. Giovanni – da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Queste commoventi parole contengono la spiegazione profonda e ultima della morte di Gesù in croce. Dio si è spinto fino a questo atto supremo di amore: anziché punire l’uomo per le sue iniquità, ha consegnato alla morte di croce il proprio Figlio unigenito per la salvezza del mondo. Gesù infatti sarà “innalzato”, come il serpente di bronzo nel deserto, perché chiunque si volgerà verso di Lui e lo “guarderà” con fede, sarà salvo.
Nella seconda parte del Vangelo, S. Giovanni afferma che ci sarà un giudizio sull’uomo, già su questa terra, ma non sarà Gesù a pronunciarlo, perché questi fu mandato dal Padre “non per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (3,17). Il giudizio sarà pronunciato dall’uomo stesso. Gesù “innalzato” sulla croce infatti non è soltanto la prova più grande di amore che Dio offre al mondo, ma è anche il “segno di contraddizione” per quelli che crederanno in Lui e si salveranno, e per quelli che lo rifiuteranno e non si salveranno. Davanti a questo “segno” dell’amore di Dio, l’uomo è chiamato a dare la sua risposta di fede, liberamente. Sarà lui stesso a scegliere la salvezza o la propria condanna, accettando o rifiutando il “segno” di Dio e la grandezza del suo amore. Se gli uomini chiudono volontariamente gli occhi alla luce, non possono attribuire alla luce la colpa della loro cecità! Afferma infatti S. Giovanni: “Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è stato già condannato” (Gv 3,18).
Colpisce profondamente il modo con cui Dio riversa sull'uomo i torrenti del suo amore misericordioso. Come mai l'uomo ancora oggi continua a compiere delitti, nefandezze e cattiverie di ogni genere? Perché non conosce l'immensità dell'amore con cui Dio lo ama. Per imparare a conoscerlo, la Chiesa ci invita a volgere lo sguardo a Gesù crocifisso, soprattutto in questi giorni di Quaresima. I segni di quelle piaghe parleranno anche al nostro cuore e non ci lasceranno indifferenti. Meditando davanti al Crocifisso, molti hanno trovato la strada della vera conversione e della santità. Dopo la morte di S. Bonaventura, fu trovato nella sua stanza un crocifisso consumato di baci e di lacrime. Davanti a quel crocifisso, il Santo attinse i tesori del suo sapere e scrisse, in ginocchio, le sue opere più belle di Teologia. Dal nostro sguardo di fede sul crocifisso può dipendere il pentimento sincero dei nostri peccati, la nostra vera conversione e la nostra rinascita spirituale. Troviamo il tempo per rimanere a lungo di fronte a Lui e promettiamogli di non essere sordi ai richiami di Dio, di non lasciarci dominare dalle passioni e, soprattutto, di non rifiutare mai, con la gravità dei nostri peccati, la generosità dell’amore di Dio. Il periodo della nostra vita è il tempo della misericordia, ma stiamo attenti a non abusarne, pensando che Dio comunque ci perdonerà. E’ un grave errore e un sottile inganno del maligno. Dio ci invita “oggi” alla conversione. Non rinviamola a un “domani” che, forse, non verrà mai.