«Subsistit in»: le due parole che non hanno cambiato la Chiesa

Ottobre 6, 2026

Il Vaticano II ha precisato il rapporto tra l’unica Chiesa di Cristo, la sua permanenza nella Chiesa cattolica e i beni di santificazione presenti oltre la piena comunione visibile. Comprendere questa distinzione permette di riconoscere lo sviluppo della dottrina senza inventare una rottura.

A volte una controversia teologica comincia da due parole e finisce per smarrire il soggetto della frase. È accaduto al subsistit in, l’espressione con cui il numero 8 della costituzione conciliare Lumen gentium descrive il rapporto tra la Chiesa di Cristo e la Chiesa cattolica. Su quel verbo si sono accumulate interpretazioni opposte: alcuni vi hanno cercato il superamento dell’identità cattolica, altri la prova che il Vaticano II avrebbe tradito la dottrina precedente. Entrambe le letture devono misurarsi con una domanda preliminare: che cosa afferma realmente il testo, letto nella sua interezza e nell’interpret azione autorevole della Chiesa?

Il soggetto è l’unica Chiesa di Cristo, professata nel Credo come una, santa, cattolica e apostolica. Di questa Chiesa il Concilio afferma la sussistenza nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui. Non introduce un soggetto ecclesiale nuovo. Non separa una Chiesa spirituale, autentica ma invisibile, da una sua manifestazione istituzionale necessariamente imperfetta. Nello stesso numero, infatti, la comunità visibile e la realtà spirituale sono presentate come dimensioni di un’unica realtà complessa. La Chiesa che attraversa la storia è quella nella quale Cristo continua la propria opera.

Il significato del verbo va compreso dentro questa affermazione. “Sussistere”, nell’uso dottrinale qui precisato, indica la permanenza concreta dell’unico soggetto ecclesiale: la Chiesa fondata da Cristo continua a esistere nella Chiesa cattolica con tutti gli elementi che egli le ha affidato. Non si tratta di una presenza occasionale, di un frammento o di una partecipazione equivalente a quella di altre confessioni. Le Risposte della Congregazione per la Dottrina della Fede del 29 giugno 2007, approvate da Benedetto XVI, spiegano che la sussistenza esprime la continuità storica e la permanenza di quegli elementi; precisano inoltre che essa può essere attribuita esclusivamente alla Chiesa cattolica.

Perché, dunque, scegliere subsistit in anziché ripetere semplicemente est? Perché il Concilio intende affermare l’identità della Chiesa di Cristo con la Chiesa cattolica e, contemporaneamente, riconoscere l’esistenza di autentiche realtà ecclesiali oltre i confini della piena comunione cattolica. Il commento ufficiale ai chiarimenti del 2007 spiega che tale identità non comporta un vuoto ecclesiale all’esterno. L’unicità del soggetto e la presenza dei suoi doni oltre la sua compagine visibile sono due affermazioni compatibili. La formula conciliare le tiene insieme senza dissolvere la prima nella seconda.

Qui si trova il passaggio decisivo. La pienezza dei mezzi di salvezza e la presenza di alcuni di essi non sono la stessa cosa; nemmeno, però, si escludono. Un battesimo validamente amministrato fra cristiani separati dalla piena comunione cattolica rimane un vero battesimo. La Scrittura da essi custodita rimane Parola di Dio. Nelle Chiese orientali separate, la successione apostolica e l’Eucaristia valida costituiscono legami ecclesiali reali. La divisione ferisce la comunione, ma non cancella automaticamente ogni dono ricevuto da Cristo.

La Dominus Iesus, ai numeri 16 e 17, è particolarmente netta: ribadisce l’unicità della Chiesa e riconosce nelle comunità dotate di successione apostolica e valida Eucaristia vere Chiese particolari, pur mancanti della piena comunione cattolica. Distingue da esse le comunità ecclesiali che non hanno conservato tali elementi. Il riconoscimento è quindi differenziato e fondato su criteri sacramentali. Nessuna equivalenza indistinta; nessuna federazione di confessioni che, sommandosi, dovrebbe finalmente produrre la Chiesa voluta da Cristo.

Anche l’espressione “elementi di santificazione e di verità” richiede attenzione. Non designa semplici qualità morali, estranee alla Chiesa, che essa guarderebbe con benevolenza dall’esterno. Designa beni propri della Chiesa di Cristo, presenti e operanti anche dove la comunione è incompleta. Proprio per questo essi tendono all’unità. Il battesimo genera un legame e, insieme, una chiamata a viverlo pienamente: ciò che unisce a Cristo orienta verso la comunione del suo Corpo.

