Domenica VIII del tempo Ordinario
Il brano di questa domenica ci riferisce la famosa questione del digiuno, sottoposta dai discepoli di Giovanni e dai farisei a Gesù (2,18-20). Seguono due detti proverbiali sul vecchio e il nuovo (vv. 21-22), che servono da commento alla disputa.
La disputa sorge dal contrasto della pratica farisaica del digiuno e il racconto di Mc 2,15-17, che precede immediatamente il nostro e che presenta Gesù e i suoi discepoli ad un banchetto con pubblicani e peccatori. In verità, quel banchetto diede a Gesù l’occasione per formulare l’importante insegnamento sulla bontà misericordiosa di Dio verso i peccatori: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico ma i malati. Non sono venuto per chiamare i giusti ma i peccatori» (2,17).
I farisei interpellano Gesù come responsabile dei suoi discepoli.
Nella disputa vengono confrontate le pratiche religiose dei discepoli di Giovanni e dei farisei e quelle dei discepoli di Gesù: mentre i primi digiunano, i discepoli di Gesù no. Come mai, visto che il digiuno era in grande considerazione dalla gente? Ai tempi di Gesù, infatti, oltre al digiuno prescritto dalla Legge di Mosè per il giorno della riconciliazione (Lev 16,29ss), che sicuramente anche Gesù e i suoi discepoli avranno osservato, i farisei, particolarmente zelanti, praticavano molti altri digiuni spontanei (ogni lunedì e giovedì: cf. Lc 18,12), come pratica penitenziale e per chiedere la salvezza di Israele. La domanda che viene posta oggi a Gesù ha lo scopo di mettere Lui e i suoi discepoli in cattiva luce, in quanto non sarebbero stimatori di questi digiuni. Così i farisei criticano direttamente la mancanza dei discepoli per criticare indirettamente quella del maestro, che in Mt 11,19 chiamano «mangione e beone». Insomma, a dir poco i farisei volevano suscitare dei dubbi sulla bontà di Gesù e i suoi discepoli.
Gesù risponde alla questione postagli con una spiegazione dei diversi tempi di digiuno. Il motivo per cui c’è un tempo per non digiunare e uno per digiunare è dato dalla presenza o meno dello sposo, identificato con Gesù stesso. I suoi discepoli sono come gli ospiti di un banchetto nuziale, i quali «non possono digiunare», perché sarebbe una grave mancanza di carità verso lo sposo. Gesù ha dato inizio al tempo messianico di salvezza, rappresentato qui con l’immagine del banchetto di nozze. È la presenza di Gesù, Messia e salvatore che dispensa i discepoli dal digiuno. Il non digiunare dei discepoli sta ad indicare allora che il tempo della salvezza è iniziato, è presente.
Ma questa condizione dei suoi discepoli è temporanea. Gesù infatti aggiunge: «Finché lo sposo è con loro»: vuol dire che verrà un tempo in cui potranno digiunare. Lo sposo starà poco tempo con i suoi discepoli. Quando «sarà loro tolto lo sposo» continua Gesù, allora i discepoli digiuneranno. Viene così spezzata l’immagine idilliaca del banchetto nuziale. «Sarà loro tolto», è un’espressione che fa pensare ad una azione violenta contro lo sposo, e che in definitiva rimanda alla morte di croce del Signore. L’espressione «quel giorno» designa allora il giorno in cui lo sposo sarà portato via, il venerdì santo. Il digiuno cristiano è quindi ricordo e partecipazione della sofferenza del Cristo crocifisso per la redenzione del mondo.
Seguono due proverbi affini, tratti dalla saggezza dell’esperienza, che servono per descrivere due particolari comportamenti da evitare con le loro conseguenze negative. La parola centrale è «nuovo», con la quale Gesù vuol far notare la novità della sua presenza e della sua missione. I due detti mettono in evidenza la forza, la dinamicità del nuovo annunzio di Gesù.
Un panno grezzo non si può usare come toppa per un vestito vecchio, perché lavandolo e restringendosi strappa il vestito. Gli otri erano recipienti, usati nel passato, fatti di pelle di capra conciata e cucita. Il vino nuovo, che ancora fermenta, spacca gli otri vecchi, divenuti fragili. Il vino nuovo è il Regno di Dio che Gesù ha instaurato e che è incompatibile con il vecchio mondo. Così essere discepoli di Gesù è incompatibile con la pratica giudaica del digiuno. I discepoli di Gesù appartengono ad un nuovo ordine di cose, cioè al vangelo, che non può essere circoscritto nelle formalità dell’antica legge e molto meno può essere limitato dai pregiudizi e dalle prescrizioni dei farisei.
Il vestito vecchio e gli otri vecchi sono simbolo del giudaismo, che aveva degli elementi provvisori nell’economia della salvezza. Il panno grezzo e il vino nuovo sono invece simbolo dello spirito nuovo che anima il regno di Dio. Quando viene il nuovo si dimostra la caducità, la fragilità e l’instabilità del vecchio.
San Pio, scrivendo ad una figlia spirituale, Annita Rodote, le racconta la bellezza e la gioia intima che procura la compagnia di Gesù. Proprio perché Lui è lo sposo delle anime stare con Lui è sorgente di ogni grazia e felicità. Così le scrive: «La tua preziosissima [lettera] mi riempie l’animo di superlativo gaudio nel sapere che te la passi benone con Gesù. E chi è che non si trova bene con Gesù? ... Qual è quell’anima che può essere infelice a cui Gesù si è dato in eredità? O non è forse questo stesso Gesù che forma la delizia degli angeli e l’oggetto unico delle compiacenze del Padre celeste? Tu dunque hai ben ragione nel dire di stare benone con Gesù... Lo lodino ad una voce tutte le creature, e le loro lodi siano eterne, come eterno è Lui medesimo... Spendiamo tutta la nostra vita in rendimenti di grazia al divin Padre, che nell’eccesso del suo amore per noi mandò suo Unigenito e nostro dolcissimo Amante!» (Epistolario III, ed. 1994, pp. 98s).