IV Domenica di Quaresima - Anno B

 

Anche in questa quarta domenica di quaresima il Vangelo fa riferimento ad un tema pasquale, prendendo come base, questa volta, il paragone del serpente di bronzo innalzato da Mosè nel deserto. In questo modo fa pensare al frutto della Pasqua, che è la risurrezione. È infatti il Figlio che dà la vita eterna a coloro che credono in lui. Il periodo di quaresima che stiamo vivendo deve essere, quindi, un richiamo a tendere alla risurrezione, fortificando la nostra fede.

L’accenno di Gesù al serpente di bronzo, rimanda alla periodo di tempo in cui Israele visse nel deserto (cf. Nm 21,4-9). Un certo giorno il popolo si lamentò con Dio e con Mosè, perché lo avevano fatto uscire dall’Egitto. Il Signore punì questo lamento inviando serpenti velenosi nell’accampamento degli israeliti. Il popolo si pentì e implorò l’intercessione di Mosè. Dio si impietosì e ordinò a Mosè di fondere un serpente di bronzo e di issarlo sopra un’asta: chiunque, morso da un serpente, lo avesse guardato, non sarebbe morto. Come afferma la riflessione biblica sapienziale posteriore, il serpente di bronzo era per gli ebrei un segno della presenza di Dio. Guardarlo era segno della conversione e della fede (cf. Sap 16,7).

Gesù, con il riferimento al serpente di bronzo, spiega come per essere salvi sia necessario guardare Lui e credere in Lui. La salvezza accordata a chi guardava il serpente innalzato da Mosè, era una figura dell’efficacia della morte di Gesù per coloro che avrebbero creduto in Lui. Chiunque guardi a Cristo con fede, sarà dunque salvato dal veleno mortale e dalle tenebre che si incontrano in questo mondo.

«Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo», dice Gesù. La parola “bisogna” indica che la morte di Gesù fa parte dei piani di Dio, non è un incidente di percorso nella vita del Cristo. Lo scopo è la salvezza del mondo. È infatti proprio da questa morte di croce che si ottiene la vita eterna. Che sia “innalzato” significa appeso alla croce, ma anche elevato nella gloria di Dio. Il Cristo crocifisso e risorto salva il mondo. Tutti coloro che sono stati morsi dal serpente infernale, possono essere salvati guardando Cristo crocifisso e credendo nell’efficacia salvifica della sua morte e risurrezione.

Oggi è la domenica laetare, ossia della gioia, perché si avvicina il ricordo del momento della nostra redenzione, momento grande e solenne, nel quale siamo stati definitivamente liberati dal predominio assoluto del peccato e della morte e in cui ci è stata comunicata la grazia divina e la vita eterna. Nel vangelo il tema della gioia è comunicato attraverso questa rivelazione fondamentale: Dio ci ama! Nel cammino di quaresima, che stiamo percorrendo, è importante questo riferimento al cuore di tutta la rivelazione: Dio ci ama, perché Dio è amore. Proprio perché ci ama, vuole per noi il bene maggiore possibile, vuole la nostra felicità. Questa felicità si trova solo nell’incontro con Lui e vivendo secondo la sua volontà. In noi però sperimentiamo come una lotta tra il desiderio di Dio e dei suoi comandamenti e l’impulso a ricercare noi stessi. L’impegno che abbiamo assunto iniziando questa quaresima, mira a riorganizzare l’armonia interiore che il peccato ha scombinato.

Il vangelo di oggi ci presenta l’amore di Dio per tutti gli uomini (“il mondo”) come amore sconfinato, spinto ad un limite estremo: fino al dono del proprio Figlio unigenito (v. 16). È da notare che si tratta di un dono sacrificale: il verbo dare significa sia consegnare che donare. Ma può significare anche sacrificare. Il Padre ha sacrificato il suo Figlio per noi, Gesù è il dono incalcolabile offerto da Dio per la salvezza di tutti gli uomini. Il mondo è qui visto come l’ambito della salvezza universale, è riferito all’umanità intera. Dio ha donato il Figlio al mondo «perché il mondo si salvi per mezzo di Lui»: significa che il mondo era perduto. Dio gli ha dato una via di salvezza, anzi la via di salvezza, l’unica, ed è il Cristo. Il Figlio è venuto a salvare. Per questo l’evangelista sottolinea che la missione principale di Gesù non è quella di condannare il mondo. È piuttosto quella di salvarlo, offrendo se stesso e la sua parola come oggetto della fede: «perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (v. 15).

Il Padre dunque ha posto una condizione per la salvezza: è la fede nel Figlio. Perciò si salva solo chi crede in Cristo ed è condannato solo chi non crede in Lui. La condanna consiste in questo: il Cristo è la luce donata da Dio al mondo. Il mondo, però, ha paradossalmente odiato la luce e ha amato le tenebre. Ha rifiutato il Cristo e quindi si è chiuso alla salvezza offertagli da Dio, si è auto-condannato.

Come è possibile che l’uomo, creato buono da Dio, sia potuto arrivare a commettere un così grave peccato, in definitiva contro se stesso? Gesù dà la spiegazione dicendo: «perché le loro opere erano malvagie» (v. 19). Questo significa che chi commette i peccati, “opere malvagie”, si chiude alla grazia divina, si chiude alla luce, preferendole le tenebre, ma rovinando se stesso. Chi commette il peccato volontariamente e ripetutamente, indurisce il proprio cuore, rendendolo insensibile ai richiami della grazia e ai rimorsi della propria coscienza. È come l’operaio che a forza di lavorare fa il callo alle mani, tanto da perdere gran parte della sensibilità del tatto, e da non sentire più nelle mani il caldo e il freddo. Ma, ancor peggio, chi commette il peccato arriva ad odiare Dio e quindi ad odiare se stesso. Per questo si nasconde da Dio, ha paura di Lui , ha paura di incontrarlo, anzi non vuole incontrarlo, perché non vuole rinunciare alle sue opere tenebrose: «Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere» (v. 20).

Il cristiano invece, poiché ama Dio dimora in Lui. Per questo ama la luce e le sue opere le compie davanti a tutti, perché sono opere sante, «fatte in Dio». Non teme la verità ma la ama, la ricerca e con la sua vita la manifesta: «Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio» (v. 21).

Il tempo di quaresima è il tempo privilegiato dell’incontro del cristiano con Dio. Il tempo in cui si sperimenta di più il suo amore misericordioso. Il tempo in cui si pensa con riconoscenza a Cristo che dona la salvezza, la luce e la vita eterna. È necessario però che il cristiano rigetti con più energia «le opere malvagie», che fugga con prontezza dalle tenebre del peccato, che sono la causa di tutti i mali e della morte temporale ed eterna. Ami invece ardentemente Dio, che lo ha amato tanto da donargli il suo unico Figlio, e creda fermamente in Lui, osservando i suoi divini comandamenti.

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