San Massimiliano Maria Kolbe e la fedeltà creativa
Non è la prima volta che la vita religiosa attraversa un cambiamento d’epoca. Ma raramente lo ha fatto con la rapidità, la complessità e l’ambivalenza che caratterizzano il nostro tempo. Mutano le culture, mutano le sensibilità ecclesiali, mutano i linguaggi, mutano perfino le categorie con cui si comprende l’autorità, l’obbedienza, la missione. In questo contesto, il rischio più grande non è la persecuzione, né la diminuzione numerica, né la perdita di prestigio sociale. Il rischio più grande è smarrire il carisma nel tentativo di adattarlo, o irrigidirlo per paura di perderlo.
È qui che san Massimiliano Maria Kolbe diventa sorprendentemente attuale.
Kolbe non ha vissuto un’epoca tranquilla. Ha attraversato due guerre mondiali, ha conosciuto il totalitarismo, ha visto crollare certezze culturali e politiche. Eppure non si è mai percepito come uomo in difesa. Non ha vissuto il cambiamento come minaccia, ma come occasione. Il suo segreto non fu la strategia, ma l’identità. Non cercò di reinventare il carisma francescano: lo abitò fino in fondo, dentro le tensioni del suo tempo.
Il punto decisivo è questo: Kolbe non separò mai fedeltà e creatività.
La fedeltà, per lui, non era ripetizione esteriore di forme, ma adesione radicale al cuore del carisma: l’appartenenza totale all’Immacolata e l’offerta di sé per la salvezza delle anime. La creatività non era rottura con la tradizione, ma audacia nel tradurla. Per questo poté fondare Niepokalanów come una “città dell’Immacolata” che utilizzava tipografie, mezzi di comunicazione, organizzazione moderna. Non era modernismo, ma incarnazione. Non era adattamento, ma missione.
Oggi si parla spesso di “cambiamento d’epoca”. Ma un cambiamento d’epoca non si attraversa cambiando tutto, né congelando tutto. Si attraversa discernendo ciò che è essenziale e ciò che è accidentale. Kolbe lo aveva compreso con lucidità: ciò che non può cambiare è la radicalità della consacrazione; ciò che deve cambiare è il modo in cui essa raggiunge il mondo.
Il carisma non è un museo. È una forma di vita generata dallo Spirito per un tempo e per tutti i tempi. Quando lo si riduce a identità sociologica, muore; quando lo si scioglie in adattamento culturale, si dissolve. Kolbe seppe evitare entrambe le derive. La sua fu una fedeltà ardente, non nostalgica; una apertura missionaria, non opportunista.
Nel cambiamento d’epoca, la vita religiosa rischia due tentazioni opposte: il rifugio identitario e la dispersione funzionale. Il rifugio identitario costruisce enclave rassicuranti, ma smette di evangelizzare. La dispersione funzionale moltiplica attività, ma svuota l’anima. Kolbe non scelse né l’una né l’altra via. Rimase radicalmente consacrato e radicalmente missionario. La sua contemplazione generava organizzazione; la sua obbedienza generava iniziativa; la sua povertà generava opere immense.
C’è un altro aspetto decisivo. Kolbe visse l’autorità non come possesso, ma come servizio temporaneo alla missione. In un tempo in cui anche nella vita religiosa si percepisce fatica nell’esercizio del governo, la sua figura ricorda che l’autorità è autentica solo quando rende possibile l’obbedienza evangelica e libera le energie del carisma. Non controllò lo Spirito; creò le condizioni perché lo Spirito agisse.
Vivere il carisma nel cambiamento d’epoca significa allora custodire tre elementi: identità, comunione, missione.
Identità: sapere chi siamo, prima di chiederci cosa fare.
Comunione: vivere il carisma come fraternità, non come percorso individuale.
Missione: non trattenere il dono ricevuto, ma consegnarlo al mondo con linguaggi comprensibili.
Kolbe non cercò di essere originale; cercò di essere totalmente dell’Immacolata. E proprio per questo fu originalissimo. L’originalità cristiana nasce dalla santità, non dall’invenzione.
Il cambiamento d’epoca non chiede alla vita religiosa di diventare altro da sé. Le chiede di diventare più sé stessa. Più radicale, più evangelica, più povera, più missionaria. Chiede fedeltà creativa. Chiede uomini e donne che non abbiano paura di abitare il proprio tempo senza lasciarsi assorbire da esso.
San Massimiliano Maria Kolbe rimane, in questo senso, una figura profetica. Non perché abbia offerto soluzioni organizzative replicabili, ma perché ha mostrato che un carisma, se vissuto integralmente, è sempre contemporaneo. Anche ad Auschwitz, nel luogo dove ogni progetto umano sembrava fallire, la sua consacrazione non si dissolse: si compì.
Nel cambiamento d’epoca, ciò che salva la vita religiosa non è l’efficienza, né la nostalgia, ma la santità. Kolbe lo ha dimostrato. E continua a dirlo, con silenziosa forza, alla Chiesa di oggi.




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