Il giorno in cui la Chiesa si riconosce

Aprile 2, 2026

NEL GIOVEDÌ SANTO CONVERGONO DUE CELEBRAZIONI DISTINTE E COMPLEMENTARI: LA MESSA CRISMALE, MISTERO DELL’UNZIONE E DELL’IDENTITÀ SACERDOTALE, E LA CENA DEL SIGNORE, ORIGINE E ABISSO DI OGNI EUCARISTIA. DUE LITURGIE, UN SOLO SEGRETO

Esiste un giorno nell’anno liturgico cristiano che non assomiglia ad alcun altro. Non per la sua spettacolarità — il Venerdì Santo ha il Crocifisso, la Veglia Pasquale ha il fuoco e l’Alleluia — ma per la sua densità silenziosa, per il modo in cui accumula significati come un fiume accumula acque nel momento in cui si allarga prima di sfociare. Quel giorno è il Giovedì Santo. E chi lo ha vissuto davvero — non come spettatore di un rito, ma come soggetto di una memoria — sa che qualcosa vi accade che è difficile nominare senza ridurlo.

Due liturgie lo abitano, distinte nel tempo e nel tono, eppure intimamente connesse come le due facce di un unico mistero. La mattina: la Messa Crismale, celebrata dal vescovo con tutto il suo presbiterio, nel silenzio severo di una cattedrale che odora già di olio benedetto. La sera: la Messa della Cena del Signore, con la lavanda dei piedi, il trasporto solenne del Santissimo, e il silenzio che cade sugli altari spogli come una pietra sul sepolcro. Due liturgie, un solo segreto: il potere che si fa servizio, la gloria che si fa abiezione, l’eterno che si consegna al tempo.

La Messa Crismale: l’olio, il tempo, l’identità

La Messa Crismale è, tra le due, la meno conosciuta al popolo fedele e la più carica di implicazioni ecclesiologiche. Si celebra nella mattina del Giovedì Santo — o, per ragioni pastorali, in un giorno vicino della Settimana Santa — ed è riservata al vescovo con i suoi sacerdoti. Non è una messa “per” i preti: è una messa dei preti, insieme al loro vescovo, in quella che la teologia chiama la piena manifestazione della Chiesa particolare.

Al centro della celebrazione vi sono tre oli: l’Oleum Infirmorum, destinato all’Unzione degli infermi; l’Oleum Catechumenorum, con cui vengono unti i catecumeni nel percorso verso il Battesimo; e il Sacrum Chrisma, il crisma propriamente detto, mescolanza di olio d’oliva e balsamo aromatico, con cui vengono consacrati i battezzati alla Confermazione, i presbiteri all’Ordinazione, i vescovi alla loro consacrazione, e le chiese e gli altari alla loro dedicazione. Tre oli, tre uffici, un unico gesto arcaico: ungere qualcosa o qualcuno per consacrarlo, per sottrarlo alla banalità del profano e destinarlo a qualcosa che lo supera.

L’olio ha una storia lunga quanto la Scrittura. I re d’Israele venivano unti — da qui il titolo Messia, in ebraico Mashiach, “l’unto” —, come i sacerdoti e i profeti. L’unzione non era un gesto decorativo: era una trasmissione di spirito, una designazione divina, una marca indelebile sull’identità di chi la riceveva. Quando il profeta Samuele unse Davide re d’Israele, non gli conferì un titolo onorifico: lo costituì come strumento di un disegno che lo precedeva e lo superava. Questa è la teologia dell’unzione: non l’uomo che sale, ma Dio che scende e posa la mano.

Il crisma benedetto dal vescovo nella Messa Crismale porta questa memoria in sé. Verrà distribuito alle parrocchie della diocesi e usato durante tutto l’anno nei sacramenti che lo richiedono. In quel piccolo vasetto d’olio profumato c’è dunque qualcosa di vertiginoso: la continuità visibile di una consacrazione che scende dai secoli, che passa per le mani dei vescovi in una catena ininterrotta fino agli Apostoli, e che tocca le fronte, il capo, le palme delle mani degli uomini e delle donne di questo tempo.

Il rinnovo delle promesse: la crisi e la fedeltà

Ma la Messa Crismale contiene, al suo interno, un momento che merita attenzione teologica particolare e che il popolo spesso ignora: il rinnovo delle promesse sacerdotali. I presbiteri della diocesi, riuniti attorno al loro vescovo, rinnovano pubblicamente le promesse fatte il giorno della loro ordinazione. Non è un gesto rituale vuoto. È, se lo si comprende nella sua profondità, un momento di verità radicale.

