QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA
Siamo giunti alla quinta e ultima domenica di Quaresima. Nella pagina stupenda del Vangelo di oggi, Gesú parla dell’imminenza della sua morte con parole commoventi e drammatiche che costituiscono il culmine della rivelazione divina. Con l’avvicinarsi della Pasqua ebraica. Gesú, insieme ai suoi apostoli, sale verso Gerusalemme per partecipare a quella che sará la sua ultima Pasqua. Tra quelli venuti per la festa, ci sono anche alcuni Greci. Sono in cerca di Gesù. Si avvicinano a Filippo e gli chiedono: “Signore, vogliamo conoscere Gesù” (Gv 12,21).
Stupisce profondamente questo gruppo di pagani! Mentre i Giudei tramano come catturare Gesù e mandarlo a morte, raggiungendo così il culmine dell’odio e dell’incredulità contro di Lui, questi pagani esprimono il profondo e sincero desiderio di conoscerlo. E Gesù non delude la loro attesa, anzi coglie l’occasione per rivelare l’aspetto piú profondo del suo mistero di Messia e di Redentore “E’ giunta l’ora - risponde Gesù - che il Figlio dell’uomo sia glorificato” (Gv 12,22) L’ “ora” di cui parla Gesù è quella della sua Passione, Morte e Risurrezione. E’ l’ “ora” lungamente attesa in cui Egli darà la vita per la salvezza del mondo e restituirà tutta la gloria al Padre che l’uomo gli aveva sottratto con secoli di peccato. La morte di Gesù sarà sorgente di salvezza per il mondo intero e via di comunicazione della sua vita divina agli uomini; sarà il momento della distruzione del regno di satana e della liberazione delle anime sottomesse al suo potere: “Ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori.- afferma Gesù – E io quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (ivi, 12,31-32).
Ma nonostante l’ardente desiderio di offrire al più presto la propria vita per noi, Gesù è turbato profondamente, sentendo ormai vicino il momento della sua morte, esclama: “Ora l’anima mia è turbata” (ivi, 12,27). Queste parole di Gesù esprimono tutta l’angoscia del suo cuore e l’orrore della sua sensibilissima umanità di fronte all’atrocità delle sofferenze che l’aspettano. Le parole di Gesù ci ricordano l’accorata preghiera rivolta al Padre durante la sua agonia: “Padre mio, se è possibile, allontana da me questo calice!” (Mt 26,39) e il brano della seconda lettura di questa domenica: “Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo dalla morte” (Eb 5,7). Tuttavia dinanzi alla sua “ora” estrema, carica di sofferenze, non si sottrae, non fugge, ma va incontro ad essa accettando pienamente la volontà del Padre: “E che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre glorifica il tuo nome” (Gv 12,27). Quale grande insegnamento ci offre Gesù!
Il “Calvario” è un’esperienza di vita che tutti, prima o poi, dobbiamo fare. Per tutti infatti arrivano quei momenti difficili in cui il calice della sofferenza diventa più amaro e inaccettabile: una grave malattia, la perdita del lavoro o di una persona cara, una tragedia in famiglia. Quando lo spettro della croce si profila dinanzi a noi e ne avvertiamo l’angoscia e la paura, alziamo il nostro sguardo a Colui che ha assaporato tutta l’amarezza delle nostre ingratitudini e sopportato tutto il peso dei nostri peccati fino a rimanerne schiacciato. Egli ci insegna ad accettare anche le sofferenze più grandi con la fiducia di chi sa che dietro ogni dolore c’è il cuore di un Padre che ci ama e che attraverso la sofferenza, vuole purificarci e farci più simili a Lui. “Gesù ti presenta una croce molto pesante, - scrive S. Pio da Pietrelcina a un suo figlio spirituale - sì, ma non perderti d’animo: la croce di Gesù fu di molto più pesante; non temere, egli è vicinissimo a te, e ti guarda; è lì per alleviarti i dolori e tu lui invoca nei pericoli” (Epistolario IV, p. 696).
Come è diverso invece il nostro comportamento! Pensiamo alle tante occasioni in cui, dinanzi alle croci, anche se piccole e insignificanti, non siamo capaci di accettarle e ci ribelliamo. Pensando alle sofferenze di Gesù, al dolore che gli è costato la nostra salvezza e a quale prezzo ci ha liberati dai nostri peccati, come dovremmo essergli riconoscenti ed essere disposti a ogni sacrificio per ricambiargli l’amore con cui ci ha amati! P. Pio ci insegna che l’amore vero è quello che passa attraverso il dolore e la sofferenza; è sulla croce che impariamo ad amare. “Sul monte Calvario - scrive ancora il Santo - risiedono i cuori che lo Sposo celeste favorisce del suo divino amore. Oh quanto devi stimarti felice, se ti sforzerai di dimorarvi sempre, fedelmente e amorosamente per adorare su questo monte Gesù crocifisso”. Infatti, nella pagina odierna del Vangelo, Gesù dichiara che per essere suoi discepoli bisogna seguire il suo esempio. Se il cristiano perciò vuole salvarsi l’anima e raggiungere la salvezza eterna deve “perdere” la sua vita, deve cioè ogni giorno “morire” al peccato, alle passioni, ai vizi e soprattutto a se stesso, come il chicco di grano che per produrre frutti abbondanti deve prima cadere in terra, dissolversi e morire.
Terminiamo con un pensiero di P. Pio che è di augurio per tutti noi: “Maria, la Madre di Gesù e la Madre nostra, vi dia intelligenza di tutto ciò che racchiude il gran segreto del dolore, cristianamente sopportato, ed essa ancora vi ottenga tutta quella forza per poter ascendere sino alla vetta del Calvario, carica della propria croce” (Epistolario II, p. 470).