II Domenica di Pasqua 2006 B

 

Il tema dominante di questa domenica è la fede nei segni della risurrezione di Gesù. Noi che non abbiamo visto Gesù, che non abbiamo visto segni fisici e corporali della sua presenza, crediamo ugualmente, in forza di altri segni che Lui ci dà: i sacramenti. In primo luogo la Chiesa, sacramento universale di salvezza, che rende presente il Verbo incarnato, poi il battesimo e l’Eucaristia.

Il brano evangelico di oggi è composto di tre parti. La prima comprende l’apparizione del Risorto ai discepoli riuniti nel cenacolo (vv. 19-23): Gesù in questo modo rincuora i discepoli e fortifica la loro fede in Lui e nelle sue parole. La seconda parte narra l’apparizione a Tommaso apostolo, che era assente durante la prima apparizione di Gesù (vv. 24-29), episodio che ci deve spingere ad essere forti nella fede, per partecipare di quella beatitudine proclamata da Gesù a Tommaso: «beati quelli che pur non avendo visto crederanno!» (v. 29). L’ultima parte è la conclusione, in cui l’evangelista fa un sommario dei fatti futuri, accennando ai numerosi segni che Gesù risorto compie davanti ai suoi discepoli per rendere salda la loro fede in Lui, con l’indicazione del motivo che ha spinto l’evangelista a narrare solo qualcuno dei miracoli: perché noi crediamo «che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiamo la vita nel suo nome» (v. 31).

La prima parte del racconto evangelico è ambientata a Gerusalemme, il giorno stesso della risurrezione di Gesù. Mentre però le donne si recarono al sepolcro di Gesù “di buon mattino”, e trovarono la tomba “vuota”, ora è Gesù stesso che appare agli apostoli e ai discepoli riuniti nel cenacolo in preghiera. In quest’episodio l’evangelista mette in evidenza soprattutto l’atteggiamento di paura che aveva preso i discepoli di Gesù dopo i fatti del venerdì di Passione: «erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei».

Certo, è pienamente comprensibile questo sentimento, a così poche ore da quell’efferato omicidio perpetrato a danno del loro amato Maestro. Quale sconvolgimento doveva esserci nel loro anima e per la crudeltà dei fatti avvenuti e per l’inspiegabile durezza di cuore di coloro che avevano fatto arrestare Gesù e che lo avevano torturato, crocifisso e denigrato fin sulla croce, mentre stava per dare l’ultimo respiro.

Forse ciò che li lasciava ancor più sconvolti era l’assurdità di tutto l’accaduto: come si era potuto arrivare a tanta crudeltà nei confronti di un uomo (almeno questo!) che aveva fatto solo del bene, era passato beneficando tutti. E davvero era stato così! Dove Gesù metteva i piedi santificava, portava benedizioni e salvezza. Quanti miracoli compiuti per i suoi crocifissori, quante parole altissime, quanti sublimi pensieri aveva comunicato loro quel cuore divino, nell’eccesso del suo amore per l’umanità in generale e per il popolo d’Israele in particolare. Ebbene, tutto dimenticato!

Orribile è stata poi la disonestà, la falsità, l’ostinazione con cui si è voluto far condannare a tutti i costi il Signore. Frutto di invidia, di gelosia, di interesse sregolati, in definitiva da un orgoglio e da un egoismo incredibili.

I discepoli avevano terrore dunque, e non  a torto, di essere trattati come il loro Maestro. Come si spiega questo timore proprio in loro, testimoni più diretti della santità e della potenza di Gesù? Non avevano ancora ricevuto lo Spirito Santo, il consolatore e colui che riempie i cuori della forza di Dio. Le loro virtù della fede, speranza, carità non erano state ancora elevate dalla potenza di Dio.

In questo contesto di tristezza per i discepoli, di dubbio e di incertezza totale per l’avvenire, si inserisce la delicatissima scena del brano evangelico di oggi. Gesù appare ai suoi discepoli, raccolti nel cenacolo come pulcini senza chioccia, in tutto il suo splendore di risorto. Quale consolazione, quale gioia, quale illuminazione per la fede deve essere stata questa visita di Gesù risorto, quale incoraggiamento per quei cuori in fondo ancora come bambini nella fede! San Giovanni sottolinea questa loro gioia: «Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore» (vv. 19s).

Anche questa visita di Gesù è per loro un arricchimento di grazia, perché il Signore pronuncia delle parole straordinarie. Anzitutto notiamo che due volte rivolge loro il saluto: «Pace a voi!». È importante sottolineare questo, perché il fatto rimanda a tutte le profezie antiche, secondo cui il dono principale del Messia sarebbe stato la pace. Ecco che Gesù la dona ai suoi e a tutti coloro che lo seguiranno ascoltando il suo vangelo. Pace integrale, con Dio, quindi, con gli uomini e con se stessi.

Gesù affida poi ai discepoli il mandato missionario: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (v. 21). Va notato che qui i discepoli non solo ricevono il comando di essere testimoni di Gesù, ma, ancor più, vengono creati apostoli in Gesù: partecipano della sua stessa missione salvifica nei confronti del mondo. Gesù è mandato dal Padre, e noi cristiani prolunghiamo la presenza salvifica di Gesù nel mondo, siamo Lui stesso che continua a santificare, a guarire e a illuminare gli uomini immersi nelle tenebre.

Un’altra parola importante è il dono dello Spirito per rimettere i peccati: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (vv. 22s). Quale grande atto di bontà del Signore! A due giorni dalla sua terribile morte, come avesse dimenticato ogni cosa (già sulla croce aveva manifestato questo suo sentimento gridando: Padre perdonali...), Gesù comunica ai suoi discepoli il potere di rimettere i peccati. Solo da un cuore divino poteva sgorgare tanto amore e tanta misericordia. Ecco perché questa domenica è la domenica della Misericordia. Gesù ha voluto che i suoi discepoli fossero gli amministratori della misericordia di Dio. Questo con il “sacramento della misericordia”, la confessione. Quando ci inginocchiamo davanti ad un sacerdote, è il momento in cui incontriamo faccia a faccia Gesù crocifisso e risorto, pronto ad aprirci tutto il suo cuore divino, perché possiamo salvarci e santificarci.

Umiliamoci però! Non facciamo gli orgogliosi. Non presumiamo di salvarci da noi stessi, trascurando la via ordinaria di salvezza che il Signore stesso ci ha dato. La confessione è un’incontro d’amore tra un povero peccatore, bisognoso di tutto e il Dio ricco di misericordia. Chiediamo il dono del pentimento e dell’umiltà, che sono le chiavi che aprono il tesoro della bontà divina.

Chiudiamo con un augurio di Padre Pio: «Il gaudio del risorto Signore informi maggiormente il vostro cuore e quello di tutte le anime che vogliono essere fedeli alla sua santa grazia» (Epistolario IV, ed. 1984, p. 109).

 

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