Omelia conclusiva degli Esercizi spirituali 2026

Settembre 6, 2026

«Vino nuovo in otri nuovi»: custodire la grazia, formare il futuro

Venerdì 4 settembre 2026 – XXII settimana del Tempo Ordinario
1Cor 4,1-5; Sal 36; Lc 5,33-39

Fratelli carissimi, siamo giunti alla conclusione di questi Esercizi spirituali e la Parola di Dio ci pone davanti a due immagini che sembrano raccogliere tutto il cammino compiuto. San Paolo ci parla del servo e dell’amministratore e ci dice che ciò che si richiede a un amministratore è la fedeltà. Gesù, nel Vangelo, parla invece del vino nuovo e degli otri nuovi. Fedeltà e novità: due parole che potrebbero sembrare opposte e che invece, nella vita cristiana, devono stare insieme. La fedeltà evangelica non è immobilità, e la novità dello Spirito non è rottura arbitraria con ciò che abbiamo ricevuto. Essere fedeli significa lasciare che il dono ricevuto continui a vivere, a purificarsi e a portare frutto nel tempo.

Alla fine degli Esercizi la domanda, allora, non è soltanto: che cosa abbiamo compreso? Neppure: che cosa abbiamo provato? La vera domanda è: che cosa diventerà la grazia ricevuta quando torneremo alla vita ordinaria? Perché è possibile aver ascoltato molto e cambiare poco; è possibile aver formulato propositi nobili e tornare rapidamente alle abitudini di prima; è possibile aver parlato di conversione e aspettare poi, in concreto, che siano sempre gli altri a convertirsi.

San Paolo ci offre una prima purificazione. Dice: «A me importa assai poco di venire giudicato da voi o da un tribunale umano; anzi, io non giudico neppure me stesso. Il mio giudice è il Signore». È una parola importante per noi, perché una parte non piccola delle nostre energie può essere consumata nel giudizio: sugli altri, sui superiori, sulla storia dell’Istituto, sulle decisioni prese, sui confratelli, e perfino su noi stessi. Paolo ci riporta sotto un unico sguardo: quello del Signore. E davanti a Dio non serve apparire, serve essere veri. Davanti agli uomini ci confrontiamo; davanti a Dio ci convertiamo.

È molto significativo che Leone XIV, scrivendo quasi un anno fa a noi Frati Francescani dell’Immacolata, per il Capitolo Generale Straordinario, abbia posto quasi la stessa questione in termini spirituali. Domanda: «Che cosa significa ordinare la nostra vita?». E risponde che ordinare la vita non significa semplicemente avere regole dettagliate e seguirle, ma «convertire sempre più il cuore a Dio». È una definizione molto alta degli Esercizi spirituali: ordinare la vita significa ricondurla a Dio, togliere ciò che impedisce di dargli gloria, rimettere ogni cosa al suo giusto posto.

Il Papa aggiunge poi un’affermazione che deve essere ascoltata con serietà: «Il dinamismo spirituale di dare gloria a Dio e di servire i fratelli è dato dalla grazia, non dalla moltiplicazione delle norme e dalla loro mera osservanza». E subito dopo avverte: «a volte si moltiplicano le norme perché manca lo Spirito!». Il punto non è svalutare la legge, le Costituzioni o il Direttorio; il Papa stesso li considera strumenti indispensabili. Il punto è ricordare che la norma non può sostituire lo Spirito, che l’osservanza esterna non può sostituire la conversione del cuore, che nessuna struttura produce da sola la santità.

E questa osservazione ci conduce direttamente al Vangelo: «Il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi». In questi giorni il Signore ha versato qualcosa di nuovo nella nostra vita. Per qualcuno sarà stata una luce, per un altro una correzione; per qualcuno la scoperta di una ferita o di un peccato che si era ormai normalizzato; per un altro ancora la riscoperta della vocazione, della fraternità, della Chiesa, dell’Immacolata. Ma il rischio è che questo vino nuovo venga versato negli otri vecchi: le vecchie resistenze, i vecchi schemi, i vecchi giudizi, le vecchie forme di autoreferenzialità, perfino vecchi modi di intendere la pietà o il carisma.

Qui dobbiamo entrare in uno dei passaggi più delicati e più importanti della Lettera di Leone XIV: quello sulla devozione. Il Papa non critica la devozione mariana; al contrario, ne restituisce tutta la profondità. Ricorda che il termine devozione viene da devovere, cioè offrire, consacrare, e spiega che la vera devozione consiste nell’offrire se stessi a Dio, facendo sì che l’amore di Cristo si manifesti nella vita quotidiana come lode di Dio e servizio del prossimo. Questa è la devozione autentica: non una quantità di pratiche, ma una qualità di vita.

