SECONDA DOMENICA DI PASQUA
Questa seconda domenica di Pasqua è caratterizzata dalle apparizioni di Gesù risorto agli apostoli. Noi pure, ogni domenica, come gli apostoli nel Cenacolo di Gerusalemme, ci troviamo riuniti per incontrarci con Gesù risorto. Il nostro incontro con Lui non è soltanto un ricordo della sua Risurrezione, ma un rivivere, come comunità, l’esperienza personale degli apostoli. In ogni assemblea liturgica, infatti, quando celebriamo l’Eucaristia, Gesù risorto si fa presente vivo e vero in mezzo a noi sotto i segni sacramentali del pane e del vino, per essere nostro cibo e sostegno nel cammino verso la Patria celeste. La domenica, perciò, è un giorno “sacro” per i cristiani, da dedicare innanzitutto al Signore, perché è il giorno in cui celebriamo la sua Pasqua gloriosa.
Oggi il Vangelo narra la terza apparizione di Gesù risorto. Dopo essere apparso a Maria Maddalena e ai due discepoli di Emmaus, “la sera di quello stesso giorno” (Gv 20,19) - dice il Vangelo - Gesù apparve agli apostoli, i quali se ne stavano in casa, a porte chiuse, “per timore dei Giudei” (ivi). Grande fu lo stupore e la gioia degli apostoli nel vedere il Signore, tutto raggiante nel suo corpo glorioso. Gesù si manifesta ai “suoi” non per rimproverarli della loro incredulità, ma per rassicurarli che Egli è vivo ed è veramente risorto. Stando in mezzo a loro, dice: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. … “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi; a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20,21-23). Con queste semplici parole, Gesù conferisce alla Chiesa, rappresentata dagli apostoli, i “frutti” più belli della Pasqua sgorgati dal suo cuore crocifisso e risorto: il dono della sua pace; il potere divino di compiere la sua missione; il dono del suo Spirito e, con lo Spirito Santo, il potere di rimettere i peccati. Con questi doni, la Chiesa è chiamata a divenire “strumento”, “segno efficace” di salvezza per l’umanità, e a continuare l’opera di redenzione iniziata da Gesù.
Davanti al Risorto, l’incredulità degli apostoli svanì all’istante. Non era un fantasma, non era un frutto della loro fantasia. Quelle piaghe alle mani, ai piedi, al costato erano la prova inconfutabile che Gesù era risorto. Ma “Tommaso, uno dei Dodici, - dice il Vangelo - non era con loro quando venne il Signore” (Gv 20,24). Appena lo incontrarono gli apostoli, colmi di gioia, gli dissero: “Abbiamo visto il Signore!” (ivi, 25). L’apostolo Tommaso, però, non accetta la loro testimonianza: voleva vedere con i propri occhi, toccare con le sue mani, mettere il dito nel posto dei chiodi per credere. Otto giorni dopo, Gesù appare di nuovo agli apostoli, ma solo per vincere la resistenza di Tommaso nel credere alla sua Risurrezione. Dinanzi all’invito di Gesù di mettere il dito nel foro dei chiodi e la sua mano nella ferita del suo costato, l’incredulità dell’apostolo, pentito e commosso, si tramuta in un atto profondo di fede: “Mio Signore e mio Dio” (ivi,28), che non solo liberò per sempre Tommaso da ogni dubbio, ma risanò anche in noi le ferite delle nostre incredulità.
Gesù conclude dicendo agli apostoli: “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!” (ivi, 29). E’ la nuova beatitudine proclamata dal Maestro per i credenti di tutti i tempi. Dopo gli apostoli, testimoni oculari del Risorto, avrà inizio nella Chiesa quel modo nuovo di credere, che è di chi ha fede senza vedere. Noi siamo tra queste persone, se sapremo credere in Lui. Lo scopo per cui furono scritti i Vangeli è proprio questo: “perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (ivi, 31). Gesù, con la Risurrezione, è diventato il Vivente, colui che non solo è la sorgente della vita divina, ma anche la dona a quanti credono in Lui.
Secondo la testimonianza della prima lettura, la forza che teneva uniti i primi credenti era la fede che li portava a rinunciare perfino ai propri beni. Dinanzi a questa fede così viva dei primi cristiani, San Pietro esclama con commozione: “ora, pur senza vederlo (Gesù), credete ed esultate di gioia ineffabile e gloriosa” (1 Pt 1,8). Questa è la fede dei primi cristiani. Ed è proprio questa la fede che manca a tanti cristiani di oggi. Molti, infatti, come Tommaso, vogliono vedere, toccare, aspettano segni straordinari per credere e non si decidono mai a camminare sul sentiero di una fede matura, quella fede che ci fa guardare agli avvenimenti e alle persone nella luce di Dio e che ci fa accettare con umile sottomissione la sua santa volontà. Padre Pio da Pietrelcina è stato un uomo di grande fede. Esortava i suoi figli spirituali a credere ciecamente, senza mai chiedere segni; e insegnava loro a superare i dubbi di fede con la preghiera costante. Così scrive a una sua figlia spirituale: “Con voi è Gesù che non vi abbandona mai. Voi vorreste vederlo, lo vorreste sentire, ma, credete a me, questo sarebbe peggio per voi e troppo vi costerebbe se Gesù a voi si rivelasse” (Epistolario II, p. 463). E’ necessario che la nostra fede cresca giorno dopo giorno. Se abbiamo peccato di incredulità, se abbiamo poca fede o se ci accorgiamo che vacilla, ripetiamo con san Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Inoltre, ricorriamo spesso alla Madonna, nostro modello insuperabile di fede, e a san Pio, perché ci ottengano la grazia di una fede così profonda da trasformarci, come gli apostoli e i primi cristiani, per il mondo intero, in testimoni autentici di Gesù risorto.