LE DIECI VOCAZIONI

Agosto 23, 2026

Cronaca di un viaggio in Benin

I. La sera della Trasfigurazione

Ci sono notizie che non bussano: entrano. Quella sera la Chiesa aveva appena celebrato la Trasfigurazione del Signore — la luce del Tabor sul volto di Cristo, il Padre che dalla nube chiede soltanto di ascoltare il Figlio — e mentre in Italia si spegneva l’ultimo chiarore di inizio agosto, dall’altra parte del Mediterraneo e del Sahara un confratello finiva di vivere nel Sud del Benin.

Si chiamava padre Apollinaire Maria. Aveva quarantasette anni ed era, nella sua terra, uno di quegli uomini che non fanno rumore, ma tengono in piedi le case. Padre guardiano della comunità di Bembereké, al Nord, e direttore del foyer S. Massimiliano Maria Kolbe: una sorta di collegio e insieme di orfanotrofio per i ragazzi poveri delle elementari e delle medie. Un tetto, due pasti, i quaderni, la disciplina paziente di chi sa che un bambino istruito è una famiglia salvata. Il nome sulla porta non era un ornamento devozionale: era un programma.

Era sceso al Sud per una ragione semplice come tutte le ragioni vere: andare a prendere sua madre. La mamma abita a Bohicon; la sorella a Porto-Novo, quasi alla frontiera con la Nigeria. Il piano era portare l’una dall’altra, perché la vecchiaia trovasse mani femminili e giorni ordinati. Vedova da trentacinque anni — proprio quest’anno si compiva il conto —, provata dalla vita e da qualche intervento chirurgico per una vicenda oncologica, quella donna aveva cresciuto sette figli, e il maggiore era lui. Uno degli altri, Sanson, è sacerdote diocesano nella Diocesi di Abomey. Le famiglie africane sanno ancora, spesso, quello che noi abbiamo disimparato: che i figli non sono un investimento, sono una liturgia.

Sulla via del ritorno, da Porto-Novo verso Bohicon, doveva pernottare ad Allada. Si ferma presso una famiglia amica, come si fa in Africa, dove la strada è lunga e l’ospitalità è un’istituzione. Cena. Conversazione. Poi il malessere improvviso, e il corpo che stramazza al suolo davanti a gente che un istante prima rideva.

Aveva una piccola patologia pregressa, l’ipertensione: quel male silenzioso, borghese, democratico, che in Africa uccide senza rumore non perché manca il controllo o manchi quella compressa quotidiana che da noi passa la Mutua; manca il tempo di pensare a sé. Gli hanno trovato sangue nel naso e nella bocca. Con ogni probabilità un ictus devastante. Nessuna agonia lunga, nessun addio: la porta si è chiusa mentre lui stava ancora attraversando la stanza.

La notizia mi arriva mentre sono in ritiro a Frigento. E arriva con quel doppio fondo che conoscono solo coloro che hanno consegnato un pezzo di vita a un luogo: perché quel confratello io l’avevo accolto personalmente nel convento dove ho mosso i miei primi passi africani, e negli ultimi anni della mia permanenza in Benin l’avevo iniziato alla conduzione della nostra radio. Gli avevo insegnato, per così dire, a parlare in un microfono. Non potevo mancare al suo funerale e sostenere la famiglia e in particolare la mamma, i fratelli e soprattutto i confratelli francescani dell’Immacolata.

II. Fiumicino, ovvero della medaglia

Ogni viaggio ha un incipit, e non sempre lo sceglie chi parte.

Al check-in di Roma Fiumicino, mentre consegnavo il bagaglio con quella malinconia amministrativa che accompagna le partenze tristi, una hostess di terra si è fermata a guardarmi il petto. Non l’abito, non il cordone: la medaglia. Noi Frati Francescani dell’Immacolata portiamo appuntata la Medaglia Miracolosa a modo di distintivo, ed è un segno che la gente riconosce più di quanto immaginiamo.

«È davvero quella di Rue du Bac?», mi ha chiesto.

