DOMENICA QUINTA DEL TEMPO ORDINARIO
Il Vangelo di questa domenica, la quinta del tempo ordinario, ci introduce nella vita quotidiana di Gesù, permettendoci di conoscere concretamente lo svolgimento delle attività in una delle sue abituali giornate apostoliche. Gli episodi descritti sono ricchi di insegnamenti di cui, uno dei più significativi, è quello sulla preghiera. Racconta il Vangelo che Gesù “al mattino si alzò quando era ancora buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava” (Mc 1,35). E’ un quadro bellissimo quello che il Vangelo ci presenta: Gesù a colloquio con il Padre! Dopo una giornata di intenso lavoro apostolico, Gesù si raccoglie nella solitudine e prega il Padre, riversando in Lui tutta la tenerezza del suo amore. Sono le ore più belle della sua giornata, i momenti più intimi e suggestivi, fatti di conversazione amorosa e di filiale confidenza col suo Padre diletto.
Con il suo esempio Gesù ci insegna che la preghiera deve occupare un posto primario e fondamentale nella nostra vita. Ogni cristiano, perciò, deve consacrare qualche parte della giornata esclusivamente ad essa. Se Gesù, pur essendo sempre unito al Padre, avverte il bisogno di dedicare alla preghiera un lungo periodo di tempo, a volte anche tutta la notte, tanto più noi, povere creature, dobbiamo sentirne il bisogno e l’urgenza. Gesù, inoltre, ci insegna che la preghiera è un rapporto filiale con Dio, e che per elevare il cuore e la mente a Lui bisogna distaccarsi dalle cose che ci circondano. E noi, quale importanza diamo alla preghiera? Dedichiamo ad essa ogni giorno un po’ del nostro tempo? E se preghiamo, ci impegniamo a pregare bene, mettendo da parte le preoccupazioni, le distrazioni e i pensieri inutili? Ricordiamoci che la preghiera è indispensabile e che senza di essa la nostra vita spirituale a poco a poco si spegne. Riguardo alla preghiera, S. Pio da Pietrelcina ci offre un esempio davvero mirabile. Coloro che lo hanno conosciuto affermano che era edificante vederlo ovunque sempre raccolto in preghiera, soprattutto nella recita del S. Rosario. La sua vita è stata una continua offerta di amore al Padre celeste e di implorante supplica per l’umanità. Quanto bene ha procurato alle anime con la sua fervente e incessante preghiera! Profonda e significativa è la definizione che il Santo dà alla preghiera: è “la vera scala che unisce la terra al cielo”. Essa fa “scomparire la distanza che passa tra l’uomo e Dio, e fa si chè Dio discende fino all’uomo e che l’uomo s’innalzi sino a Dio” (Ep III, 96).
Un altro quadro che emerge dalla giornata trascorsa da Gesù a Cafarnao è l’intensa attività apostolica, in particolare l’incontro con gli ammalati. “Venuta la sera - racconta il Vangelo odierno - dopo il tramonto del sole, gli portarono tutti i malati e gli indemoniati …(Egli) guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni” (Mc 32-34). Gesù di fronte alla sofferenza umana si fa medico e buon samaritano. I miracoli di guarigione da Lui compiuti manifestano non solo il suo potere divino sulle malattie e la sua solidarietà con la sofferenza umana, ma che Egli è il Salvatore di tutto l’uomo, ed è l’unico che può guarire l’umanità dalle malattie dell’anima, dal male più grave, quello spirituale del peccato. Gesù, quindi, è la risposta a quel profondo mistero dell’uomo che è il dolore. Nella prima lettura dell’odierna Liturgia Giobbe parla della vita dell’uomo come un susseguirsi di illusioni e di dolore, come “un soffio”, i cui giorni passano senza speranza.: “a me son toccati mesi d’illusione e notti di dolore mi sono state assegnate… Ricordati che un soffio è la mia vita” (7,3; 7,7). Giobbe è il simbolo dell’umanità angosciata e provata da ogni sorta di mali.
L’uomo, alla luce della sola ragione, non può comprendere né spiegare il mistero del dolore, per cui, dinanzi alla sofferenza, come Giobbe, si lamenta e si ribella. Solo Gesù ce ne ha dato la spiegazione. Egli ci ha rivelato che il male, il dolore, il pianto, la morte hanno avuto origine non da Dio ma dal peccato stesso dell’uomo. Anzi, nella sua infinita misericordia, Dio ha inviato suo Figlio in mezzo a noi per risollevare l’umanità dallo stato di sofferenza soprattutto morale e spirituale in cui era immersa. Alla luce della fede, oggi il cristiano sa che il dolore non è tanto punizione per il peccato dell’uomo, quanto amore che espia il peccato. Difatti, ogni sofferenza accettata per amore di Dio ha un valore incommensurabile, perchè diventa amore che salva e redime l’uomo dal peccato. Tutti i Santi hanno fatto a gara nel condividere i dolori del Martire divino e della Vergine Corredentrice. Per alcuni la partecipazione si è fatta anche visibile con l’impressione dei segni della Passione di Gesù sul loro corpo. L’amore ha spinto i Santi a bramare di patire sempre più, fino a considerare le sofferenze “i gioielli dello Sposo”, come le chiamava P. Pio da Pietrelcina .
Al termine di queste riflessioni chiediamoci: qual è la nostra partecipazione alle sofferenze di Gesù? Accettiamo con gioia le piccole croci di ogni giorno? Sappiamo fare del lavoro, dei nostri doveri, delle difficoltà che incontriamo un’offerta al Signore per il bene delle anime? Impariamo dall’esempio dei Santi che sono i benefattori più grandi dell’umanità. Essi ci insegnano che la preghiera incessante e la sofferenza accettata per amore sono i mezzi più efficaci per liberare l’uomo da ogni male, soprattutto da quello del peccato. Impegniamoci in questa missione seguendo l’esempio dei Santi e anche noi diventeremo lievito, sale, luce per la edificazione della nuova umanità del terzo millennio.