Perché la sua vicenda non autorizza paralleli apologetici con crisi fondazionali contemporanee
Nella storia della Chiesa, la vicenda dei santi fondatori non può essere letta in modo impressionistico, né tanto meno piegata a funzione difensiva per controversie contemporanee. Questo vale in modo particolare per sant’Alfonso Maria de’ Liguori, la cui dolorosa esperienza finale viene talora evocata per suggerire analogie con fondatori moderni che, in contesti di crisi istituzionale, si percepiscono o vengono presentati come vittime di incomprensione, di durezza disciplinare o di marginalizzazione ecclesiale. Ma proprio un esame teologico più attento mostra che il richiamo ad Alfonso, in questi casi, esige grande cautela e non può essere impiegato come legittimazione automatica.
È noto che la fase conclusiva della vita del santo fu segnata da una prova severa. La questione delle Regole redentoriste nel contesto del Regno di Napoli, il peso del giurisdizionalismo politico, la fragilità fisica del fondatore e le mediazioni inadeguate che lo circondarono produssero una ferita profonda, tanto personale quanto istituzionale. Tuttavia, dal punto di vista ecclesiologico, il dato decisivo non è semplicemente la sofferenza patita, ma la forma spirituale ed ecclesiale in cui essa venne vissuta. Alfonso non trasformò la propria prova in una piattaforma di rivendicazione contro la Chiesa; non fece del proprio carisma un criterio alternativo al discernimento ecclesiale; non lasciò in eredità una memoria polemica della propria vicenda. La sua umiliazione non generò una contro-legittimazione del fondatore, ma una più radicale conformazione alla logica della comunione.
Qui emerge una distinzione teologicamente essenziale. Il fondatore autenticamente ecclesiale sa che il carisma ricevuto non coincide con la sua persona in modo assoluto. Egli ne è il servitore originario, non il proprietario ultimo. Perciò accetta, anche dolorosamente, che il dono venga custodito, verificato, purificato e persino sottratto al suo controllo immediato, perché resti della Chiesa e per la Chiesa. La sofferenza del fondatore, in questa prospettiva, non diventa mai autoassoluzione carismatica. Diventa piuttosto luogo di spoliazione, dove si verifica se il rapporto con l’opera è stato davvero ministeriale o se rischia di degenerare in identificazione possessiva.
È per questo che la vicenda di sant’Alfonso non può essere assunta come schema generale per interpretare ogni conflitto tra fondatore e autorità. Il semplice fatto che un fondatore soffra, sia corretto, ridimensionato o contestato non lo colloca per ciò stesso nella linea dei santi provati. La tradizione ecclesiale non canonizza la sofferenza in quanto tale, né attribuisce automaticamente valore purificatore a ogni forma di marginalizzazione. Ciò che conta è il rapporto tra il carisma e la comunione, tra la memoria dell’origine e l’obbedienza presente, tra la figura del fondatore e la libertà della Chiesa di discernere il bene dell’istituto oltre la sua persona.
In questo senso, l’uso apologetico di sant’Alfonso per sostenere, direttamente o indirettamente, letture vittimistiche di crisi fondazionali contemporanee appare profondamente inadeguato. Una simile operazione tende infatti a produrre una teologia implicita del fondatore ferito, nella quale la sofferenza subita viene assunta come quasi-prova di autenticità, mentre l’intervento dell’autorità finisce per essere percepito, almeno simbolicamente, come sospetto o secondario rispetto alla purezza delle origini. Ma questa impostazione è ecclesiologicamente fragile. Essa rischia di assolutizzare la memoria fondazionale, di personalizzare eccessivamente il carisma e di creare una polarizzazione affettiva tra fedeltà al fondatore e fedeltà alla Chiesa, come se le due cose potessero trovarsi in tensione strutturale.
Sant’Alfonso, invece, insegna l’opposto. La sua grandezza non consiste nell’avere difeso sé stesso come principio interpretativo superiore, ma nell’essersi lasciato purificare dentro la Chiesa senza mai opporle la propria identità. Proprio per questo egli non può essere invocato come figura paradigmatica del fondatore contestato. La sua esperienza, letta rettamente, non giustifica alcuna auto-comprensione carismatica che si ritenga in qualche modo protetta dalla critica o superiore al discernimento dell’autorità. Al contrario, ricorda che il carisma resta vero solo se accetta di essere ecclesialmente decentrato, cioè sottratto alla tentazione di identificarsi pienamente con chi lo ha ricevuto in origine.
Questo principio è oggi particolarmente importante. In una stagione in cui la Chiesa è chiamata a un serio discernimento sulle dinamiche fondazionali, sulla trasmissione dei carismi e sui rischi di personalizzazione dell’autorità spirituale, il ricorso ai santi deve essere rigoroso. Non si può trasformare una figura come sant’Alfonso in uno scudo simbolico per ogni narrazione del fondatore ferito. Farlo significherebbe non solo semplificare la sua storia, ma piegarla a una funzione ideologica. E ciò che nei santi è testimonianza di obbedienza nella prova diventerebbe così, paradossalmente, un argomento a favore di forme sottili di auto-legittimazione fondazionale.
Una lettura teologicamente corretta della vicenda alfonsiana porta dunque a una conclusione precisa: la sofferenza del fondatore non è mai, di per sé, criterio di verità; ciò che la rende evangelicamente feconda è il suo permanere nella forma ecclesiale della comunione. Per questo sant’Alfonso non può essere usato per fondare analogie apologetiche con vicende contemporanee semplicemente perché segnate da dolore, contestazione o conflitto. Egli richiama piuttosto a una domanda più esigente: se, nella prova, il carisma continui a essere vissuto come dono della Chiesa oppure se venga progressivamente ricondotto a una memoria di sé che tende a sottrarsi alla purificazione ecclesiale.
È su questo crinale che si gioca la differenza tra il fondatore che attraversa la notte nella fede e il rischio di una coscienza fondazionale che, pur senza dichiararlo, finisca per attribuire a sé stessa una centralità teologica indebita. Sant’Alfonso appartiene al primo versante. Ed è proprio per questo che la sua figura, più che prestarsi a facili paragoni, resta un criterio severo di discernimento per tutti.




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