Sì, le ho detto: quella apparsa a santa Caterina Labouré, con le mani che irradiano grazie e l’invocazione a colei che fu concepita senza peccato. Poi, poiché la fila non incalzava e il suo interesse era sincero, le ho raccontato la storia della medaglia che porto io. È stata coniata da un ex carcerato, un uomo che negli anni caldi aveva militato nei gruppi della sinistra extraparlamentare. Un uomo che forse Dio l’aveva cercato altrove, con altri nomi, e che dalla sua officina di prigione ha fatto uscire un manufatto di devozione mariana.

Non so dire quanto ci sia di teologia e quanto di semplice stupore in ciò che provo ogni volta che la tocco. So che quel piccolo disco ovale di metallo è, per me, un simbolo esatto dell’economia cristiana: qualcuno che il mondo ha messo dietro una porta blindata fabbrica il segno della Madre che apre tutte le porte. È un gesto di carità, il suo, e io non ho altro da restituirgli che la mia preghiera sacerdotale e l’amicizia francescana. Nella logica dello scambio evangelico, questo basta e avanza.

La hostess si è commossa. Non con il pianto sonoro delle emozioni facili: con quel velo negli occhi di chi improvvisamente riconosce qualcosa che aspettava. Ho aperto lo zainetto e le ho dato una Medaglia Miracolosa. Lei l’ha stretta e me ne ha chiesta un’altra, per una collega che in quel periodo attraversava una notte spirituale.

Poi mi ha raccontato di suo zio: cappuccino, missionario in Egitto, vescovo. Per tre volte aveva declinato la proposta della Santa Sede; alla fine gli è arrivata l’obbedienza in forma imperativa e ha accettato. Ma ha continuato a vivere fra i poveri e ha continuato a portare il saio. Ci sono uomini che accettano la mitra a condizione di non deporre il grembiule.

Sono salito a bordo con la sensazione, che poi non mi ha più lasciato, di essere accompagnato. Dalle preghiere di molte anime buone e — perché no — dall’intercessione di padre Apollinaire, che aveva appena cominciato il suo servizio dall’altra parte.

III. Turbolenze in altissima quota

Dall’Italia non ci sono voli diretti per il Benin. Nel mio caso sono passato da Parigi: la geografia aerea conserva ancora, intatta, la mappa politica del secolo scorso.

Il volo non è stato felice. Da qualche anno i piloti raccontano la stessa cosa: i cambiamenti climatici hanno spostato verso l’alto la nuvolosità convettiva, e a quote dove un tempo si navigava nel vetro adesso si incontrano muri d’aria. Turbolenze lunghe, insistenti, di quelle che fanno tacere di colpo la cabina e poi la riempiono di piccoli rumori umani: cinture che si stringono, rosari che compaiono dalle tasche, una signora che cerca la mano del marito.

Ho pensato che il primo effetto del riscaldamento globale, per chi vola, non è una statistica: è la paura. E che la paura, in aereo come nella vita, non si combatte con le spiegazioni tecniche, ma con qualcuno accanto che non abbia paura. Chi era accanto a me mi guardava con evidente angoscia, ma l’ho rassicurato. Dal mio orologio ho poi scoperto che le mie pulsazioni erano in quel momento di 138 battiti al minuto. Tutto è bene quel che finisce bene: siamo scesi a Parigi con le gambe molli e la coincidenza in orario.

IV. Il bambino del deserto

Nella tratta Parigi-Cotonou, per ingannare la notte, ho scelto sullo schermo un film che si intitolava «L’enfant du désert». Il bambino del deserto. Non me ne sono pentito.

È la storia di una scrittrice giovanissima, il cui romanzo di successo racconta una vicenda che le narrava suo nonno. Un bambino tuareg, a due anni, viene perduto dalla madre durante una tempesta di sabbia. Dovrebbe morire; invece lo raccolgono gli struzzi, che lo portano dove loro sanno vivere: lungo i corsi d’acqua nascosti, nelle fenditure delle rocce, nelle oasi che il deserto custodisce come segreti. Il bambino cresce allo stato brado ed è felice. I suoi amici sono un coyote, un topo del deserto, gli struzzi che l’hanno adottato.