Perciò il Papa distingue chiaramente tra devozione e devozionalismo. Scrive che «Devozione a Maria significa assimilare i valori che hanno sostenuto la sua vita» e farli propri «per seguire più da vicino Cristo». E avverte che un eccesso di pratiche può perfino «portare a perdere di vista il rapporto vitale con Cristo, Salvatore e Redentore», fino al rischio che molte devozioni vocali «finiscano per sostituire l’autentico atto interiore di devozione». Questa è una parola che non dobbiamo né attenuare né fraintendere. Non ci viene chiesto di essere meno mariani; ci viene chiesto di esserlo più autenticamente. Non ci viene chiesto di pregare meno, ma di pregare meglio, di fare in modo che la preghiera trasformi l’esistenza invece di diventare una possibile protezione dall’esistenza.

Possiamo recitare molte preghiere all’Immacolata e conservare un cuore duro verso un confratello. Possiamo pronunciare atti di consacrazione e restare proprietari gelosi della nostra volontà. Possiamo moltiplicare invocazioni e non lasciare che Maria ci insegni l’umiltà, l’obbedienza, il silenzio, il servizio, il fiat. In quel caso non sarebbe la devozione mariana a essere eccessiva: sarebbe insufficiente, perché resterebbe in superficie.

Maria, invece, è l’otre nuovo per eccellenza. Non perché abbia inventato un’altra fede, ma perché ha accolto senza riserve la novità di Dio. Quando il Signore entra nella sua vita con un progetto che supera ogni previsione, ella non difende ostinatamente il proprio schema; dice: «Avvenga per me secondo la tua parola». Perciò essere dell’Immacolata significa anzitutto diventare uomini disponibili alla volontà di Dio. Non dire soltanto: «Immacolata, proteggimi», ma: «Immacolata, rendimi docile a Cristo». Non soltanto: «Aiutami nei miei progetti», ma: «Fa’ che io non ostacoli il progetto di Dio».

Ed è qui che la nostra omelia deve guardare anche al futuro dell’Istituto, perché Leone XIV lo dice con grande chiarezza: «Il futuro di un istituto religioso sta nei nuovi membri, quindi è da curare particolarmente la loro formazione». Questa frase, al termine degli Esercizi, pesa come una consegna. Se il futuro sta nei nuovi membri, allora il futuro non si prepara anzitutto con slogan, nostalgie o programmi astratti. Si prepara formando uomini veri, spiritualmente solidi, umanamente maturi, ecclesialmente affidabili, capaci di discernimento.

E qui il Papa è ancora più concreto. Scrive: «se si vogliono formare i religiosi a una solida vita spirituale, si dovrà essere estremamente attenti nella scelta dei formatori». E precisa che essi «dovranno essere esemplari nel vivere il carisma e animati da spirito profondamente ecclesiale». Questa è una parola decisiva. Non basta che un formatore conosca bene le consuetudini, sia zelante o abbia capacità organizzative. Deve essere esemplare nella vita, profondamente ecclesiale, capace di ricevere e trasmettere il cammino che la Chiesa chiede all’Istituto.

E Leone XIV aggiunge una specificazione forse ancora più importante: «I formatori, evitando l’eccesso di atti devozionali esterni e di preghiere recitate in comune, dovranno essere anzitutto maestri di preghiera e di discernimento». C’è qui una distinzione spirituale finissima. Un formatore non è colui che riempie semplicemente il tempo del formando di pratiche; è colui che insegna a pregare. Non è colui che decide al posto della coscienza dell’altro; è colui che educa al discernimento. Non forma uomini dipendenti dalla struttura, ma uomini capaci di vivere responsabilmente davanti a Dio, dentro l’obbedienza e dentro la Chiesa.

Questo è essenziale, perché un giovane può imparare tutte le formule e non imparare a pregare; può conoscere tutti gli orari e non imparare a discernere; può adeguarsi perfettamente all’esterno e restare interiormente immaturo. E infatti il Papa insiste anche sulla dimensione umana. Ricorda che molti fallimenti della vita religiosa possono derivare da «falle non percepite e non colmate» nella maturazione umana, e afferma che una sana crescita spirituale deve innestarsi su «un sano cammino di crescita integrale del formando». Anche questo fa parte dell’otre nuovo: non costruire la spiritualità contro l’umanità, ma permettere alla grazia di guarire, elevare e ordinare l’umano.

Possiamo dirlo con una formula semplice: la grazia non elimina la natura, la guarisce e la porta a compimento. Perciò un religioso non diventa più spirituale quanto meno è umano; diventa veramente spirituale quando tutta la sua umanità è consegnata a Dio, educata, purificata e resa capace di relazione, libertà, responsabilità, verità.

Il Santo Padre prosegue affermando che la formazione, per quanto impegnativa, è «un investimento per il futuro che vale la pena fare» e chiede che sia guidata da formatori qualificati. E poi, quasi come sintesi dell’identità che deve essere trasmessa, scrive parole che potrebbero diventare la conclusione stessa dei nostri Esercizi: «I giovani frati siano formati all’autentica devozione a Maria Immacolata, assimilino lo spirito di umiltà e di penitenza di San Francesco e facciano propria la generosità apostolica e oblativa di San Massimiliano Maria Kolbe, per poter meglio seguire Gesù per la gloria di Dio e il servizio del prossimo». 

