Musica e Poesia. Armonia per la Pace

Maggio 17, 2026

Riportiamo il testo integrale della comunicazione di P. Alfonso M. Bruno per l’evento sulla pace realizzato al centro dei Focolarini a Roma e patrocinato dal centro culturale iraniano

Cari fratelli e sorelle, 

accettare l’invito a prendere la parola in questo bell’incontro è stato rispondere a qualcosa che sento come vocazione, prima ancora che come dovere. Sono cristiano. Sono francescano. E per un cristiano, per un francescano, la pace non è un programma politico né un ideale astratto: è il nome stesso di Dio che si fa presente nel cammino degli uomini nel mondo. Francesco d’Assisi non teorizzò la pace: la visse, la cantò, la costruì — pietra su pietra, persona per persona, cuore per cuore.

È in questo spirito che sono qui. Non come analista geopolitico, ma come un povero artigiano della parola, convinto che il dialogo tra i popoli sia l’unico strumento realmente efficace di pace. Conoscersi. Senza pregiudizi. Rispettarsi. Collaborare. E soprattutto — questo è il compito più difficile e più urgente — imparare a vedere con maggiore nitidezza ciò che ci unisce, anziché ossessionarci su ciò che ci divide.

Permettetemi di fare un passo indietro nella storia. Perché la storia, quando è onesta, ci guarisce dai pregiudizi.

Nel cuore del Medioevo — a Toledo, a Palermo, a Cordova, a Baghdad — ebrei, cristiani e musulmani vissero per secoli fianco a fianco, producendo insieme una delle stagioni più fertili della cultura umana. Tradussero Aristotele. Costruirono osservatori astronomici. Scrissero poesia, medicina, matematica, filosofia — insieme, nello stesso cortile, nella stessa città. La convivencia — questa parola spagnola che non ha equivalente perfetto in italiano — era non solo possibile: era la norma. Era la regola, non l’eccezione.

Poi vennero i calcoli del potere. Vennero i re che trovarono nel fanatismo religioso uno strumento politico comodo. Più tardi persino tra cristiani contro cristiani. Vennero le espulsioni, le crociate, le guerre sante — che sante non erano, perché non può esservi nulla di santo nello spargimento del sangue del fratello. Perché ebrei, cristiani e musulmani sono tutti figli di Abramo. Lo stesso padre. Lo stesso Dio della misericordia, della vita, della pace. Quando ci si uccide in nome di quel Dio, si commette una doppia bestemmia: si nega Lui e si nega il fratello. Come ha detto Leone XIV: «Nessuno usi il nome di Dio per benedire il terrore e la violenza». Parole che valgono ieri come oggi, per chiunque, in qualunque conflitto.

Pochi giorni fa — e questo mi ha commosso profondamente — il presidente dell’Iran, Masoud Pezeshkian, ha scritto una lettera a Papa Leone XIV. Ha aperto la lettera non con una formula diplomatica, ma con una citazione del Corano: «Chi è più forte di noi?» — il versetto del popolo di ‘Ad, accecato dalla propria potenza. E subito dopo ha citato la Bibbia, il Siracide: «L’inizio della superbia è allontanarsi da Dio.» Un presidente di una Repubblica islamica che scrive al Papa usando insieme il Corano e la Bibbia. Pensateci. In questo gesto c’è già una teologia della pace. Pezeshkian ha espresso gratitudine per le posizioni del Pontefice che lui definisce «morali, razionali ed eque» e ha ribadito la volontà dell’Iran di proseguire sulla strada del dialogo e di soluzioni pacifiche per la risoluzione delle controversie.

Il Papa ha risposto — e non con le armi della diplomazia muscolare, ma con la forza mite della parola. Igino Giordani, il grande laico cattolico del Novecento, aveva scritto con lungimiranza che il papato è la più grande centrale della pace che l’umanità abbia mai prodotto. Non perché disponga di eserciti, ma precisamente perché ne è privo. La sua forza è la forza del Vangelo: disarmata, e proprio per questo disarmante.