Lo scopre un regista francese di documentari, che intuisce lo scoop del secolo e chiama una troupe di Hollywood. Ma quando capisce che i cineasti vogliono portarsi il bambino negli Stati Uniti — cioè sottrarlo alla sua libertà, alla sua felicità, alla sua unica forma possibile di appartenenza — finge di aver inventato tutto. Si dichiara mistificatore. Si brucia la carriera per sempre.

E però chiede alla guida tuareg di cercare la madre. La trovano: l’accampamento, il villaggio, il riconoscimento reciproco fra una donna e un figlio che ha ormai dieci anni. Il ragazzo dapprima soffre — chi è cresciuto libero paga sempre un prezzo per rientrare tra gli uomini — poi incontra una ragazzina, se ne innamora, e da quell’amore nascono un’unione, dei figli, una discendenza.

Sarà una nipote, molti anni dopo, a invitare nel Sahara la scrittrice francese, e a rivelarle con delicatezza che le storie del nonno non erano leggende: erano cronaca. Le fornisce dettagli, prove, e infine l’unica fotografia esistente di suo nonno da bambino, scattata accanto al regista che gli aveva salvato la libertà. La scrittrice riconosce il volto. E allora la ragazza tuareg le chiede di completare la storia; ma la francese, che ha capito, gliela restituisce: è giusto che sia tu a scriverla.

L’ho guardato a diecimila metri, sopra un deserto che non vedevo, andando a un funerale. E mi sono detto che quel film dice due cose che il Vangelo dice meglio: che la vera carità è talvolta rinunciare al proprio scoop, e che nessuna storia è veramente nostra finché non la restituiamo a chi ne è il vero soggetto.

V. Cotonou, il ritorno di un uomo che era già stato di casa

Cotonou mi ha accolto con l’aria calda e densa che ti si appoggia addosso come una coperta, e con l’odore che ogni ex missionario riconoscerebbe a occhi chiusi: terra rossa, pioggia recente, fumo di legna, frutta matura.

I confratelli erano lì. E c’erano gli amici che non vedevo da anni, fra cui i primi collaboratori della radio: quelli dei microfoni e dei generatori capricciosi, quelli che imparavano il montaggio a orecchio e mandavano in onda l’Ave Maria mentre fuori il temporale rompeva l’antenna. Rivederli è stato un dono con dentro una spina, perché la gioia arrivava sempre in ritardo di un passo rispetto alla mestizia: si rideva per un ricordo e ci si ricordava, subito dopo, perché eravamo lì.

Nei giorni africani il lutto non si nasconde. Si canta, si cammina, si sta insieme, si parla ad alta voce del morto. Noi europei archiviamo il dolore in un’ora e mezza di cerimonia; loro lo attraversano, e lo attraversano in molti.

VI. Il funerale

Il funerale è stato presieduto, trattandosi di un sacerdote, dal vescovo della diocesi in cui padre Apollinaire lavorava: monsignor Martin Adjou, che conosco da prima dell’episcopato, quando era rettore del seminario di Parakou. Con gli anni si accumulano amicizie così, che non hanno bisogno di essere coltivate perché sono state fondate bene.

Ho concelebrato. Ho guardato la bara bianca e ho pensato alla madre, che secondo la prassi, non è presente al funerale del figlio. La vedova di trentacinque anni fa, la donna operata, la donna che aspettava un figlio in arrivo per portarla a casa della figlia e ha ricevuto invece un figlio in arrivo dentro una cassa. In queste situazioni non c’è pedagogia che tenga: c’è solo la fede nel Risorto, che non spiega il mistero ma lo rende attraversabile. La rassegnazione è un sentimento pagano, dignitoso e sterile; la speranza cristiana è un’altra cosa, e non consola: sostiene.

Padre Apollinaire riposa accanto a padre Basilio, missionario dello Sri Lanka, che nel luglio del 1999 morì tra le mie mani in un ospedale del Benin, portato via da una peritonite in pochi giorni. Due uomini di due continenti diversi, sepolti nella stessa terra rossa, per la stessa ragione.

