Domenica VII del tempo Ordinario - Anno B
Il racconto della guarigione del paralitico, che oggi la liturgia ci fa ascoltare, ha uno scopo ben preciso nel vangelo di san Marco. Quello, cioè, di mostrare il potere di Gesù non solo su una malattia, per quanto grave essa possa essere, bensì sul peccato, potendolo Lui cancellare dall’uomo con un atto della sua misericordia. Questa volta il Signore lascia davvero sbalorditi i farisei, che proprio a partire da questo episodio manifestano la loro contrarietà verso questo rabbi tanto singolare, che parla in modo autoritario, guarisce con un gesto o con una parola, e arriva sino ad arrogarsi il potere di rimettere i peccati, cosa che assolutamente solo Dio poteva fare.
Prima di tutto l’evangelista sottolinea anche nel brano propostoci oggi quanto Gesù fosse ricercato dalle folle. Appena, infatti, a Cafarnao si diffuse la notizia che Gesù vi era tornato e che si era stabilito a casa di Simon Pietro, «si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta» (2,1). Il Signore approfittava di queste adunate di gente per insegnare il vangelo di salvezza, come annota san Marco: «ed egli annunziava loro la parola» (ivi).
Notiamo che il vangelo qui è chiamato la parola. Infatti, il vangelo è la Parola per eccellenza, perché è la Parola di Dio, uscita dalla bocca del Signore. In questa Parola si trova una forza soprannaturale, divina, creatrice, salvifica. Chi si accosta ad essa con fede viene da essa santificato, trasformato, divinizzato. Quelli di Cafarnao erano conquistati da questa parola di Gesù, pur non comprendendone appieno tutto il significato e il valore.
Gesù poi accompagnava spesso le sue parole con dei miracoli, per confermare con questi prodigi quanto andava predicando. La gente lo sapeva. Per questo dopo aver ascoltato la catechesi del Signore, gli presentavano dei casi disperati di malati. L’episodio narrato oggi ci mostra bene con quanta fede e con quanta fiducia le persone si accostavano al Signore. Tante erano le persone riunite per ascoltare Gesù, e forse tante erano anche le richieste di guarigione quella volta. Ma ecco un fatto singolare. «Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov’egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico» (vv. 3s).
L’atteggiamento di questi quattro uomini è significativo. Ci insegna a cercare tutte le vie possibili per raggiungere il Signore, senza badare ad alcun rispetto umano. Gesù può tutto con la potenza della sua parola. Dipende da noi il cercare di avvicinarci quanto più è possibile al Signore o di far avvicinare a Lui le persone “malate” che ci stanno a cuore. In effetti, la paralisi più terribile che ci possa colpire è quella del peccato, che paralizza in noi la vita di grazia, ossia la vita divina, rendendola inoperante e inefficace. Quanto bene è per noi invece essere vicini a Cristo, metterci ai suoi piedi, accostarci a lui, con umiltà, perché ci guarisca da questa terribile paralisi dello spirito.
Continua l’evangelista: «Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: “Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati”». Gesù guarisce quell’uomo anche per la fede di coloro che glielo hanno posto dinnanzi. Inoltre, in quanto Dio aveva visto nell’intimo di quel paralitico e aveva conosciuto che il male che lo aveva colpito era il peccato. Gesù rivela con le sue parole la buona disposizione di quell’uomo ad essere perdonato, ossia il suo pentimento.
Com’è consolante questo gesto e questa parola di compassione di Gesù! Vede la nostra miseria morale e ci perdona, se lo vogliamo. Sa che siamo fatti di terra e che spesso siamo miopi, incapaci di guardare alle cose del cielo e di desiderarle e che ci lasciamo più facilmente attrarre da ciò che ci rovina soltanto.
San Marco accentua l’importanza di questo episodio, narrando anche la reazione interiore degli scribi presenti alla scena, i quali si scandalizzarono delle parole del Signore. Gesù, infatti, dicendo: «Ti sono rimessi i peccati», si era attribuito un potere che spettava solo a Dio (cf. Es 34,6s; Is 1,18; 43,25), mentre Lui, ai loro occhi, non era altro che un semplice uomo.
Gesù legge nei cuori di questi scribi, mostrando anche in questo la sua identità divina, per cui può vedere nel profondo del cuore umano. Si autodefinisce Figlio dell’uomo, attribuendosi un titolo chiaramente messianico, ben noto agli stessi scribi (cf. Dn 7,13). Dimostra a costoro che in quanto Figlio dell’uomo Lui ha il potere di rimettere di peccati. «Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati...». Dice: «sulla terra», perché si credeva che solo nel cielo Dio potesse perdonare i peccati. Gesù invece, in quanto Messia, ha questo potere anche sulla terra.
La domanda che Gesù poi propone agli scribi presumeva un’unica risposta: ossia non è facile né l’una né l’atra cosa, anzi tutte e due sono cose impossibili per l’uomo e competono solo a Dio, sia perdonare i peccati che sanare un paralitico con una sola parola. Tutte e due opere divine dunque. Gesù dimostra di poter rimettere i peccati e quindi di essere Dio sanando il paralitico con un comando della sua volontà: «ti ordino – disse al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e và a casa tua». La guarigione fu immediata e lasciò tutti i presenti sbalorditi: «Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: “Non abbiamo mai visto nulla di simile!”» (v. 12).
Non rimane anche a noi che ascoltare la parola di Gesù, metterci alla sua scuola di santità e vivere secondo il suo vangelo, riconoscendolo come nostro Dio e salvatore.