II Domenica di Quaresima - Anno B
Questa domenica il vangelo ci propone l’episodio della trasfigurazione del Signore. Perché nel periodo di Quaresima, che ci richiama al pentimento e alla penitenza e che ci prepara ai fatti della passione e morte di Gesù, ci viene presentato questo episodio, che è tutto luce e gloria per il Cristo? San Leone Magno (cf. II Lettura dell’Ufficio), insegna che questo brano della trasfigurazione del Signore, ha un triplice fine: anzitutto quello di «rimuovere dall’animo dei discepoli lo scandalo della croce». Poi quello di dare «un fondamento solido alla speranza della santa Chiesa, perché tutto il Corpo di Cristo prendesse coscienza di quale trasformazione sarebbe stato oggetto, e perché anche le membra si ripromettessero la partecipazione a quella gloria, che era brillata nel Capo»; infine, «la conferma della fede» nell’opera di redenzione.
Domenica scorsa abbiamo ascoltato l’episodio della tentazione di Gesù nel deserto. Oggi la trasfigurazione. Questa sequenza ci mostra come la vittoria sulle tentazioni ci eleva e trasfigura in Cristo. Lo scopo dunque del vangelo di oggi è quello di mostrare a noi a che cosa ci condurrà il cammino quaresimale vissuto fedelmente. In particolare, vuole insegnarci come saremo trasformati anche noi per mezzo dei sacramenti, soprattutto del Battesimo, della Penitenza e dell’Eucaristia. I sacramenti infatti ci uniscono a Cristo e ci configurano a Lui.
L’episodio della trasfigurazione è senz’altro tra i più singolari del Nuovo Testamento. Notiamo anzitutto il luogo in cui è avvenuta la trasfigurazione: «un monte alto», dice san Marco. Il monte, nella mentalità orientale, è il luogo in cui Dio manifesta in modo singolare la sua presenza. Basti pensare all’episodio di Mosè che riceve la rivelazione di Dio sul monte Sinai (Es 3). L’altezza del monte da pensare ad un luogo più vicino alla dimora di Dio, il cielo. Il monte alto scelto da Gesù (secondo una antichissima tradizione il monte Tabor), indica anzitutto la speciale atmosfera divina e soprannaturale del fatto.
L’evangelista dice poi che andarono «in un luogo appartato», e insiste aggiungendo: «loro soli». È il modo consueto delle manifestazioni divine: sono riservate, non plateali. L’uomo si lascia facilmente entusiasmare da fenomeni che lo sovrastano e che non può controllare, come i fati soprannaturali o i miracoli. Spesso, però, è un entusiasmo smoderato, che porta ad una falsa religiosità, attenta più all’esteriorità che alla sostanza della fede, mancando spesso di una coerente condotta di vita. Gesù si manifesta solo ad alcuni dei suoi. Nemmeno a tutti gli apostoli, solo a tre, ai testimoni principali del suo vangelo: Pietro, Giacomo e Giovanni, per evitare false concezioni a suo riguardo, che avrebbero di certo rovinato la sua missione evangelizzatrice.
A costoro si mostra trasfigurato: «Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime». San Matteo specifica anche che «il suo volto brillò come il sole». Il volto luminoso e le vesti splendenti sono un segno della divinità di Gesù. Dio, infatti, spesso viene associato alla luce, come nell’episodio della fuga d’Israele dall’Egitto: «Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte» (Es 13,21; cf. Tb 3,17). In particolare nel Salmo 4,7 si fa cenno della luce del volto di Dio: «Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto» (cf. anche Sal 31,17; 44,4; 80,4). Nel Nuovo Testamento Gesù riceve molti titoli che l’AT attribuiva a Dio Padre. Per questo da san Giovanni è chiamato «la luce vera» (Gv 1,4s.8s; 3,19-21); anzi Gesù stesso dirà: «Io sono la luce del mondo» (Gv 8,12; 9,5; 12,35s.46).
Oltre alla visione della trasfigurazione di Gesù, san Marco parla della visione di Mosè e di Elia. Costoro sono i personaggi più importanti dell’Antico Testamento, e rappresentano la Legge (Mosè) e i Profeti (Elia). Questo significa che tutto l’AT rende testimonianza favorevole a Gesù, che appare più importante dei due grandi personaggi. Ma la testimonianza più importante viene da un altro ancora, da Dio Padre, che interviene solennemente facendo sentire la sua voce: « Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!». È questa voce che la liturgia quaresimale ci fa ascoltare e ci invita a seguire docilmente.
Un noto autore di alcuni decenni fa, commenta il brano della trasfigurazione, spiegando bene il fondamento teologico del fatto: «L’anima di Gesù – scrive P. Marco M. Sales –, unita personalmente al Verbo, godeva della visione beatifica, di cui è effetto connaturale la glorificazione del corpo. Per compiere l’opera della nostra Redenzione secondo i disegni di Dio, Gesù quaggiù in terra impedì che la gloria della sua anima ridondasse nel corpo; ma al momento della trasfigurazione permise che alcuni raggi di gloria della sua anima beata si trasfondessero nel suo corpo» (I quattro Vangeli, p. 77).
Anche noi siamo chiamati a conformarci a Gesù trasfigurato e glorificare così Dio Padre. Secondo l’insegnamento della Chiesa e di tutti i santi, potremmo realizzare questa configurazione a Cristo, in particolare accostandoci con frequenza ai Sacramenti, che Gesù ha istituito proprio per questo, e impegnandoci nell’acquisto delle virtù cristiane. P. Pio, ad esempio, esigeva da tutti i suoi figli e figlie spirituali una continua trasfigurazione in Cristo. E questo soprattutto coltivando un amore sincero e profondo a Gesù eucaristico. Lo ricaviamo anche da una lettera che scrisse a Maria Gargani, nel luglio 1917, in cui scrive: «Mia carissima figliola, il sacratissimo Cuore di Gesù trasformi sempre più il tuo cuore, fino a renderlo perfetto e degno di sé!... Io penso che la santissima eucaristia sia il gran mezzo per aspirare alla santa perfezione, ma bisogna riceverla col desiderio e con l’impegno di togliere dal cuore tutto ciò che dispiace a colui che vogliamo alloggiare. Il tuo studio, mia dilettissima figliola, sia dunque quello di continuare a vincerti in quelle contraddizioni giornaliere che il Signore ti presenta; il tuo studio si estenda pure nel continuo esercizio di correggerti dei tuoi difetti, nell’acquisto delle virtù, nel praticare il bene». E conclude la lettera: «Possa Gesù vivere e regnare per sempre nella tua anima» (Epistolario III, ed. 1994, p. 284).