Nel mio pensiero finale ho detto ai frati la sola cosa che avessi da dire, e che è poi il midollo della nostra vocazione: noi Frati Francescani dell’Immacolata siamo consacrati illimitatamente all’Immacolata e a Lei affidiamo non soltanto la vita, ma anche la morte — in tutte le sue modalità e in tutti i suoi tempi — e soprattutto l’eternità. Chi ha firmato quella consegna non improvvisa quando arriva il momento: ha già consegnato.

Poi ho detto la cosa che porto ancora addosso.

In quei giorni avevamo celebrato san Massimiliano Maria Kolbe, il 14 agosto. Padre Kolbe nel lager dello stermino di Auschwitz si offrì al posto di un padre di famiglia, il sergente Franciszek Gajowniczek, e ne salvò l’incolumità. Ma nel bunker della fame c’erano altri nove condannati, e a loro quel sacerdote francescano non poté dare la vita del corpo: diede qualcosa che nessuno aveva previsto, cioè la salvezza dell’anima, impedendo che morissero disperati. Dieci uomini, dunque: uno salvato per la terra, nove salvati per il cielo.

Ecco allora la mia convinzione, che affido a queste pagine come l’ho affidata a quella assemblea: da questa morte verranno almeno altre dieci vocazioni, e verranno proprio dal Benin. Non è un calcolo, è una logica: quella del chicco di grano. Le lacrime che abbiamo versato non sono acqua sprecata, sono irrigazione.

Nei giorni successivi ho raccolto testimonianze, come fa chi di mestiere ascolta e scrive. Tutte concordi: la sua discrezione, la sua fede senza scenografie, la sua qualità umana di uomo che non pesava mai. Alcuni frati conservavano ancora, su WhatsApp, i suoi messaggi: incoraggiamenti brevi, e la promessa di passare a trovarli durante quel giro nel Sud. Restano lì, quei messaggi, con la loro punteggiatura frettolosa, una voce calma ed accorata e la loro spina nel cuore. La tecnologia ci ha regalato un genere letterario nuovo: la lettera postuma scritta da chi non sapeva di scriverla.

VII. La suora nella sala d’attesa

All’aeroporto, mentre aspettavo il volo di ritorno, mi si è avvicinata una religiosa beninese. Ha visto l’abito, ha visto la medaglia, si è seduta accanto e ha cominciato a raccontare. Ho ascoltato per un’ora e sono salito a bordo con la sensazione di aver ricevuto molto più di quanto avessi dato al funerale.

Suo padre era un adepto del vodun, una delle religioni tradizionali africane. Lei, da bambina, andava di nascosto alla Messa dei cattolici, e la Messa le piaceva senza che sapesse dire perché. A tredici o quattordici anni si è presentata al sacerdote e gli ha chiesto di poter ricevere «quella cosa rotonda» che a un certo punto la gente andava a prendere e mangiava.

Il prete, un po’ trasalito, le ha spiegato che quella cosa rotonda è un essere vivente: è Gesù Cristo. E la ragazzina, con la logica adamantina dell’infanzia, ha risposto che allora voleva ricevere Gesù Cristo.

Tre anni di catecumenato. Al termine, diciassettenne, quindi ancora minorenne, ha ricevuto in un’unica celebrazione il battesimo e la prima comunione. Ma prima della cerimonia il padre l’ha picchiata, per rappresaglia e per contrarietà. Poi ha passato una notte intera fra le lacrime e le preghiere — le sue, di lei — e all’alba quell’uomo è uscito e le ha comprato le scarpe e il vestitino per la festa. Le contraddizioni del cuore umano sono la prova migliore che la grazia lavora anche dove non è invitata.

