XXXI DOMENICA ANNO A
«Dicono e non fanno»
(sintesi e adattamento del Commento al Vangelo Anno A di G. Marchesi "Il Vangelo della salvezza")
Le letture della S. Messa odierna sono un forte richiamo per coloro che nella Chiesa hanno funzione di guide dottrinale, pastorale e spirituale (pastori, teologi, religiosi), a compiere bene il loro delicato ufficio, con fedeltà alla Parola di Dio , con zelo e con amore, senza badare a sacrifici e fatiche, senza ipocrisie e ambizioni, in spirito di concordia e unione fraterna, sotto la protezione dell’unico Padre celeste.
Questi richiami, benché tanti lontani per noi nei secoli, restano comunque sempre di viva attualità, perché condannano dei vizi che corrompono la natura umana come tale, ferita dalle conseguenze del peccato originale. Le parole dure di questa liturgia della Parola, quindi, mettono in crisi tutti noi, comunità sacerdotale; esse ci inducono a un serio esame di coscienza! «Guai a noi, sventurati - ci ammonisce san Girolamo -, se abbiamo ereditato i vizi dei farisei!" (In Matth., IV, 23, 5-7). Esame di coscienza prima di tutto per i sacerdoti, per chi ha posti di responsabilità e di comando e poi il singolo fedele che deve seguire le orme di Gesù.
Siete stati d'inciampo a molti col vostro insegnamento!
In parallelismo perfetto con la critica sferzante di Gesù contro gli scribi e i farisei, pessimi maestri della legge di Mosè, la prima lettura ci presenta un passo altrettanto violento del profeta Malachia. Si tratta di una requisitoria tremenda contro i sacerdoti del tempio di Gerusalemme. Per le loro colpe cultuali essi vengono addirittura maledetti da Dio. Richiamando la funzione propria del sacerdote, viene affermato che le sue labbra "devono custodire la scienza dalla sua bocca si ricerca l'istruzione, perché egli è messaggero del Signore degli eserciti» (Ml 2,7). Compito di ogni sacerdote è di essere custode - in mezzo al suo popolo - del mistero di Dio e della sua rivelazione, insegnando ai fedeli la via giusta per conoscere Dio e per andate verso di lui. Invece, i sacerdoti del tempio di Gerusalemme si sono allontanati essi stessi dalla retta via; hanno cioè trasgredito per primi la legge del Signore con le loro ripetute infedeltà allo spirito dell'Alleanza. Conseguentemente, essi sono stati «d'inciampo a molti» con il loro insegnamento perverso (2,8). Per questo tali sacerdoti, infedeli a Dio, sono diventati "spregevoli e abbietti davanti a tutto il popolo” (2,9). Dio minaccia quindi il castigo più severo ai sacerdoti, se essi non porranno più il Signore al primo posto, dando tutta la gloria dovuta al suo nome: «Manderò su di voi la maledizione e cambierò in maledizione le vostre benedizioni» (2,1). Sono parole di una durezza estrema. Esse interrogano ognuno di noi, sacerdoti della nuova Alleanza, richiamano la nostra tremenda responsabilità di ministri dell'Eucaristia e della misericordia del Padre, messaggeri del Signore in mezzo ai fratelli nella fede.
Il passo liturgico della prima lettura termina con un invito rivolto a tutti ad agire con rettitudine, riconoscendo che tutti siamo stati creati dallo stesso Dio e abbiamo in lui il Padre comune (2,10). Nello stesso tempo il monito del profeta Malachia c'invita tutti a porgere un ascolto attento alla parola di Dio, a cercare sempre la gloria del suo nome.
Gesù contro l'ipocrisia e la vanità
Nel passo odierno del Vangelo, Gesù si rivolge alla folla e ai suoi discepoli. La sua parola assume subito il tono dell'ammonimento, è un invito a stare in guardia, ad aprire bene gli occhi: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno» (Mt 23, 2-3). Gesù parte da un dato storico: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei». Costoro svolgono di fatto l'insegnamento della Legge data da Dio a Mosè nell'Alleanza. Il giudaismo del tempo riteneva che soprattutto gli scribi fossero in continuità diretta con l'ufficio d'insegnamento svolto prima dai profeti, dagli anziani, da Giosuè e in origine da Mosè.
