Il contributo fondamentale del domenicano a otto dei tredici documenti dell’assise
Fin dall’annuncio da parte di Giovanni XXIII, nel gennaio 1959, della convocazione di un nuovo Concilio ecumenico, il domenicano francese Yves Congar (1904-1995) capisce che si tratterà di un evento ecclesiale di primaria importanza e, per lui, di un’occasione inaspettata per far avanzare in seno alla Chiesa le tesi da lui sostenute, fino a quel momento senza successo.
I due obiettivi assegnati dal nuovo Papa alla futura assemblea — un aggiornamento della Chiesa da una parte, facilitare l’unione dei cristiani separati dall’altra — sono infatti i due ambiti sui quali padre Congar lavora da trent’anni. Pioniere in materia di ecumenismo con il suo libro Chrétiens désunisdel 1937 (Cristiani disuniti), è anche sostenitore di una riforma senza scisma vicina all’aggiornamento pontificio con la sua opera Vrai e fausse réforme dans l’Èglise del 1950 (Vera e falsa riforma nella Chiesa). Nessuno più di lui sembra dunque preparato per partecipare ai lavori del concilio.
Dall’ombra alla luce
Ma verrà invitato? Nulla è meno certo, perché il suo ecumenismo, giudicato troppo generoso, è stato oggetto di un richiamo, non reso pubblico, da parte del Santo Uffizio nel 1939, e il suo riformismo, giudicato troppo audace, gli è valso l’allontanamento dall’insegnamento e l’esilio dalla Francia nel 1954. Prende quindi delle precauzioni, chiedendo a monsignor Weber, vescovo di Strasburgo — dove risiede dal 1957 —, di nominarlo suo teologo privato. Rimane dunque sorpreso nell’apprendere, nel 1960, di essere stato scelto come esperto ufficiale della Commissione teologica preparatoria del Concilio, incaricata di redigere gli schemi dottrinali da sottoporre ai vescovi e ai superiori di ordini o congregazioni. La sua opera, già considerevole, convince i teologi romani responsabili delle nomine, spesso titubanti sulle sue posizioni, dell’impossibilità di un Concilio senza padre Congar (e senza padre de Lubac).
Semplice esperto, e non membro a pieno titolo di una Commissione presieduta dal cardinale Ottaviani, assistito da uno dei teologi prefetti di Pio XII, il gesuita olandese Sebastiaan Tromp, assiste, impotente, tra il 1960 e il 1962, alla redazione da parte dei teologi romani o romanizzati, di schemi restrittivi, ben lontani dall’aggiornamento auspicato, poiché perpetuano i moniti dottrinali del pontificato precedente, in particolare dell’enciclica Humani generis del 1950. Vincolato dal segreto, può solo allertare con discrezione alcuni vescovi francesi di sua conoscenza e alimentare l’attesa conciliare dell’opinione cattolica attraverso le sue conferenze e i suoi articoli.
Padre Congar, nominato esperto ufficiale nel 1962, e logicamente assegnato alla Commissione dottrinale del Concilio, vi entra con passione dall’autunno del 1962, come testimoniano il suo imponente Journal du Concile (Diario del Concilio), pubblicato nel 2002, e le cronache vivaci che ne trae per le Informations catholiques internationales. La prima sessione vede una maggioranza di sacerdoti, sostenuta da Giovanni XXIII, respingere due dei testi più importanti della Commissione teologica preparatoria: quello sulle fonti della rivelazione e quello sulla Chiesa. A seguito di tale rifiuto, al quale ha contribuito nei limiti delle sue possibilità, lo status conciliare di padre Congar cambia radicalmente. Chiamato a partecipare alla riscrittura dello schema sulla Chiesa nella primavera del 1963, s’impegna a fondo in questa seconda preparazione, nonostante i suoi problemi di salute, e diventa presto uno dei grandi punti di riferimento teologici della maggioranza dell’assemblea.