Il guaio è cominciato dopo, quando la ragazza ha preso ad andare a Messa ogni domenica. Allora sì: percosse regolari, corde, fame come castigo. Perché nel frattempo lei stava convertendo la casa — la madre, le sorelline, i fratellini —, e un padre che vede la propria autorità religiosa sgretolarsi diventa capace di tutto. Quando poi ha annunciato che voleva farsi religiosa, è stato il diluvio. È scappata dal nonno, e da casa del nonno è entrata in convento; il fratello maggiore di suo padre, cristiano, si è messo in ginocchio davanti a lui perché la lasciasse in pace; il padre l’ha umiliata davanti al quartiere e al villaggio; una volta, per sfuggirgli, ha dovuto scappare di casa nuda.

E c’è il dettaglio che non riesco a togliermi di dosso, e che dico qui con tutto il rispetto dovuto a un mondo religioso complesso, che non si lascia liquidare con una battuta. Quell’uomo ha sacrificato alla sua divinità la sorellina più piccola di due anni.

Qui sta il crinale, e non è un’opinione: è una grammatica. In molte religioni è l’uomo che deve consegnare qualcosa alla divinità per propiziarne la pace e calmarne l’ira. Nel cristianesimo è Dio che si fa uomo e si consegna, una volta per tutte, sulla croce. L’unico sacrificio gradito è quello che Dio offre di sé a noi: da lì in poi, ogni altare che pretenda sangue innocente è un altare rovesciato.

La ragazza ha resistito, si è consacrata, è diventata la suora che mi stava davanti in una sala d’attesa di Cotonou con la borsa sulle ginocchia. E ha vinto due volte. Perché la vittoria vera non è il velo: è che oggi lei ha perdonato suo padre. Quell’uomo, che praticava la poligamia e le cui altre mogli avevano fatto la loro parte di crudeltà domestica, è stato abbandonato da tutte. Vive solo. Vive con il perdono di una figlia.

Noi, in Italia, diamo tutto per scontato. Riceviamo i sacramenti per tradizione e non sempre per convinzione; entriamo in chiesa contando i minuti; discutiamo di liturgia come si discute di arredamento. Ci sono ragazze che per andare a Messa la domenica sono state legate e affamate. Non lo dico per farci sentire in colpa: lo dico perché la gratitudine è l’unico antidoto conosciuto alla noia spirituale.

VIII. Il grande arco sull’Atlantico

Il volo di rientro era un Air France, Cotonou-Parigi. Ci eravamo appena stabilizzati in quota quando la voce del comandante ha annunciato, con quella cortesia neutra che le compagnie riservano alle cattive notizie, che la rotta di quella notte non sarebbe stata quella abituale: non avremmo sorvolato il Sahara sopra il Mali e la Mauritania. Tempo di volo aumentato. Ringraziamo per la comprensione.

Nessuno ha protestato. In cabina, però, il vicino di fila — un commerciante beninese che fa la spola con Marsiglia — ha spiegato al figlio, e di fatto a mezza fila, quello che tutti sapevano già: che su quella fascia di cielo pesa da tempo una minaccia missilistica, che i corridoi sopra il Sahel sono diventati materia di bollettini di sicurezza, e che le compagnie francesi, in quei Paesi, non sono più le benvenute.

La geografia politica di quella regione si è riscritta in pochi anni. Gli Stati della fascia saheliana hanno rotto con Parigi, hanno chiesto e ottenuto la partenza dei contingenti francesi, hanno chiuso spazi aerei e riaperto alleanze. E al posto dei francesi sono arrivati istruttori e contractor russi: prima la compagnia Wagner, poi — dopo la fine violenta del suo fondatore — la struttura che ne ha ereditato uomini e contratti sotto l’insegna dell’Africa Corps. Le armi portatili antiaeree circolano in quantità sconosciuta. Un aereo di linea, sopra certe zone, è un bersaglio teorico che nessuna compagnia vuole trasformare in bersaglio reale.

Così abbiamo virato a occidente e ci siamo messi sull’oceano, disegnando un grande arco lungo la costa atlantica, con l’Africa a destra come una massa nera senza luci e l’acqua sotto, invisibile e infinita. Sono rimasto a lungo con la fronte al finestrino, e ho pensato una cosa quasi buffa e per niente allegra: all’andata avevo attraversato il Sahara guardando il film di un bambino salvato dal deserto; al ritorno il deserto vero mi era proibito. Il cielo è una mappa della storia, e quella notte la storia ci obbligava a fare il giro largo.