Fin dalla sera della sua elezione, dalla loggia della Basilica di San Pietro, Leone XIV ha detto: «Vengo a voi come pellegrino di pace, per una pace disarmata e disarmante.» E ai comunicatori di tutto il mondo, ricevuti in udienza il 12 maggio scorso, ha lanciato un appello preciso: «Disarmiamo la comunicazione da ogni pregiudizio, rancore, fanatismo e odio; purifichiamola dall’aggressività. Non serve una comunicazione fragorosa, muscolare, ma piuttosto una comunicazione capace di ascolto, di raccogliere la voce dei deboli che non hanno voce. Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra. Una comunicazione disarmata e disarmante ci permette di condividere uno sguardo diverso sul mondo e di agire in modo coerente con la nostra dignità umana.»

Ora vorrei dire una cosa personale. E la dico con pudore, ma anche con convinzione.

Ho sentito la testimonianza di amici che hanno lavorato alla Nunziatura Apostolica di Teheran. Ho incontrato qui a Roma iraniani — intellettuali, artisti, professionisti, famiglie — la cui umanità, la cui profondità culturale, la cui cortesia proverbiale, la cui amicizia sincera hanno da soli cancellato decenni di narrazione demonizzante. Non c’è stereotipo che regga dinanzi a una persona reale. Non c’è propaganda che sopravviva all’incontro autentico. Gli iraniani che ho incontrato mi hanno insegnato che un popolo multietnico e millenario — persiani, azeri, curdi, armeni, arabi, zoroastriani, cristiani, ebrei, musulmani — convive da secoli in quella terra con una ricchezza culturale che sfida ogni semplificazione. E lo fa anche oggi, sotto il peso dell’embargo e delle sanzioni, che colpiscono — è bene dirlo — non i potenti, ma i cittadini comuni, le famiglie, i bambini.

È necessario — è un atto di onestà intellettuale prima ancora che di carità cristiana — distinguere con nettezza tra le scelte politiche di un governo e l’indole, la storia, l’anima di un popolo. Confondere l’uno con l’altro non è realismo: è propaganda.

E non posso non fare menzione, a proposito di questo dialogo vivo tra culture e religioni, di un gesto bellissimo e sorprendente che la città di Teheran ha compiuto l’anno scorso. Il sindaco di Teheran ha inaugurato una nuova stazione della metropolitana definendola «un tributo alla coesistenza delle religioni divine»: la stazione Maryam-e Moghaddas, “Santa Maria”, sulla linea 6, dedicata alla Vergine. L’esterno della stazione è realizzato in pietra bianca e vetrate in stile romanico per armonizzarsi con la facciata della chiesa armena di San Sarkis di fronte. L’interno, simile all’architettura di una chiesa armena, è decorato con bassorilievi raffiguranti Gesù e Maria, nonché con una statua della Madonna alta oltre due metri. Il cardinale Dominique Joseph Mathieu, arcivescovo di Teheran-Ispahan — e lo dico con gioia, perché è un francescano conventuale, un mio confratello — ha commentato con meraviglia positiva questo gesto: «Una visione molto chiara dell’Islam su Maria, su Gesù, ma rimane pur sempre un simbolo di dialogo che desta interesse.»

Una stazione della metropolitana dedicata alla Madonna, nel cuore di una Repubblica islamica. Le narrative di odio non sanno cosa farsene di questi fatti. Noi sì.

Spero un giorno — quando taceranno le armi, quando il cielo sull’Iran non sarà più solcato da missili ma solo da stelle — di visitare quella che fu l’antica Persia. 

Vorrei camminare tra le rovine di Persepoli, la capitale degli Achemenidi fondata da Dario il Grande nel 518 avanti Cristo, dove la Porta di Tutte le Nazioni accoglieva le delegazioni di ogni angolo del mondo conosciuto — quasi un’immagine profetica del dialogo che stiamo cercando oggi. Vorrei perdermi nella piazza Naqsh-e Jahan di Isfahan — “Isfahan, metà del mondo”, diceva il proverbio persiano — con le sue cupole di maiolica turchese, i suoi portici, i suoi bazaar dove risuona ancora l’eco di secoli di commercio e incontro tra civiltà. Vorrei visitare Shiraz, la città dei poeti e delle rose, la città di Hafez e di Sa’di, che cantarono l’amore universale quando l’Europa stava ancora uscendo dal Medioevo. Vorrei ammirare Yazd, una delle città più antiche del mondo ancora abitate, con le sue torri del vento e i suoi templi zoroastriani, custodi di una fiamma che brucia ininterrotta da millenni. Vorrei visitare il vescovo di Teheran — il mio confratello francescano — e pregare con lui in quella terra.