Il sacerdote, nel rito romano, promette obbedienza al vescovo e ai suoi successori, e — nelle Chiese di rito latino — il celibato come segno escatologico dell’appartenenza totale a Dio e alla comunità. Queste promesse, nel corso di anni e decenni di ministero, vengono messe alla prova da tutto: dalla fatica, dalla solitudine, dall’incomprensione, dal senso di inutilità, dalla crisi di fede che non risparmia nemmeno chi ha scelto di dedicare la vita a custodirne la fiamma negli altri.

Il rinnovo delle promesse nel Giovedì Santo non è la celebrazione trionfale di chi non ha mai vacillato. È qualcosa di più onesto e più bello: è la scelta, hic et nunc, di restare. Non perché sia facile. Non perché le domande siano risolte. Ma perché la fedeltà non è un sentimento — è un atto. È la decisione di tornare, ogni mattina, davanti all’altare, anche quando le mani tremano e il cuore è arido.

Il vescovo, da parte sua, nel ringraziare i sacerdoti e nel chiedere ai fedeli di pregare per loro, compie un gesto ecclesiologico fondamentale: riconosce che il sacerdozio non è una carriera né una casta, ma una vocazione che abita uomini fragili e che trova la sua forza non nella perfezione dei suoi ministri ma nella fedeltà del Dio che li ha chiamati. Non vos me elegistis, sed ego elegi vos — non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi (Gv 15,16). Questa asimmetria è la base teologica di tutto.

C’è in questo momento qualcosa che ricorda la scena evangelica di Pietro interrogato per tre volte da Gesù risorto sulle rive del lago di Tiberiade: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu?». Tre volte, come tre volte lo aveva rinnegato. Non una celebrazione della perfezione di Pietro, ma una reintegrazione nella missione attraverso la confessione della propria debolezza. Ogni rinnovo di promesse sacerdotali ha questa struttura interiore: non “ti giuro che sono stato fedele”, ma “ti chiedo di ricominciare”.

La Cena del Signore: l’origine che si fa presente

La sera il tono cambia. Cade la luce, si accendono le candele, e la liturgia della Cena del Signore entra in un registro diverso: più intimo, più drammatico, più silenzioso.

Questa messa non ha un’introduzione penitenziale. Inizia con il Gloria, cantato per l’ultima volta prima della Veglia Pasquale, durante il quale le campane suonano a distesa — e poi tacciono, per tutta la notte e il giorno del Venerdì, fino all’Alleluia della Veglia. Quel silenzio delle campane è uno dei più potenti simboli liturgici dell’Occidente cristiano: non la morte di Dio, ma la sua discesa nel silenzio assoluto del patire.

Il Vangelo della sera non è il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia — quello è affidato alla seconda lettura, dalla Prima Lettera ai Corinzi, il testo più antico che abbiamo sull’ultima cena, scritto da Paolo attorno all’anno 54. Il Vangelo è quello di Giovanni, e racconta la lavanda dei piedi. Una scelta teologicamente precisa e di grande audacia: la sera in cui nasce l’Eucaristia, la liturgia sceglie di mostrarci non il pane spezzato ma il Dio inginocchiato davanti ai suoi discepoli con un catino d’acqua e un asciugamano.

«Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, e preso un asciugamano se lo cinse attorno alla vita» (Gv 13, 3-4). Giovanni insiste sul sapendo: Gesù compie questo gesto non per ignoranza della propria identità, ma nella piena coscienza di essa. Non si abbassa perché non sa di essere il Figlio di Dio. Si abbassa perché lo sa. La divinità non è potere che si impone: è amore che serve. È qui, in questo paradosso, il cuore della cristologia giovannea e, per riflesso, di ogni ecclesiologia che voglia essere fedele al Vangelo.

L’Eucaristia come testamento

Nella seconda lettura, Paolo trasmette alla comunità di Corinto — e attraverso di essa a tutti i secoli — le parole che Gesù pronunciò nell’ultima cena: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». La formula greca è pregnante: eis tèn emèn anàmnesin — “in memoria di me”, dove anàmnesis non è il ricordo psicologico di un assente, ma la ri-presentazione sacramentale di un evento che rimane contemporaneo a ogni sua celebrazione.