Non tocca a me, dal finestrino di un aereo, emettere sentenze su vicende che gli africani stanno decidendo da sé. Ho vissuto abbastanza anni in Africa occidentale per sapere che il risentimento verso la vecchia potenza coloniale non è un’invenzione della propaganda: nasce da decenni di rapporti diseguali, di monete decise altrove, di basi militari e di interessi minerari che non hanno reso i popoli più ricchi né più sicuri. Chi oggi a Bamako o a Ouagadougou parla di sovranità recuperata dice qualcosa di storicamente comprensibile. Ma ho anche imparato che sostituire un padrone con un altro non si chiama liberazione, e che le milizie straniere, di qualunque bandiera, presentano sempre il conto: in concessioni, in oro, in silenzi. Nel frattempo, il terrorismo jihadista non è arretrato, i villaggi bruciano, gli sfollati si contano a milioni, e il prezzo lo pagano — come sempre — i contadini, le donne e i bambini che non hanno mai scelto nessuna delle due tutele.

C’è poi un dettaglio che riguarda noi da vicino e di cui i giornali non parlano mai. Quando un cielo si chiude, non si fermano soltanto i turisti: si allungano le rotte dei medicinali, si rarefanno i voli umanitari, diventano proibitivi i biglietti per una religiosa che rientra in famiglia, per un vescovo che deve andare all’estero o inviare uno dei suoi preti a studiare a Roma. La Chiesa del Sahel resta lì, dove nessuno vuole più atterrare: parroci che restano, suore che restano, catechisti che restano.

Ho tirato fuori il breviario e ho pregato l’Ufficio con l’oceano sotto. L’unico corridoio che nessuna giunta e nessuna milizia possono chiudere è quello verticale. E l’Immacolata, che io sappia, non ha mai avuto bisogno di un piano di volo.

IX. Matteo Maria

Sono sbarcato direttamente in Sicilia, con addosso la polvere di due continenti e il fuso orario nelle ossa. La domenica mi aspettava un impegno preso da tempo: un battesimo.

Il bambino si chiama Matteo Maria. Matteo significa dono di Dio. I suoi genitori li avevo uniti io in matrimonio sacramentale; la sorella maggiore, Isabella, l’avevo battezzata io. Sono quelle catene di grazia che a un prete capitano se resta abbastanza a lungo nello stesso pezzo di mondo: sposi una coppia, battezzi i figli, e ti accorgi che il tuo ministero non è una serie di eventi ma una storia con dei personaggi.

Ho versato l’acqua sulla fronte di quel bambino pochi giorni dopo aver benedetto la bara di un confratello. Non c’è nessuna morale a buon mercato in questo accostamento, e non voglio costruirne una. Dico soltanto quello che ho visto: un padre che seppellisce un figlio a Bohicon, una figlia che perdona un padre a Cotonou, un padre che tiene in braccio un figlio in Sicilia. E in mezzo il mare, i deserti proibiti, gli spazi aerei chiusi, i missili di cui nessuno parla ad alta voce.

Dio è presente nella storia degli uomini. Non nei margini pii della storia: dentro. Passa per una medaglia coniata in carcere e per un vescovo cappuccino che non depone il saio; per un film visto in aereo e per un regista che rinuncia allo scoop; per il coraggio di una ragazzina che vuole «quella cosa rotonda»; per un frate quarantasettenne che muore lungo una strada mentre va a prendere sua madre.

Andiamo avanti nell’amore del Signore, con lo sguardo di fede, nella speranza del Risorto. E che queste nostre lacrime irrighino il seme che è stato deposto nella terra rossa del Benin: perché quel seme, morendo, porti molto frutto, e il frutto sia un’abbondante messe vocazionale, dieci e dieci volte dieci, perché siano celebrate molte sante Messe da sacerdoti consacrati all’Immacolata.

Alla prossima Ave Maria.

P. Alfonso M. Bruno

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