Il 1° gennaio 1998, nella solennità di Maria Santissima Madre di Dio, la Santa Sede concesse ai Frati Francescani dell’Immacolata il riconoscimento come Istituto di diritto pontificio. Con questo atto, la Chiesa universale accoglieva ufficialmente un carisma nato canonicamente nella diocesi di Benevento, pur avendo la Casa Madre a Frigento (AV), riconoscendone la fecondità spirituale e apostolica oltre i confini locali.
La data scelta non fu priva di significato: porre l’approvazione sotto il segno della Madre di Dio significava iscrivere l’Istituto, fin dalle sue fondamenta giuridiche, dentro una prospettiva mariana non accessoria, ma strutturante, secondo la grande tradizione francescana e nel solco dell’esperienza di san Massimiliano Maria Kolbe.
Dalla Chiesa particolare alla Chiesa universale
L’elevazione a diritto pontificio con l’assenso di Giovanni Paolo II – oggi santo – fu il compimento di un cammino ecclesiale breve ma intenso che ricevette il parere favorevole della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica (oggi Dicastero).
Il 2 febbraio 1998, festa della Presentazione del Signore e oggi Giornata mondiale della Vita Consacrata, l’evento venne celebrato solennemente nel Santuario della Madonna delle Grazie, con una Santa Messa di ringraziamento presieduta dall’allora arcivescovo di Benevento Mons. Serafino Sprovieri. La coincidenza liturgica rafforzò il senso ecclesiale del passaggio: come Cristo viene presentato al Padre nel Tempio, così l’Istituto veniva offerto alla Chiesa in una forma nuova, più ampia e più esigente.
Una missione mariana nel cuore del carisma francescano
Nel decreto di approvazione (prot. n. B 242-1/94) veniva delineata con chiarezza la missione propria dei Frati Francescani dell’Immacolata: la santificazione personale e la salvezza dei fratelli per mezzo di Maria, secondo una prospettiva che unisce interiorità e apostolato.
In particolare, l’Istituto veniva chiamato a: organizzare, guidare e diffondere il movimento della Missione dell’Immacolata Mediatrice, ispirandosi agli insegnamenti e all’esempio di san Massimiliano Maria Kolbe; promuovere lo studio teologico e spirituale del mistero di Maria; incrementare il culto e la devozione all’Immacolata nella vita della Chiesa.
Si trattava di un impianto identitario classico nella forma e radicale nella sostanza: la missione nasce dalla santificazione personale e non può prescinderne. In piena coerenza con la tradizione francescana, l’apostolato non è mai separato dalla conversione del cuore, ma ne è l’irradiazione naturale.
Un riconoscimento rapido e una stagione di fecondità
L’approvazione pontificia giunse a soli otto anni dall’erezione diocesana, una tempistica che colse di sorpresa molti e che fu accolta con gioia ed entusiasmo. Essa va letta anche nel contesto ecclesiale di quegli anni, segnati da una notevole fioritura di nuove famiglie religiose, favorite da una fiducia creditizia ampia e da una stagione nella quale tanti nuovi movimenti trovavano cittadinanza nella Chiesa universale.
In questo quadro, i Frati Francescani dell’Immacolata conobbero una crescita significativa, sia numerica sia geografica. L’apostolato si sviluppò in ambiti molteplici: pastorale, missionario, editoriale, mariano. L’età media giovane, l’entusiasmo dei primi tempi, l’abbandono fiducioso alla Provvidenza e il sacrificio silenzioso di molti frati, soprattutto nelle missioni, furono elementi reali e determinanti di questa espansione e dei relativi riconoscimenti.
Fedeltà al carisma oltre le contingenze
Nella parte conclusiva del decreto di approvazione, firmato dall’allora prefetto cardinale Eduardo Martínez Somalo, emergeva un orientamento decisivo: i Frati Francescani dell’Immacolata venivano richiamati a seguire le orme di san Massimiliano Kolbe, rimanendo fedeli al carisma così come riconosciuto dalla Chiesa.
Il testo invitava chiaramente a non lasciarsi guidare dalle mode del tempo, né da letture adattive o da schemi costruiti secondo criteri mutevoli e umani, ma a vivere una consacrazione illimitata all’Immacolata, nello spirito di una missionarietà senza riserve. In questo contesto si colloca anche il voto mariano, ispirato alla tradizione kolbiana maturata fino all’esperienza missionaria del Giappone: una scelta originale, teologicamente esigente e spiritualmente radicale, che richiede equilibrio, discernimento e costante riferimento all’autorità della Chiesa.
Prova, purificazione e riforma
Gli anni successivi non sono stati esenti da passaggi difficili. Un commissariamento dal 2013 al 2022, culminato con un Capitolo generale, un nuovo governo e con l’uscita quasi contestuale dalla vita religiosa dell’iniziatore storico, P. Stefano Manelli, ha segnato una fase di profonda purificazione.
Oggi l’Istituto è impegnato in un cammino di riposizionamento ecclesiale, vissuto nello spirito francescano di minorità, marianità, umiltà e letizia, con una rinnovata attenzione alla comunione con la Chiesa, alla formazione con una credibilità istituzionale accresciuta. La sfida attuale non è negare la propria storia, ma trasformare la missione ricevuta in una visione matura, capace di coniugare fedeltà al carisma, realismo ecclesiale e slancio apostolico.
La storia delle famiglie religiose insegna che la fecondità autentica non nasce dall’assenza di prove, ma dalla capacità di attraversarle rimanendo nella Chiesa. In questo senso, il principio antico conserva tutta la sua forza: Nec recisa recedit.
Anche potata, la vite non si ritrae, ma attende di portare frutto.




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