Domenica VI del tempo Ordinario
Questa domenica la Liturgia della Parola ci presenta un altro miracolo strepitoso di Gesù, la guarigione di un lebbroso, che si viene ad aggiungere al miracolo della liberazione di un indemoniato e alla guarigione dalla febbre della suocera di san Pietro. Lo scopo dell’evangelista è ancora quello di mostrare che Gesù ha un potere straordinario su delle realtà che sovrastano l’uomo. Gesù guarì la suocera di san Pietro semplicemente prendendola per mano. Oggi abbiamo sentito che guarisce il lebbroso con un atto della sua volontà, mostrando così qualcosa della sua potenza divina.
Guarire un lebbroso può essere paragonato a risuscitare un morto, tanto era l’irrimediabilità del male e tante erano le vittime che questa malattia provocava. Ai tempi di Gesù i lebbrosi erano molti nella Palestina. L lebbra era e, purtroppo, ancora è una malattia orribile dovuta alla moltiplicazione del bacillus leprae. Questo bacillo attacca prima la pelle e poi penetra a poco a poco nella carne corrodendola e lasciando quindi sfigurato chi ne è colpito. Essendo una malattia contagiosa, esistevano diverse leggi che vietavano l’ingresso dei lebbrosi nei villaggi e nelle città, per cautelare e preservare i cittadini dal contagio.
Mentre per le forme maligne non vi era speranza, da quelle forme benigne si poteva ottenere la guarigione. In questi casi il guarito, prima di potere rientrare nei villaggi e di mostrarsi in pubblico, doveva presentarsi al sacerdote, che aveva il compito di giudicare se egli fosse realmente guarito, secondo la legge data da Dio a Mosè: «Questa è la legge da applicare per il lebbroso per il giorno della sua purificazione. Egli sarà condotto al sacerdote. Il sacerdote uscirà dall’accampamento e lo esaminerà; se riscontrerà che la piaga della lebbra è guarita nel lebbroso, ordinerà che si prendano, per la persona da purificare, due uccelli vivi, mondi, legno di cedro, panno scarlatto e issòpo...» (Lv 14,1ss; cf. anche la prima lettura di oggi: Lv 13,1-2.44-46).
Degno di attenzione è l’atteggiamento umile del lebbroso e le sue parole piene di fede in Gesù. Va da Gesù, dice san Marco, lo supplica, si inginocchia davanti a lui e gli parla. Oltre i suoi gesti anche le sue parole sono piene di fede e di fiducia: «Se vuoi, puoi guarirmi!». Fa appello alla volontà di Gesù, riconoscendo che essa può tutto, trattandosi di una malattia così grave e spesso incurabile. Il testo greco invece del verbo “guarire” usa “mondare”, o rendere mondo ciò che è immondo, ossia rendere puro ciò che è impuro. La lebbra infatti secondo la legge mosaica rendeva immondo da un punto di vista legale chi ne era colpito. Perciò il lebbroso chiede a Gesù di renderlo mondo guarendolo dalla lebbra.
Notiamo ora la reazione di Gesù. Dice san Marco che a quella richiesta del lebbroso Gesù «si mosse a compassione». L’immagine espressa da questo verbo è molto plastica e forte: indica la commozione delle viscere. Gli antichi orientali credevano, infatti, che le viscere fossero la sede dell’amore e della pietà. L’autore vuol dire qui che Gesù si commosse interiormente e profondamente alla vista di quel poveretto. La sua risposta non si fece attendere: «Stese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, guarisci!”» (v. 41). In questo modo Gesù conferma la fiducia posta dal lebbroso nella sua volontà e potenza divine. Per la concezione giudaica sanare un lebbroso equivale a risuscitare un morto (cf. 2Re 5,7; Gb 18,13), cosa che solo Dio poteva fare. Il lebbroso riconosce dunque che Gesù agisce con la volontà e la potenza di Dio.
La storia del lebbroso risanato è un po’ la storia di tutti noi. Tutti noi infatti siamo colpiti dalla lebbra, ma da una lebbra molto più terribile del bacillo malefico. È la lebbra del peccato, che ci corrode l’anima e la sfigura, rendendola mostruosa. Il peccato è la vera disgrazia dell’umanità. Noi siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio. Quando scegliamo il peccato al posto dei comandamenti divini deturpiamo quest’immagine impressa in noi in modo indelebile. I lebbrosi dovevano star lontani dal consorzio umano, per non contagiare altri. Noi invece pecchiamo e diamo scandalo, diffondendo intorno a noi il male e la morte spirituale.
Chiediamo oggi al Signore la fede grande e la fiducia del povero ma beato lebbroso. Lui ha supplicato in ginocchio Gesù ed è stato guarito. Anche noi umiliamoci davanti al Signore, mettiamoci in ginocchio, non facciamo i superbi e gli orgogliosi anche davanti a Dio! Supplichiamo Gesù di guarirci da questo male, che solo Lui, in quanto Dio, può guarire e cancellare per sempre con la sua grazia purificatrice. La lebbra rendeva immondi, cioè impuri. Invece è il peccato ciò che veramente ci rendi immondi, perché ci fa stare nell’immondizia. Povero uomo! Mentre è chiamato a stare in Cristo alla destra di Dio, preferisce stare nel fango dei vizi di questo mondo...
Padre Pio in una lettera a Padre Agostino, manifesta la consapevolezza che ha delle conseguenze deleterie che produce il peccato all’anima, fino al punto di renderla deforme. Così gli scrive: «Ed intanto l’anima mia marcirà sotto il peso delle sue infedeltà verso l’autore della vita. So che nessuno è mondo innanzi al Signore, ma la mia immondezza non ha confini dinnanzi a lui. Nello stato presente in cui il pietoso Iddio nella sua infinita sapienza e giustizia si va degnando di alzare il velo e manifestarmi gli occulti miei mancamenti in tutta la loro malizia e bruttura mi vedo così deforme, che le stesse mie vesti mi sembrano che hanno orrore della mia lordura» (Epistolario I, ed. 1987, pp. 475s).
Se Padre Pio pensava questo di sé, attribuendo tanto peso alle sue lievi imperfezioni, cosa dovremmo pensare noi di noi stessi? A quale stato di deformità spirituale ci hanno ridotto in nostri peccati volontari più o meno gravi? La pagina evangelica di oggi ci riempie di speranza, svelandoci la profonda compassione che Gesù ha provato di fronte al lebbroso e di fronte a ciascun peccatore che fiducioso ricorre a Lui. Quanta più compassione ha Gesù per noi, rovinati dal peccato! Quanto più prontamente, se glielo chiediamo in ginocchio, Lui ci dirà: « Lo voglio, guarisci!».
Il lebbroso, guarito divenne il primo missionario di Gesù: «Ma quegli – dice san Marco –, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città» (v. 45). Diventiamo anche noi annunciatori a tutto il mondo della grazia e della misericordia salvifica di Gesù.