Nell’anno dell’ottavo centenario della sua composizione, il Cantico delle Creature di san Francesco d’Assisi si rivela oggi più che mai come un testo profetico. Non è solo poesia: è un grido di libertà contro l’idolatria consumistica, un inno a un mondo vissuto come dono e non come merce.
Il 2025 celebra un anniversario che non riguarda solo la letteratura, ma la vita stessa: ottocento anni dal Cantico di Frate Sole. In una società in cui tutto tende a essere valutato, venduto, sfruttato, le parole di Francesco d’Assisi suonano come un atto rivoluzionario. Lode a Dio per tutte le creature, che non sono “cose” ma sorelle e fratelli. Il Cantico nasce nel cuore della crisi fisica e spirituale del santo, ed è proprio dalla fragilità che fiorisce la visione più alta della fraternità cosmica
Francesco non è un sognatore naïf. Figlio di mercanti, conosce bene il valore delle cose. Proprio per questo rifiuta di essere definito da esse. Il suo spogliarsi nudo davanti al vescovo non è solo gesto mistico, ma rifiuto pubblico della logica del possesso. Non si tratta di disprezzo del mondo, ma di uno sguardo redento: vivere senza misura, al di fuori del calcolo e della rendita, significa restituire al creato il suo volto originario di dono.
Nel Cantico, ogni creatura ha un nome familiare: Frate Sole, Sora Luna, Frate Focu… Francesco non descrive metaforicamente: riconosce in ciascuno un frammento di Dio. Abitare il mondo non significa dominarlo, ma entrarvi in punta di piedi, con meraviglia. È un invito che contrasta frontalmente con la società dell’accumulo, dove si consuma fino all’esaurimento. Nell’èra dell’ipermercato e della crisi ambientale, la voce del santo chiede di contemplare e non saccheggiare.
L’idolatria oggi non ha forma di totem o altari, ma di case da esibire, corpi da esporre, denaro da rincorrere. La casa non è più rifugio ma simbolo di status. Il lavoro non è più vocazione ma scala sociale. La terra non è madre, ma miniera da svuotare. Il Cantico ribalta tutto: ridona all’essere la priorità sull’avere, alla relazione il primato sul dominio. L’uomo non è il padrone, ma il fratello delle creature.
Nell’èra del climate change, del collasso ecologico e della guerra per le risorse, il Cantico è più attuale che mai. Parla a un mondo che ha perso il senso del limite e ha divinizzato il desiderio. Francesco, che baciava i lebbrosi e predicava agli uccelli, insegna che il centro non siamo noi, ma Dio, e con lui tutto ciò che vive. Non è romantico, è radicale. Invita a una conversione dello sguardo: da consumatori a custodi.
Il Cantico può e deve essere insegnato oggi: a scuola, in famiglia, nelle parrocchie. Non come testo pio, ma come carta d’identità alternativa a quella del mercato. Francesco ci chiede di ringraziare invece di pretendere, di lodare invece di reclamare. Nella semplicità del suo volgare c’è una lezione rivoluzionaria: ciò che è dono non si possiede, ma si accoglie.
In un mondo che si misura in indici di consumo, il Cantico delle creature è resistenza poetica e profetica. Un grido contro la logica che distrugge, un invito a riconoscere che nulla ci è dovuto, tutto ci è affidato. Ottocento anni dopo, Frate Francesco continua a cantare. Sta a noi decidere se ascoltarlo.
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