XXVIII DOMENICA – ANNO B
La Liturgia di questa domenica parla della Sapienza divina come di un bene da stimare più d'ogni altro, perché ci fa comprendere il vero significato delle cose e qual è la vera ricchezza dell’uomo. Nella prima lettura il re Salomone afferma che la Sapienza è un dono preziosissimo di Dio; egli la preferisce “a scettri e a troni” (Sap 7,8) e l’ama “più della salute e della bellezza” (ivi, 10). All’inizio del suo lungo regno, il giovane re fu chiesto dal Signore quale dono desiderasse per ben governare. Salomone supplicò che gli fosse concesso non i tesori e le ricchezze di questo mondo, ma il dono della Sapienza divina. Chi la possiede, infatti, ha nelle sue mani un tesoro di valore inestimabile, nel cui confronto i beni terreni sono un nulla e tutto l’oro del mondo è come fango della strada (cf. ivi, 9).
Nel Vangelo della Messa d'oggi, Gesù, la stessa Sapienza divina, nascosta nel seno del Padre e incarnata nella pienezza dei tempi, c’insegna in modo ancora più chiaro e comprensibile che la vera ricchezza dell’uomo è riposta nel possesso non dei beni di questo mondo, ma di quelli eterni, ossia nel possesso di Dio e della vita beata del Paradiso. Le ricchezze terrene, anche se non sono un male in se stesso, spesso diventano un grave impedimento per la salvezza eterna dell’uomo. Per questo Gesù raccomanda ai credenti di tutti i tempi l’assoluto distacco del cuore dai beni di questo mondo come condizione essenziale per entrare nel Regno di Dio.
Il brano odierno del Vangelo di san Marco narra di un giovane ricco che avvicinatosi a Gesù, s’inginocchiò davanti a Lui e gli chiese: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”(Mc 10,17). Gesù gli rispose di osservare i comandamenti della Legge. “Tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza” (ivi, 20), replicò il giovane. Il Maestro divino ne restò molto ammirato. Il giovane doveva essere veramente buono. Per questo “Gesù, fissatolo, lo amò” (ivi, 21). Che cosa si celava dietro quello sguardo intenso e profondo? Forse una chiamata ad una missione speciale, ad una santità straordinaria, ad essere un altro apostolo? Quello sguardo divino che aveva cambiato il cuore e la vita di san Pietro e degli altri apostoli, della Maddalena e della donna adultera, di Zaccheo, della Samaritana e di tanti santi, ora si posa sul giovane inginocchiato davanti a Lui per comunicargli l’amore di predilezione con una chiamata certamente importante. Allora Gesù gli disse: “Una cosa sola ti manca: và, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi” (ivi, 21).
Il giovane, pur avendo percepito quello sguardo d’amore infinito, dinanzi alla richiesta esplicita di Gesù di seguirlo, non sa cogliere l’occasione, forse, unica della sua vita: preferisce i suoi beni all’amore del Maestro divino. Commenta il Vangelo che il giovane si rattristò per le parole di Gesù e “se ne andò afflitto, poiché era molto ricco” (ivi, 22). La conclusione dell’episodio è davvero sconcertante. Ciò che colpisce profondamente è il contrasto tra la disponibilità iniziale del giovane ricco e il suo rifiuto finale all’invito del Maestro. In questo appare ancora più evidente quale gran pericolo costituiscono i beni di questo mondo per la salvezza eterna dell’uomo e come sia difficile tenere il cuore distaccato da essi! Termina Gesù con amarezza: “Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio” (ivi, 23), anche per chi è già incamminato sulla via della salvezza ed è desideroso di raggiungerla.
Ogni persona riceve una chiamata personale a seguire Gesù. Vi è una via ordinaria che conduce alla salvezza e alla santità, sulla quale cammina la maggioranza dei cristiani. Vi sono, però, vie straordinarie, vocazioni particolari, che richiedono in chi è chiamato la disponibilità totale della vita e la rinuncia radicale ad ogni realtà terrena. Gesù è Dio e Signore e, come tale, può chiederci l’amore assoluto di tutto il nostro essere. Nella storia della salvezza, tra i chiamati alle missioni straordinarie che hanno corrisposto pienamente ai disegni di Dio, ricordiamo i profeti, gli apostoli, i santi. Primeggia fra tutti Maria, che per la sua perfetta obbedienza al Padre e la piena condivisione alle sofferenze del Figlio è divenuta la Corredentrice del genere umano.
Padre Pio da Pietrelcina è senza dubbio da annoverarsi tra i grandi santi che hanno avuto un ruolo di straordinaria importanza nell’opera di salvezza dell’uomo. E’ stato un grande collaboratore di Dio, uno “strumento nelle mani divine” (Epistolario III, p. 49), il “Cireneo” che ha accettato volentieri di portare sulle sue spalle i peccati del mondo.
Dio ha bisogno della nostra collaborazione. Teniamo sempre i cuori aperti e attenti ad ogni chiamata. Imitiamo l’esempio degli apostoli, di san Pio e soprattutto della Vergine Maria che risposero con prontezza e generosità alla chiamata di Gesù. La vera sapienza dell’uomo consiste nel dire sempre di “sì” ad ogni invito di Gesù.
