C’è una parola che oggi sembra quasi fuori moda, eppure continua a generare vita nella Chiesa: vocazione. Non come scelta tra le tante, ma come risposta a una chiamata che precede, interpella, inquieta. E proprio mentre il mondo contemporaneo sembra sempre più incapace di comprendere il linguaggio del dono totale, la Chiesa celebra, quasi in controtempo, la Giornata Mondiale delle Vocazioni, rilanciata dal messaggio del Papa come invito a riscoprire la gioia di dire “sì” per sempre.
In questo orizzonte si colloca il venticinquesimo anniversario di ordinazione sacerdotale di Padre Rosario Maria del Crocifisso e della Corredentrice Sammarco. Non un semplice traguardo cronologico, ma un segno ecclesiale. Perché ogni anniversario sacerdotale autentico è una parabola vivente: racconta che Dio continua a chiamare e che qualcuno, ancora oggi, continua a rispondere.
La celebrazione a Frigento, nel Santuario della Beata Vergine del Buon Consiglio, casa madre dei Frati Francescani dell’Immacolata, non è stata soltanto un rito. È stata un’epifania di comunione. Attorno all’altare, confratelli giunti da diverse case, fedeli, amici, discepoli: una trama concreta di relazioni che testimonia cosa significa un ministero vissuto nel tempo, nella fedeltà quotidiana, nel silenzio spesso invisibile della dedizione.
Padre Rosario ha il profilo di chi costruisce, lentamente e tenacemente, attraverso la formazione teologica, il servizio pastorale, la vita fraterna. Dal giorno dei voti temporanei, nel 1997, fino all’ordinazione sacerdotale nel 2001 – per imposizione delle mani di mons. Armando Dini – il suo cammino ha seguito la logica evangelica del seme: nascosto, ma fecondo.
In un tempo in cui la figura del sacerdote è spesso sottoposta a giudizi sommari, quando non a sospetti generalizzati, anniversari come questo hanno una funzione quasi apologetica, ma senza polemica. Mostrano, semplicemente, che il sacerdozio può essere ancora una forma alta di umanità, una vita riuscita non perché priva di limiti, ma perché orientata a qualcosa di più grande.
Il fatto che oggi Padre Rosario sia Delegato per l’Europa dei Frati Francescani dell’Immacolata aggiunge un ulteriore livello di significato. Non si tratta solo di un incarico, ma di una responsabilità ecclesiale a favore dei suoi confratelli del Vecchio Continente.
E tuttavia, il cuore della giornata non è stato il ruolo, né la biografia, né l’elenco delle tappe. È stato quel gesto semplice e radicale che si rinnova ogni volta che un sacerdote sale all’altare: offrire Cristo e offrirsi con Lui. È lì che i venticinque anni si ricompongono in unità, è lì che la storia personale diventa storia di salvezza.
Forse è proprio questo il messaggio più urgente, anche alla luce del richiamo del Papa: la vocazione non è un’eccezione per pochi, ma una possibilità per tutti. Certo, non tutti sono chiamati al sacerdozio, ma tutti sono chiamati a una forma di dono totale. Il problema, oggi, non è tanto la mancanza di chiamate, quanto la difficoltà di ascoltarle in un mondo saturo di rumore.
Frigento, per una sera, è diventata allora un piccolo laboratorio di speranza. Non per nostalgia di un passato più religioso, ma per la testimonianza concreta che il Vangelo continua a generare vite donate. E tra queste, quella di Padre Rosario Sammarco si staglia come un invito silenzioso ma eloquente: credere ancora che valga la pena dire “per sempre”.
In fondo, è questo che inquieta e affascina al tempo stesso: che, nonostante tutto, ci siano ancora uomini capaci di scommettere l’intera esistenza su una chiamata invisibile. E che, dopo venticinque anni, possano dire – non senza fatica, ma con verità – che quella chiamata non ha tradito.
Ad multos!




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