Ecco il nostro programma. Non Maria senza Cristo, ma Maria per seguire meglio Cristo. Non Francesco come identità da esibire, ma il suo spirito di umiltà e penitenza da vivere. Non Kolbe come bandiera, ma la sua generosità apostolica e oblativa da imitare. E il fine è uno solo: seguire meglio Gesù, dare gloria a Dio, servire il prossimo.

Qui comprendiamo anche la parola di Paolo: «Ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele». Chi forma deve essere fedele, perché nelle sue mani passa il futuro. Chi governa deve essere fedele. Chi è formato deve imparare la fedeltà. Chi vive la vita fraterna deve essere fedele. Ma fedeltà non significa clonare uomini uguali; significa condurre ciascuno a diventare ciò che Dio lo chiama a essere dentro il carisma e dentro la Chiesa.

E questa fedeltà include anche il coraggio della verità. Leone XIV afferma che occorre «mirare alla qualità e non al numero». È una parola evangelica. Il futuro di un Istituto non si misura semplicemente contando quanti entrano, ma chiedendosi che uomini stiamo formando, che religiosi stiamo consegnando alla Chiesa, che capacità hanno di pregare, discernere, obbedire, amare, vivere la fraternità e servire.

Forse, allora, il Vangelo del vino nuovo assume per noi una profondità ancora maggiore. Il Signore non ci chiede di cambiare per il gusto di cambiare. Ci chiede di diventare otri capaci di custodire il dono che la Chiesa riconosce e affida all’Istituto. Un carisma si tradisce non solo quando viene abbandonato, ma anche quando viene irrigidito, ridotto a forma esteriore, sottratto al discernimento della Chiesa o separato dalla crescita reale delle persone.

Tra poche ore torneremo alle nostre comunità. Le circostanze forse saranno le stesse. Gli incarichi saranno gli stessi. I confratelli saranno gli stessi. Ma la domanda decisiva è: noi torneremo uguali?Porteremo nella fraternità soltanto impressioni sugli Esercizi o porteremo una maggiore capacità di ascoltare? Porteremo nuove formule o un cuore più libero? Porteremo richieste agli altri o una conversione personale? Porteremo un più grande attaccamento alle pratiche oppure una più autentica vita di preghiera? Porteremo una visione idealizzata della consacrazione o una disponibilità più adulta e più ecclesiale?

Il Salmo ci dice: «Affida al Signore la tua via, confida in lui ed egli agirà». Questo ci preserva da un altro pericolo: pensare che il rinnovamento dipenda soltanto dalle nostre forze. No. Il Papa stesso ci ha ricordato che il dinamismo viene dalla grazia. Noi possiamo predisporre l’otre; il vino viene da Dio. Possiamo scegliere formatori seri, curare la Ratio, educare al discernimento, custodire la liturgia, vivere le Costituzioni; ma soltanto lo Spirito forma il religioso nel profondo.

Per questo la conclusione degli Esercizi non può essere l’autosoddisfazione di chi dice: abbiamo fatto un buon corso. Deve essere una supplica: Signore, non permettere che sprechiamo ciò che ci hai dato. Rendici fedeli. Rendici nuovi senza renderci instabili; rendici fedeli senza renderci rigidi; rendici mariani senza devozionalismo; rendici obbedienti senza infantilismo; rendici spirituali senza disumanizzarci; rendici ecclesiali senza perdere la ricchezza del carisma; rendici francescani nell’umiltà; kolbiani nell’oblazione; figli dell’Immacolata nel desiderio di appartenere interamente a Cristo.

E affidiamo in modo particolare all’Immacolata i giovani e coloro che li formeranno. Che i formatori siano davvero, come chiede Leone XIV, maestri di preghiera e di discernimento, uomini esemplari nel carisma e profondamente ecclesiali. Che i giovani non imparino soltanto pratiche, ma imparino a incontrare Dio; non soltanto a eseguire, ma a discernere; non soltanto a vivere insieme, ma a diventare fratelli; non soltanto a conoscere Maria, ma ad assomigliarle; non soltanto ad ammirare Francesco e Massimiliano, ma a seguirne la via.

E forse proprio questo sarà il frutto più bello di questi Esercizi: che fra alcuni anni, guardando i giovani frati, la Chiesa possa riconoscere in loro non una nostalgia del passato, ma la fecondità presente del carisma; non uomini costruiti in serie, ma persone libere, mature, oranti, obbedienti, apostoliche; non custodi ansiosi di una forma, ma servi fedeli di Cristo e amministratori dei misteri di Dio.

Immacolata, custodisci il vino nuovo che il Signore ha versato in questi giorni. Rendici otri nuovi. Liberaci da una devozione soltanto esteriore e rendi tutta la nostra vita un atto di devozione, cioè di offerta. Dona sapienza a chi forma, docilità a chi è formato, umiltà a chi governa, fedeltà a ciascuno di noi. Fa’ che Francesco ci insegni l’umiltà, Massimiliano l’oblazione, la Chiesa la comunione, e Tu ci conduca sempre a Cristo.

Per Maria a Gesù. Amen.

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