I titoli di Corredentrice e Mediatrice sono stati utilizzati per secoli nella Chiesa cattolica – talvolta anche in testi e interventi papali. Lo scorso novembre, tuttavia, la Chiesa li ha messi sotto riserva. Perché? Probabilmente perché il linguaggio mariano è stato, a tratti, deformato da un modo di parlare di Dio sbilanciato rispetto al mistero del Dio trinitario.
Per i credenti che si sono affezionati a questi titoli, tale conclusione è una pillola amara da ingoiare. In un certo senso, essi sono diventati vittime di alcuni ideologi che, mossi da sentimenti anti-protestanti o da una nostalgia preconciliare, hanno cercato di reintrodurre uno stile mariologico tipico del XIX secolo. Viene spontaneo domandarsi se questi teologi, vescovi e altri chierici si rendano conto di ciò che hanno innescato nelle menti e nei cuori di molti fedeli.
Ma da dove hanno origine questi titoli? E come hanno potuto radicarsi così profondamente nel discorso mariano nel corso dei secoli?
Ripercorrendo due millenni di riflessione sul posto di Maria nella storia della salvezza e nella spiritualità cristiana, si possono individuare due cause principali, entrambe riconducibili a ciò che definisco una “mariologia compensativa”. In primo luogo, la comprensione di Cristo si è progressivamente concentrata in modo eccessivo sulla sua divinità; in secondo luogo, Dio è stato rappresentato in maniera troppo unilateralmente maschile.
Un mediatore di “compensazione”
Durante il primo millennio, Maria era generalmente compresa come immagine della Chiesa e come suo membro. All’interno della Chiesa occupava un posto unico, e il suo ruolo nella storia della salvezza è indubbiamente singolare, ma ella rimaneva “al nostro fianco”, perché anch’essa redenta da Cristo.
Il teologo francese Yves Congar, O.P., mostrò nella sua breve ma importante opera del 1952 Le Christ, Marie et l’Égliseche questa prospettiva cominciò a mutare intorno all’XI secolo. Progressivamente, a Maria venne assegnato un posto “al di sopra della Chiesa”, collocandola tra l’umanità e Cristo.
Dall’alto Medioevo in poi, il titolo di Redentrice entrò in uso per Maria, sostituito poi, a partire dal XV secolo, dal termine Co-Redentrice. Anche questo titolo, tuttavia, rimane problematico, poiché il prefisso co- può essere inteso sia in senso coordinativo (come in co-presidente), sia in senso subordinato (come in co-pilota).
Secondo Congar, l’attribuzione a Maria dei titoli di Mediatrice e Co-Redentrice era in larga misura dovuta a un progressivo offuscamento del dogma del Concilio di Calcedonia, che afferma che Cristo è pienamente Dio e pienamente uomo. Con il passare del tempo, Cristo venne percepito sempre più come esclusivamente divino, mentre la sua umanità scivolava sullo sfondo.
Nel 451, Calcedonia aveva affermato che Cristo ha riconciliato in sé l’umano e il divino. Per questo, come afferma la Prima lettera a Timoteo (2,5), egli è «l’unico mediatore tra Dio e gli uomini». La dottrina cattolica riflette questo insegnamento: mentre chiediamo a Maria e ai santi di intercedere per noi, Cristo resta l’unico Redentore e Mediatore tra l’umanità e Dio.
Ma quando l’umanità di questo “unico Mediatore” viene dimenticata – quando, per così dire, Cristo viene “innalzato” troppo in alto – si crea un vuoto tra Dio e l’uomo. Nel secondo millennio, questo spazio è stato progressivamente occupato dai santi e, in modo del tutto naturale, da Maria.
Così ella acquisì titoli come Mediatrix e Co-Redemptrix, quasi che Cristo fosse divenuto un ponte troppo lontano. Congar parlava di «un Cristo così completamente divino, così esaltato, da apparire distante, e di fronte al quale si avverte il bisogno di una mediazione mariana».
Questa “mariologia massimalista” raggiunse il suo apice in quella che i mariologi chiamano l’“età mariana”, grosso modo tra il 1830 e il 1950. Sotto il motto De Maria numquam satis (“Di Maria non si dirà mai abbastanza”), si moltiplicarono feste, titoli, proposte dogmatiche. Congar parlò di una “mariologia al galoppo”, fuori controllo, mentre il grande mariologo René Laurentin paragonò questo sviluppo a una forma patologica.
Il Concilio Vaticano II pose fine a questa deriva. Nonostante le pressioni di alcuni padri conciliari per la proclamazione di nuovi dogmi mariani, un voto drammatico del 29 ottobre 1963 lo impedì.