XXIX DOMENICA – ANNO B
Oggi la Parola di Dio ci ricorda che siamo stati chiamati a conformare concretamente la nostra vita a quella di Gesù, seguendo la strada della sofferenza da Lui tracciata. Infatti, non è attraverso il successo e la gloria umana che si arriva alla salvezza e alla beatitudine eterna del cielo, bensì attraverso la strada dell’umiltà e della rinuncia.
La prima lettura di questa domenica accenna alla “via dolorosa” percorsa da Gesù. Il “Servo del Signore – di cui parla con accenti ispirati il profeta Isaia – disprezzato e reietto dagli uomini” (Is 53,3) che porta da solo il peso schiacciante delle umane iniquità, è simbolo e figura di Gesù, il Messia “sofferente”. Le espressive parole della prima lettura - “al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori” (ivi, 10) - rivelano, infatti, il piano misterioso del Padre di “dare” il suo Unigenito Figlio per la salvezza del mondo, e la volontà di Gesù che spontaneamente “offrirà se stesso in espiazione” (ivi). Per riscattarci dai nostri peccati, Egli si è offerto liberamente alla morte infame della croce. Questo sacrificio volontario giustificherà tutti quelli che accettano di essere salvati.
Anche la seconda lettura, che riporta un brano della lettera agli Ebrei, parla di Gesù, come Colui che “sa compatire le nostre infermità” (ivi, 15), perché si è fatto in tutto simile a noi, anche nelle sofferenze, escluso il peccato. Per questo possiamo accostarci a Lui e invocarlo “con piena fiducia” (Eb 4,14).
Nella pagina odierna del Vangelo, infine, il Maestro divino, con le parole eterne della sua Sapienza, c’insegna che è grande stoltezza correre dietro agli onori e alla gloria vana degli uomini. L’occasione per questo grande insegnamento Gesù la coglie dall’audace richiesta che gli apostoli Giacomo e Giovanni rivolgono a Gesù: “Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra” (Mc 10,37). Gesù risponde“Voi non sapete ciò che domandate” (Mc 10,38). La pretesa di voler essere i primi, di accaparrarsi i primi posti, di primeggiare sugli altri costituisce un grave pericolo per la salvezza eterna dell’uomo. Ciò che invece il cristiano deve desiderare è l’ultimo posto, il posto di colui che serve. Davanti ad una dottrina tanto sorprendente, Gesù offre se stesso come esempio vivente: “Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (ivi, 45). Gesù non si è limitato alle parole. Egli, pur sapendo d'essere Dio e Signore, ha scelto l’ultimo posto, la strada del servizio umile e amorevole. Nell’ultima Cena, dopo aver lavato i piedi ai suoi discepoli come avrebbe fatto l’ultimo dei servi, dice loro: “Vi ho dato, infatti, l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi” (Gi 13,15). Gesù c’insegna a scegliere gli ultimi posti. Anche coloro che sono preposti in autorità, devono considerare la loro funzione come un servizio che va fatto con amore e umiltà, imitando anche in questo l’esempio di Gesù.
Gli apostoli, come tutti gli uomini, tentano sempre di evadere dalla sofferenza e di assicurarsi gli onori e la gloria del mondo. Pochi sono coloro che non si lasciano affascinare dall’oro falso del successo umano, dalla gloria vana del mondo, dal plauso effimero degli uomini e seguono il Maestro lungo la via oscura del nascondimento, dove nessuno li nota, li applaude, li considera. Gesù non ha cercato l’approvazione del mondo. Ha avuto a cuore solo la gloria che viene dal Padre. Con il suo esempio e i suoi ammaestramenti, Gesù ci ricorda che il fine ultimo di tutta la creazione e, quindi, anche dell’uomo è di rendere gloria a Dio sulla terra e in Paradiso per tutta l’eternità. Tutta la vita del cristiano deve tendere verso questo scopo essenziale: dare gloria a Dio, glorificarlo in ogni pensiero, desiderio e azione. Coloro che desiderano i primi posti e agiscono per amor proprio o per vana compiacenza, mettono se stessi al posto di Dio. E’ l’errore più grave che l’uomo possa commettere. A che cosa servono gli onori e il plauso degli uomini se manca l’approvazione di Dio?
Gli Angeli del cielo che lodano Dio e lo servono fedelmente e i Santi sulla terra che consumano la loro vita nel rendergli gloria e onore, sono le creature che dobbiamo imitare. Padre Pio da Pietrelcina ci offre un esempio straordinario a riguardo: egli ha sacrificato e immolato tutti gli anni della sua vita per quest'unico scopo: dare al Signore l’amore più grande, il servizio più fedele e la massima gloria. La santità è la risposta più convincente per l’uomo di aver raggiunto il suo fine. Seguiamo, dunque, l’esempio mirabile dei santi. Mettiamoci anche noi decisamente in cammino verso la santità e saremo certi di rendere a Dio la gloria più grande.