Nel cuore della macchina conciliare
Lascia così la sua impronta sulla costituzione Lumen gentium sulla Chiesa, in particolare sul suo capitolo I (Il mistero della Chiesa) e sul suo capitolo II (Il popolo di Dio), che ha contribuito a invertire con il capitolo III (Costituzione gerarchica della Chiesa e in particolare dell’Episcopato). La vastità delle sue competenze teologiche impedisce tuttavia di confinarlo nel suo ruolo di ecclesiologo, uno dei migliori della sua generazione. Padre Congar partecipa anche, sebbene in seconda linea, alla redazione della costituzione Dei Verbumsulla Rivelazione e della costituzione Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, anche se uno schema, che gli aveva richiesto grande impegno, alla fine non viene accolto. Senza lavorarvi tanto personalmente, sostiene con la sua autorità i testi innovativi dei suoi amici del Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani: il decreto sull’ecumenismo Unitatis redintegratio, la dichiarazione sulle religioni non cristiane Nostrae aetate, e la dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae. Esperto a tutto campo, è anche invitato, al termine del Concilio, a intervenire su schemi minori mal concepiti per fornire loro la struttura teologica di cui sono privi. È il caso del decreto sulle missioni Ad gentes e del decreto Presbyterorum ordinis sul ministero e la vita dei presbiteri.
Nel suo insieme, l’opera conciliare di padre Congar è considerevole. Il suo Diario elenca in modo preciso tutti i suoi interventi: ha contribuito alla redazione di otto dei tredici documenti adottati dal Concilio nel 1964-1965. Tra i grandi testi del Vaticano II, l’unico a non beneficiare del suo contributo è stata la costituzione Sacrosanctum Concilium sulla liturgia. Accantonato nel 1960-1962, nel 1963-1965 diventa uno dei principali teologi dell’assemblea. Per mole di lavoro svolto e influenza esercitata sul corso dell’evento conciliare, l’unico a poter reggere il suo confronto è il professore di Lovanio, monsignor Gérard Philips, segretario aggiunto della Commissione dottrinale. Il Concilio Vaticano II consacra la sua reputazione, a lungo contestata a Roma, come uno dei più grandi teologi del XX secolo.
La deve in gran parte all’atteggiamento “possibilista” che adotta non appena viene associato alla minuziosa tessitura dei documenti. A differenza di un Hans Küng, e anche di un Karl Rahner, che rifiutano ogni compromesso, lui rinuncia a forzare la mano alle opposizioni per imporre le sue vedute e si presta volentieri al dibattito con tutti coloro, vescovi ed esperti, che non le condividono. Riconosce che i documenti frutto di quelle lunghe negoziazioni con i teologi di Paolo VI o con quelli della Curia romana non devono essere scolpiti nel marmo, ma sono «i meno peggio possibili», secondo la sua formula choc, visti i rapporti di forza interni al concilio e alla Chiesa nel suo insieme.
Dal Concilio al cardinalato
Manterrà questo equilibrio precario nei momenti turbolenti post-conciliari e nella crisi che generano. Contrariamente ai suoi confratelli delusi dal Concilio e dall’uso che se ne fa (Jacques Maritain, Henri de Lubac, Hans Urs von Balthasar), non smette di difendere l’opera compiuta dal Vaticano II, a cui dedica una grande raccolta di commenti (la collana Unam sanctam bis, pubblicata dalla casa editrice domenicana Les editions du Cerf). Contrariamente ai suoi giovani confratelli, che pensano che il Concilio abbia sfondato solo porte già aperte senza rispondere ad alcune delle questioni ormai scottanti (lotta alla povertà, impegno per la pace, ruolo delle donne nella Chiesa), mostra l’importanza del passo compiuto rispetto alle cautele precedenti. Questa posizione mediana, che manterrà fino a quando la malattia gli impedirà di lavorare, non gli procura solo amici sia a destra sia a sinistra dello spettro ecclesiale. Le sue riserve di fronte all’irrigidimento teologico romano della fine degli anni Sessanta gli costa forse anche la berretta cardinalizia nel 1969. La otterrà soltanto nel 1994, poco prima della sua scomparsa e dopo molti altri grandi teologi del Concilio Vaticano II.
ETIENNE FOUILLOUX
Professore emerito di storia contemporanea presso l’Università di Lione
Osservatore Romano del 27/1/26




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