Durante il viaggio di ritorno dalla Turchia, Papa Leone XIV, rispondendo alla domanda di un giornalista sulla sua vita spirituale, disse che l’esercizio della presenza di Dio, l’abbandono alla sua volontà, aveva segnato il suo cammino di religioso e sacerdote e questo grazie agli scritti brevi e succosi di un autore del XVII secolo, un fratello religioso carmelitano francesce, Fra Laurent de la Annunciacion. Chi ha letto questa raccolta di lettere, o consigli, indirizzati probabilmente a un religioso del suo ordine, è rimasto incantato per la semplicità del cammino spirituale, una vera piccola via (che, chissà, potrebbe aver ispirato Santa Teresa di Gesù Bambino) che potremmo riassumere con queste parole: “Il pensiero e la considerazione della presenza di Dio è la sostanza della preghiera continua”. Infatti Fra Laurent scrive che per lui non vi era differenza tra lo stare in cappella, in cucina o nella porteria perché l’anima era sempre presente a Dio e Dio all’anima.
Possiamo osare di approfondire tale concetto collegandolo con quanto disse un altro santo, più vicino a noi come tempo, san Josèmaria Escrivà de Balaguer, che esortava i suoi figli spirituali a cercare Dio dietro le cose che facevano, in particolare nella loro professione.
Tuttavia possiamo dire che il santo che più profondamente ha vissuto tale realtà, ovviamente dopo la Madre di Dio, è stato san Giuseppe. Vero uomo della terra, esempio perfetto dell’Homo faber, o dell’uomo con-creatore, secondo il linguaggio di Tolkien, ha lavorato e trattato la materia “bruta”, trasformandola e rendendola utile alla vita quotidiana delle persone. Legno, pietra, ferro… erano gli elementi della sua arte, ma la presenza del Verbo fatto uomo, contemplato nella sua infanzia mentre lo portava sulle braccia, sollevandolo con quelle mani dure e callose, da adolescente, mentre si sforzava di piallare le tavole su indicazione del padre putativo, da giovane artigiano già padrone dell’arte… trasformava tutto l’esistente facendone quasi un “sacramento” della presenza di Dio.
Più tardi san Paolo scrisse che Cristo ascese in Cielo per essere pienezza di tutte le cose (cfr. Ef 4,10) ma in un certo senso, ciò era già stato anticipato con l’Incarnazione; assumendo la nostra natura umana, reso in tutto simile a noi fuorché il peccato (cfr. Eb 4,15) ha preso in sé il creato materiale di cui l’uomo è il culmine, e culmine dell’uomo è Cristo.
Questi dati della fede sono il fulcro del pensiero cristiano, e perciò umano, chiamato oggi ad una critica oggettiva del cambiamento d’epoca in cui viviamo, di una velocità sconosciuta al passato e in cui i fondamenti stessi non solo della società ma del vivere umano in generale sono messi in discussione. Il recente documento Quo vadis humanitas della Commissione Teologica Internazionale, presenta le sfide insite dietro concetti come transumanesimo e postumanesimo, sfide per la fede e la stessa retta ragione (retta in quanto almeno aperta alla verità del Vangelo) e che, non ci peritiamo di dirlo, hanno qualche cosa di realmente luciferino.
La stessa esistenza dell’uomo e del cosmo come lo conosciamo sono messi in discussione, non dal fatto di svilupparne le potenzialità insite in essi, ma nel cambiarne la struttura essenziale, nel “superarla”, specialmente nel caso dell’essere umano che, secondo un pensiero sempre più pubblicizzato, dovrebbe acquisire caratteristiche fisiche e intellettuali capaci di renderlo “immortale” o riducendolo a puro “intelletto”, di cui il corpo, ampiamente modificabile, sarebbe ridotto a puro contenitore o persino escluso, almeno così come lo conosciamo. L’uomo diventerebbe “creatore” di sé stesso, naturalmente sotto la supervisione di un potere transpersonale che obbedirebbe non si sa bene a quali fini.
La riflessione filosofica e teologica si impone per chiarire i valori in gioco; la loro verità, prima di tutto, per escludere quelli che sono mere costruzioni intellettuali gratuite, ossia avulse dalla realtà delle cose, e la gerarchia di quelli autentici per evitare di mettere sullo stesso piano quelli immediatamente legati alla natura dell’essere umano da quelli che lo sono più remotamente.
In questo laborioso cammino per assicurare l’intangibilità della realtà, un posto particolare l’occupa la contemplazione. Vi sono due accezioni del termine, la prima riguarda la ragione speculativa in cui la contemplazione è il momento del silenzio interno in cui l’intelletto gusta la verità acquisita grazie allo sforzo del ragionamento logico o – e questo è un aspetto gnoseologico che dovrebbe essere adeguatamente approfondito – grazie all’intuizione. La seconda è la contemplazione di fede, in particolare quella giuseppina (e che si sviluppa in quella francescana), come abbiamo presentato sopra, che vede tutta la realtà ordinata dal disegno provvidenziale di Dio che ne fa segno della Sua Presenza. È propriamente questo tipo di contemplazione che permette di vedere la dignità del cosmo al cui vertice è l’essere umano; una dignità che gli deriva dall’essere riflesso dello splendore Trinitario.
La critica ad una tecnica sempre più pervasiva, deve affidarsi alla ragione illuminata dalla fede e, naturalmente, deve cominciare da una critica alla nostra vita umana quotidiana: fino a che punto la mia vita fisica, intellettuale e spirituale è stata modificata dall’uso della tecnica e in che misura tali modifiche sono state realmente utili o hanno, al contrario, impoverito il mio essere uomo? È un esame lucido le cui conclusioni dovranno essere coerentemente seguite, anche a costo di rinunzie che possono costare molto alla nostra ricerca di vie “facili” che soddisfano il nostro ego. Anche questa è autentica mortificazione, necessaria per un cammino coerentemente cristiano ed umano.




0 commenti