Gesù qui non mette in discussione la legittimità dell'insegnamento fatto dagli scribi e dai farisei. Altre volte lo stesso Gesù aveva rimproverato e criticato le loro interpretazioni arbitrarie della Legge (Mt 12,1-8; 15,1-20; 16,6). Ma ciò che il Cristo critica severamente è l'incongruenza manifesta tra quanto scribi e farisei insegnano come dottrina vera e la loro pratica peccaminosa. «Dicono e non fanno». Qui sta il nocciolo dell'ipocrisia che Gesù rigetta con tanta veemenza. E solo il Cristo poteva muovere un rimprovero così aperto, poiché soltanto lui è senza peccato. La persona di Gesù è stata infatti l'armonia più perfetta tra parola e azione, tra intenzione e vita, tra dottrina ed esistenza vissuta. L'azione fondamentale, nella quale il Cristo ha focalizzato tutta la sua missione di Rivelatore di Dio e di Salvatore del mondo, è stata quella di fare prima di tutto e sempre la volontà del Padre.
Gesù contro la religiosità superficiale
Il peccato degli scribi e dei farisei consiste nel fatto che essi non praticano in nessun modo ciò che insegnano. In certo senso, si scaricano del peso dell'osservanza religiosa per addossarlo interamente sugli altri: «Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» (Mt 23,4). In quest'immagine si legge l'uso antico di formare dei grossi fasci di legna, raccolta nei boschi e nella campagna; legati con una fune, tali fasci venivano trasportati a spalla. Ovviamente chi faceva questo erano i poveri, che non disponevano di un animale da soma. Con quest'immagine Gesù accusa implicitamente gli scribi e i farisei di ritenersi dei «signori» che si ponevano al di sopra della Legge, o per lo meno si ritenevano dispensati dall'osservarla con quella scrupolosità, che essi esigevano invece dalla povera gente. Gesù invece, col suo insegnamento e con l'invito alla sua sequela, offre un «giogo dolce e un carico leggero» da portare (Mt 11,28-30). Il Signore ha riservato per Sé solo la parte più dura e più onerosa connessa col fare la volontà di Dio: portare la croce e morire in essa! Col secondo rimprovero Gesù redarguisce gli scribi e i farisei per la loro vanità e la loro ostentazione: «Tutte le opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filatteri e allungano le frange; amano i posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare "rabbì" dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare "rabbi", perché uno solo è il vostro Maestro (il Cristo) e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo» (23,5-10).
Gesù aveva anche uno squisito spirito d'osservazione. Qui egli compendia quanto i suoi occhi avevano fotografato in tante occasioni dell'ostentazione e dell'arrivismo degli scribi e dei farisei. I "filatteri” e le "lunghe frange” sono particolari che colpiscono anche oggi il pellegrino o il turista, che osserva gli ebrei ortodossi mentre pregano nel muro occidentale (muro del pianto) di Gerusalemme. Anche oggi molti ebrei portano sulla fronte i "filatteri”(phylakteria = salvaguardia, mezzi protettivi). Si tratta di piccole capsule in forma cubica che contengono scritte delle parti essenziali della Legge. Similmente, alle frange delle vesti venivano legati piccoli rotoli con iscrizioni della Bibbia.
In questo modo i contemporanei di Gesù pensavano di osservare scrupolosamente la Legge, portandola "come un pendaglio tra gli occhi” (Dt 6,8). Simili "filatteri” venivano portati al braccio sinistro annodato con cordicelle, per ricordare che Jahvè aveva liberato il popolo dalla schiavitù in Egitto con "mano" forte e con "braccio potente» (Es 13,9.16). Gesù condanna questa devozione solo esteriore alla parola di Dio, fatta appunto di teatralità, di formalismo senz'anima, di superficialità religiosa.