La questione non era solo redazionale – se dedicare a Maria un documento separato o integrarne la figura all’interno di Lumen gentium, la Costituzione dogmatica sulla Chiesa – ma profondamente teologica: Maria sta sopra la Chiesa o dentro la Chiesa? Appartiene al lato del Redentore o a quello dei redenti, seppure in modo unico? È immagine di Cristo (una mariologia cristotipica, “massimalista”) o immagine e membro della Chiesa (una mariologia ecclesiotipica, “minimalista”)?
Con un margine sottilissimo – appena lo 0,4% – prevalse la seconda impostazione, radicata nella Scrittura, nei Padri e nella tradizione del primo millennio. Il capitolo VIII di Lumen gentium resta uno dei testi più alti del Concilio: Maria vi è definita «membro eminentissimo e del tutto singolare della Chiesa, e suo tipo ed eccellentissimo modello nella fede e nella carità». Chi oggi insiste sui titoli di Co-Redentrice o Mediatrice manifesta spesso una nostalgia per l’età mariana preconciliare e, non di rado, una resistenza più ampia alle riforme del Vaticano II.
Un’immagine femminile di Dio
C’è però un secondo livello, altrettanto decisivo. Maria non ha solo “compensato” un’immagine troppo divinizzata di Cristo; ha anche compensato una rappresentazione eccessivamente maschile di Dio.
Dio è Padre, ma la Scrittura e il Catechismo della Chiesa cattolica attestano chiaramente che in Dio sono presenti anche qualità materne. «La tenerezza paterna di Dio può essere espressa anche con l’immagine della maternità», afferma il Catechismo, che aggiunge: «Dio trascende la distinzione umana dei sessi. Non è né uomo né donna: è Dio» (CCC, 239).
Quando Dio viene immaginato esclusivamente come un padre severo e patriarcale, Maria tende a diventare una sorta di “schermo protettivo” davanti alla giustizia divina, quasi un’alternativa necessaria alla presunta insufficienza della misericordia di Dio, come ha osservato il Dicastero per la Dottrina della Fede.
Qualcosa di simile accade anche riguardo allo Spirito Santo. In ebraico, ruach è femminile; in greco diventa pneuma(neutro); in latino spiritus (maschile). La tradizione biblica mostra che lo Spirito era originariamente immaginato anche in chiave femminile. Padre Congar ricordava che i cristiani siriaci lo chiamavano “nostra Madre”.
Laurentin osservava, con finezza, che se mai si potesse parlare di una “co-redenzione”, ciò sarebbe più propriamente riferibile allo Spirito Santo. Ancora una volta, Maria ha finito per colmare uno squilibrio nella nostra comprensione di Dio.
Accanto al massimalismo conservatore dell’età mariana, negli ultimi decenni è emerso anche un massimalismo progressista. Alcune teologhe femministe hanno difeso il titolo di Co-Redentrice per affiancare una figura femminile al Redentore maschile. Leonardo Boff ha parlato di Maria come “volto femminile di Dio” e persino come “incarnazione dello Spirito Santo”.
Anche qui agisce una dinamica compensativa. È comprensibile, dato che il cristianesimo porta ancora le ferite delle strutture patriarcali. Tuttavia, la femminilità è già presente in Dio, e l’Incarnazione riguarda Cristo che assume l’umanità (homo), non semplicemente la maschilità (vir).
Quando sottovalutiamo l’umanità di Cristo o assolutizziamo la mascolinità di Dio, altri elementi vengono repressi e cercano uno sbocco. Nella tradizione cattolica, questo sbocco è stato spesso Maria.
Durante l’età mariana si amava dire che ogni nuovo titolo fosse un gioiello aggiunto alla corona di Maria. Ma col tempo quella corona è diventata troppo pesante. Da destra e da sinistra, Maria è stata in parte divinizzata. La giovane donna di Nazaret, probabilmente, avrebbe guardato con stupore a tanta enfasi.
Come parlare allora di Maria oggi? Un recente testo del Dicastero per la Dottrina della Fede offre una definizione luminosa: «La Beata Vergine è l’espressione più perfetta dell’azione di Cristo che trasforma la nostra umanità. È la manifestazione femminile di tutto ciò che la grazia di Cristo può realizzare in un essere umano».
In questo senso, ogni icona di Maria è come uno specchio. Guardandola, vediamo ciò che Dio vuole compiere in ogni persona. In lei riconosciamo il compimento di ciò che è già iniziato in noi e che, in Cristo, sarà portato alla pienezza.
Maria è immagine della Chiesa, afferma il Concilio. È immagine del Popolo di Dio redento, guarito, riconciliato. Una promessa per donne e uomini. E un invito a dire “sì”, ancora e ancora, al Dio trinitario, paterno e materno, che desidera prendere dimora in noi per renderci portatori di Cristo in un mondo che ha un disperato bisogno di redenzione, riconciliazione e guarigione.
da America Magazine. del 20/1/26




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