L’Eucaristia non è la commemorazione di qualcosa che è accaduto duemila anni fa. È, nella teologia cattolica, la presenza reale di quel corpo e di quel sangue, donati una volta per tutte e tuttavia sempre di nuovo donati in ogni eucaristia celebrata nella storia. Il Giovedì Santo è il giorno in cui questa verità si offre alla contemplazione nella sua forma più originaria: non ancora come dogma definito nei concili, non ancora come teologia sistematizzata, ma come gesto semplice e tremendo di un uomo che spezza il pane e dice questo sono io, prendete.

La liturgia della sera si conclude con la reposizione: il Santissimo Sacramento viene trasportato solennemente all’altare della reposizione — tradizionalmente adornato di fiori e di luce — mentre l’assemblea lo segue in processione silenziosa. Gli altari vengono poi spogliati: le tovaglie tolte, le croci velate o rimosse, le candele spente. La chiesa rimane nuda, come un corpo dopo la morte. È un colpo teatrale di altissima teologia: la liturgia dice con i segni quello che le parole non potrebbero dire con la stessa forza. Dio si è consegnato. Non c’è più nulla da custodire sull’altare questa notte: il dono è stato fatto.

Il Getsemani: la preghiera impossibile

Dopo la messa, nelle chiese dove la tradizione è viva, i fedeli si trattengono in adorazione davanti all’altare della reposizione fino a mezzanotte — in memoria della notte nel Getsemani, quando Gesù chiese ai discepoli di vegliare con lui e trovò invece il loro sonno. «Non siete stati capaci di vegliare con me un’ora sola?» (Mt 26, 40). La domanda è rivolta ancora a noi, duemila anni dopo, con la stessa dolente ironia.

Il Getsemani è, teologicamente, forse il luogo più arduo dell’intera narrazione evangelica. Non il Calvario, dove la tragedia è già compiuta e la morte ha la sua grandezza solitaria. Il Getsemani è il luogo dell’agonia — dal greco agòn, lotta — dove Gesù prega che il calice passi da lui, dove suda sangue, dove la sua umanità si scontra con il peso di ciò che sta per accadere. «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu» (Mt 26, 39).

Questa preghiera ha fatto scandalo per secoli ai teologi: come può il Figlio di Dio chiedere che il piano del Padre non si compia? La risposta più convincente è anche la più semplice: perché è davvero uomo. E ogni uomo, davanti alla sofferenza e alla morte, grida. La fede non sopprime il grido: lo porta davanti a Dio. Questa è la differenza tra la rassegnazione stoica e la preghiera cristiana.

Il giorno che non finisce mai

Il Giovedì Santo non ha una chiusura liturgica propria. La messa della Cena del Signore termina senza benedizione finale, senza congedo. La liturgia continua, scorre nel Venerdì Santo e nel Sabato, fino a quando la Veglia Pasquale la conclude e la trasfigura. È come se il Triduo fosse un’unica, lunghissima liturgia che si estende su tre giorni: il dono, la morte, la risurrezione — tre movimenti di una sola sinfonia.

Questa sera, in ogni cattedrale del mondo, un vescovo siederà tra i suoi sacerdoti e benedirà dell’olio. Poi si inginocchierà — se è giovannescamente fedele alla liturgia che presiede — davanti a dodici persone scelte dall’assemblea, e laverà loro i piedi. Un uomo rivestito di paramenti solenni, che porta il titolo di successore degli Apostoli, inginocchiato sul pavimento di una chiesa con una bacinella d’acqua.

Non è umiliazione. È la forma più alta che il potere abbia mai assunto nella storia religiosa dell’Occidente: il servizio. Non il potere che si maschera da servizio — come accade troppo spesso — ma il servizio che è il potere, nella sua forma più vera e più difficile da esercitare.

Questa sera Dio si inginocchia. E la Chiesa, guardandolo, impara ancora una volta chi è chiamata a essere.

«Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri.» — Giovanni 13, 12-14

 Il Giovedì Santo non è l’anticamera del Venerdì. È un giorno teologicamente autonomo, denso di significati stratificati nei secoli: il sacerdozio come servizio e non come potere, l’olio come segno di elezione e di cura, il pane spezzato come testamento di un amore che non si ritira. La Chiesa, in questo giorno, impara ancora una volta chi è.

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