L’Iran è un paese di proverbiale ospitalità. Chi vi è stato lo sa. Chi lo ha incontrato qui lo sa. La bellezza di quella civiltà è di per sé un argomento di pace.

Ebbene: io voglio tacere.

Tacere per fare spazio. Tacere perché, come disse il papa, tacciano le armi — e io voglio che tacciano anche le mie parole, perché possano risuonare quelle di un linguaggio più antico, più universale, più vero: il linguaggio della musica e della poesia.

Non il farsi. Non l’italiano. Non l’inglese né il mandarino. La musica e la poesia non hanno passaporto. Parlano direttamente al cuore umano, attraverso la bellezza.

Eppure, prima di cedere la parola agli artisti, sento il dovere di non abbassare lo sguardo sul grido che sale da questa guerra. Iraniani morti. Qualche soldato americano. Qualche israeliano. Civili, bambini, corpi sotto le macerie di scuole e ospedali — gli stessi ospedali citati nella lettera di Pezeshkian al Papa. Un’inutile carneficina consumata su una terra antichissima, culla di civiltà, patria di Rumi e Hafez, che cantarono l’amore universale secoli prima che qualcuno inventasse le bombe.

Il 25 ottobre 2022, al Colosseo, in un grande incontro interreligioso per la pace, Papa Francesco disse — e le sue parole valgono oggi, qui, per l’Iran: «Quest’anno la nostra preghiera è diventata un “grido”, perché oggi la pace è gravemente violata, ferita, calpestata. Non lasciamoci contagiare dalla logica perversa della guerra; non cadiamo nella trappola dell’odio per il nemico. Rimettiamo la pace al cuore della visione del futuro, come obiettivo centrale del nostro agire personale, sociale e politico, a tutti i livelli. Disinneschiamo i conflitti con l’arma del dialogo.»

Disinneschiamo i conflitti con l’arma del dialogo. Non esiste frase più francescana di questa.

E allora, permettetemi di concludere con Francesco d’Assisi. Ottocento anni fa — tra il 1224 e il 1225 — il Poverello compose il Cantico delle Creature, il primo grande testo poetico della letteratura italiana. Ma c’è qualcosa che non tutti sanno: Francesco aggiunse una strofa al Cantico per fare pace. Il vescovo di Assisi e il podestà della città erano in aspro conflitto. Francesco mandò i suoi frati a cantare il Cantico davanti a entrambi, con quelle parole nuove: “Laudato si’, mi’ Signore, per quelli che perdonano per lo tuo amore.” E i due si riconciliarono. La poesia fece ciò che la diplomazia non riusciva a fare.

Ecco cos’è la musica e la poesia: non ornamento della pace, ma suo strumento. Non consolazione dell’impotente, ma forza del mite. Non evasione dalla realtà, ma il modo più diretto per toccarla.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Che questa bellezza, oggi, parli per noi. Parli agli iraniani e agli americani, agli israeliani, agli ucraini, ai russi, ai cubani, ai venzuelani e ai sudanesi… a tutti i popoli che soffrono. Parli là dove le armi dovrebbero tacere — e ancora, purtroppo, non tacciono. Parli anche per quei milioni di cittadini iraniani che sotto le sanzioni e gli embargo cercano di vivere una vita dignitosa, che amano la loro terra millenaria, che ci tendono la mano con un’ospitalità che nessuna sanzione è riuscita a spegnere.

Grazie per l’attenzione. E ora — fiato ai cantanti e ai poeti, ed elasticità di dita ai musicisti.

P. Alfonso M. A. BRUNO FI

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