L'insegnamento del Cristo conserva tutta la sua forza ancora oggi, essendo rivolto a chi nella Chiesa ha autorità. L'esercizio del potere non è per dominare sugli altri, ma per servire i fratelli nella fede e nell'esercizio della carità.
«Il più grande di voi sia vostro servo»
Il senso del servizio sia verso la parola di Dio, sia verso i fratelli nella fede, viene espresso chiaramente da Gesù nell'espressione finale riportata dall'odierno passo evangelico: "Il più grande di voi sarà vostro servo: chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato” (Mt 23,11). Queste parole sono rivolte direttamente da Gesù ai suoi discepoli, come pure le precedenti in cui li invitava a non farsi chiamare "padre”, né "maestri" (kathegêtai), cioè "guide" o "direttori". Gli scribi e i farisei, con la loro volontà di primeggiare e di dominare sugli altri, avevano messo tra parentesi l'autorità originaria di Dio e della sua Legge. Essi infatti avevano finito per annettere più importanza alla tradizione orale, che viene dagli uomini, rispetto alla Legge scritta data direttamente da Dio.
Contro quest'alterazione delle prospettive Gesù ribadisce l'unicità di Dio e il primato della sua autorità: "Uno solo è il Padre vostro, quello del cielo" (23,9). Parallelamente, Gesù conferma l'unicità della sua Persona di "Maestro di verità", dotato di un'autorità divina: "Uno solo è il vostro Maestro, il Cristo" (23,10). Gesù intacca alla radice la tendenza storica della volontà di dominio che si fa facilmente volontà di potenza, lesiva della dignità degli altri: tutti siamo fratelli, di eguale dignità, proprio perché siamo tutti figli dello stesso Padre celeste e seguaci dello stesso Cristo Gesù. Tale, Gesù ha voluto la Chiesa: una comunità di fratelli dove tutti si rispettano, si amano e si aiutano vicendevolmente, pur nella diversità delle funzioni, dei ministeri e dei carismi.
In quest'ottica Gesù indica la nuova scala dei valori: la grandezza del cristiano non sta nel dominare sugli altri, ma nel porsi al suo servizio ("Il più grande tra voi sia vostro servo").
Questo è un pensiero che ricorre spesso nell'insegnamento di Gesù: "I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà essere il primo tra di voi, si farà vostro servo; e colui che vorrà essere il primo tra di voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti" (Mt 20,25-28).
Esempio di Gesù
Pur essendo il Figlio di Dio, Gesù si è fatto pienamente l'umile Figlio dell'uomo e ha vissuto la sua condizione terrestre nella povertà e nel nascondimento. Nel contesto dell'Ultima Cena Gesù darà ancora un segno estremo di ciò che egli ha inteso inculcare col suo insegnamento sul servizio verso gli altri: pur essendo il Maestro e il Signore, Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli. E quanto ha fatto lui, Signore e Maestro, dobbiamo fare gli uni gli altri nella Chiesa (Gv 13,1-20).
Nelle parole: «Chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato» (Mt 23,12). Il Figlio di Dio, per fare fino in fondo la volontà del Padre, si è lasciato «abbassare» e umiliare fino alla morte e alla morte di croce, ricevendo poi dal Padre il premio della sua elevazione, cioè la risurrezione gloriosa.
Una luminosa lezione di grandezza nell'umiltà e nello spirito di servizio ai fratelli viene a tutti noi dal Vangelo di oggi. Il Signore ci aiuti a entrare nel mistero più profondo della sua vita, affinché possiamo svolgere il nostro «ministero» di battezzati nella Chiesa e per il mondo. La Vergine Maria, Madre di Dio e Serva del Signore (Lc 1,38), ci aiuti ad ambire di fare sempre la volontà di Dio in piena coerenza con la nostra fede cristiana, andando anche noi, con passo veloce, verso il servizio dei fratelli.