SESTA  DOMENICA  DEL  TEMPO  ORDINARIO

 Il Vangelo di questa domenica narra il commovente episodio della guarigione di un lebbroso. Il miracolo suscitò tanto stupore tra la gente che gli apostoli, con ogni probabilità, lo inserirono tra i temi preferiti delle loro catechesi. Infatti tre evangelisti lo narrano con abbondanza di particolari. La lebbra, ai tempi di Gesù, era ritenuta una malattia incurabile. Per timore del contagio, Mosè aveva prescritto nella Legge che il lebbroso doveva essere segregato dalla comunità e tenuto lontano dai luoghi abitati. Per farsi riconoscere da lontano, doveva portare “vesti strappate e il capo scoperto …e  gridare: Immondo! Immondo” (13,45). Nessuno doveva avvicinarlo, non solo per paura del contagio, ma anche per motivi religiosi, perché la lebbra era considerata un castigo di Dio per i peccati commessi. Chi toccava un lebbroso era considerato anch’egli immondo.

Il brano odierno del Vangelo si apre con la scena del lebbroso che va verso Gesù. Forse era giunta al suo orecchio la fama dei prodigi compiuti dal giovane Maestro di Nazareth. Un giorno che lo vide passare decise di incontrarlo. Era quella l’unica occasione della sua vita. Non poteva perderla. Perciò, invece di tenersi a debita distanza, si avvicina alla folla e compie un gesto ardito: si butta in ginocchio ai piedi di Gesù. Grande  fu lo stupore della gente dinanzi a quella scena commovente! Ora sono l’uno di fronte all’altro: Gesù e il lebbroso, il Creatore e la creatura, l’amore misericordioso e l’uomo malato che aspetta di essere guarito. Con una frase che è un capolavoro di preghiera il lebbroso supplica Gesù: “Se vuoi, puoi guarirmi!” (Mc 1,40). Non fa un lungo discorso, ma una breve, accorata, umile, fiduciosa supplica con cui egli riconosce Gesù come Dio e Signore ed esprime tutta l’angoscia del suo cuore. Quale grande fede splende nel povero lebbroso! Abbandonato dagli uomini, trova in Gesù l’unica speranza della sua esistenza. All’audace gesto del lebbroso, Gesù compie un gesto altrettanto audace: “ stese la mano e lo toccò” e, con il comando della sua parola divina, lo guarisce all’istante dicendo: “Lo voglio, guarisci” (Mc 1,41).

I Padri della Chiesa hanno visto nella lebbra un simbolo del peccato. Come la lebbra deforma e distrugge il corpo, così il peccato produce effetti devastanti nell’anima. Anzi il peccato è incomparabilmente peggiore della lebbra, perché mette in pericolo la sua salvezza eterna. La più grave sciagura per l’uomo non è la rovina del corpo, ma quella dell’anima. S. Francesco d’Assisi, nella sua sapienza soprannaturale, chiamava il corpo “fratello asino”.  Per tanti cristiani, invece, il corpo fa da padrone e viene assecondato in tutti i suoi capricci. Quanti soldi e quanto tempo vengono sciupati per l’eccessiva cura del corpo! Ma perché non abbiamo la stessa sollecitudine anche per l’anima? E’ da stolti preoccuparsi della salute del corpo, se poi l’anima, che è la parte più importante del nostro essere, è coperta dalla lebbra dei peccati.

            L’uomo, con le nuove scoperte della medicina, è riuscito a debellare quasi totalmente la  malattia della lebbra, ma non il peccato. Chi può sollevarci dalla nostra condizione di peccato e dal nostro stato di miseria spirituale è solo Dio. La scena del lebbroso di fronte a Gesù descrive mirabilmente la nostra reale condizione di peccatori, di deboli e povere creature, sempre bisognose dell’aiuto di Dio. Un passo importante per uscire dalla nostra situazione di peccato è di riconoscere umilmente la nostra miseria e, in secondo luogo, muoverci, metterci in cammino spirituale verso Colui che solo può aiutarci. Gesù, infatti, è il nostro Salvatore. Egli è venuto per salvarci. Egli è il Medico delle nostre anime e ha sempre il desiderio di guarirci dalle nostre debolezze. Per incontrarlo non dobbiamo attendere mesi o fare chissà quale lungo cammino, ma possiamo andare da Lui ogni volta che lo vogliamo. Dove possiamo incontrare Gesù?  Soprattutto nell’Eucaristia, nel Sacramento della sua Presenza reale, che contiene cioè tutto il suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità. E’ lì che lo troviamo, anche se nascosto sotto le apparenze del pane. Gesù è rimasto per sempre presente in mezzo a noi nell’Ostia santa, perché non ci manchi mai  il Pane divino, che fortifica la nostra debolezza e allevia la nostra solitudine. E’ lì che veniamo “toccati” da Lui, dalla sua grazia e veniamo guariti. E’ da quella sorgente che emana la forza divina che forma i santi. S. Pio da Pietrelcina afferma, infatti, che “la santissima eucaristia è il gran mezzo per aspirare alla perfezione” (Ep III, p. 282). Se vogliamo che l’Eucaristia diventi anche per noi forza nella nostra debolezza e pane salutare per il nostro cammino, dobbiamo accostarci ad essa con la stessa fede, con la stessa umiltà e fiducia del lebbroso, ripetendo spesso la sua bella preghiera:”Signore, se vuoi, puoi guarirmi”. Gesù non  mancherà di ascoltarci.

Concludiamo queste riflessioni con una bella esortazione di P. Pio: “Se ci sopraggiunge qualche languore di spirito, corriamo ai piedi di Gesù in sacramento e saremo indubbiamente rinvigoriti”. Accettiamo l’invito e preghiamo S. Pio perché comunichi al nostro cuore un po’ di quella fiamma struggente di amore che avvampava il suo cuore verso Gesù Eucaristia.

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