Si comprende allora il passaggio di Unitatis redintegratio sulle Chiese e comunità separate quali strumenti di salvezza. Il decreto attribuisce loro una reale rilevanza nel mistero della salvezza e precisa che la loro efficacia deriva dalla pienezza di grazia e verità affidata alla Chiesa cattolica. Lo Spirito si serve dei beni di Cristo che esse custodiscono e comunicano. Non è la separazione a salvare, né l’errore acquista una virtù santificante. È Cristo che opera attraverso quanto, anche nella divisione, rimane suo. Il riconoscimento riguarda le comunità stesse nella loro capacità di trasmettere quei beni, senza rendere irrilevanti le loro carenze.

Questa dottrina non abolisce l’Extra Ecclesiam nulla salus. Ne impedisce una lettura che confonda la necessità della Chiesa con una sentenza indiscriminata sulle persone. Il Catechismo, ai numeri 846-848, afferma che ogni salvezza viene da Cristo attraverso la Chiesa, suo Corpo. Distingue il rifiuto consapevole della Chiesa, riconosciuta come necessaria, dall’ignoranza senza colpa. La distinzione non introduce una salvezza indipendente da Cristo e dalla Chiesa: riconosce che il rapporto salvifico con essi non si esaurisce nella sola appartenenza visibile.

Del resto, già Pio IX, nella Quanto conficiamur moerore del 1863, riconosceva la possibilità di conseguire la vita eterna, mediante la luce e la grazia divina, a coloro che si trovassero nell’ignoranza invincibile della vera religione e fossero disposti a obbedire a Dio. Non era l’ignoranza a salvarli, né bastava una rettitudine puramente naturale. Operava la grazia. Questo precedente non contiene già tutta l’ecclesiologia conciliare, ma dimostra quanto sia improprio ridurre la tradizione precedente a uno schema nel quale ogni persona esterna alla compagine visibile sarebbe, per ciò stesso, definitivamente esclusa dalla salvezza.

Rimane il confronto con la Mortalium animos di Pio XI. Qui l’onestà teologica impone di riconoscere il cambiamento dell’impostazione e della prassi ecumenica. L’enciclica del 1928 combatteva un’unione costruita sulla relativizzazione delle verità rivelate e indicava il ritorno all’unica Chiesa come via dell’unità. Il suo linguaggio e le sue indicazioni operative non coincidono con quelli successivi. Ma una differenza storica, anche significativa, non dimostra da sola una contraddizione dogmatica: occorre individuare quale verità sarebbe stata prima affermata e poi negata nel medesimo senso.

Il Vaticano II non insegna che l’unica Chiesa abbia cessato di esistere o debba essere costruita mediante un compromesso. Il Magistero successivo insiste sulla piena comunione ancora da ristabilire fra cristiani già uniti da autentici legami. Giovanni Paolo II, nella Ut unum sint, tiene insieme la permanenza dei beni costitutivi della Chiesa cattolica e la necessità della conversione, del dialogo e della riconciliazione. Anche i cattolici sono chiamati a convertirsi: possedere la pienezza dei mezzi di salvezza non significa averli vissuti sempre con pienezza di fedeltà.

Il subsistit in esprime dunque un approfondimento effettivo, che non si lascia ridurre a un espediente lessicale. Conserva l’affermazione dell’identità e permette di comprendere meglio la condizione dei cristiani separati. Non ogni novità di formulazione è una rottura, come non ogni richiamo alla continuità costituisce da solo una dimostrazione: la dimostrazione richiede di esaminare il contenuto delle proposizioni. In questo caso, l’unicità della Chiesa, la sua permanenza nella Chiesa cattolica e l’azione dei suoi beni oltre la piena comunione sono affermazioni distinte che si sostengono reciprocamente.

Ne parliamo perché questa questione è stata riproposta in un recente podcast di don Leonardo Maria Pompei.
Una simile materia esige particolare cautela quando viene insegnata attraverso i media o i social. Per questo è doveroso ricordare, senza compiacimento polemico, anche la condizione ecclesiale di chi parla. La diocesi di Latina ha reso pubblica la dichiarazione della scomunica per scisma a carico di don Leonardo Pompei, ricostruendo le sue prese di distanza dal vescovo e dal Romano Pontefice. Non è un’indiscrezione da usare contro una persona: è un fatto pubblico pertinente alla comprensione della sua attività religiosa. Tacerlo, mentre la sua voce continua a raggiungere fedeli che possono ignorarlo, lascerebbe incompleta l’informazione.

La scomunica non cancella il carattere sacerdotale, ma comporta proibizioni precise, fra cui quelle relative alla celebrazione dei sacramenti e all’esercizio di uffici e ministeri ecclesiastici. Un fedele deve poter distinguere il permanere dell’ordinazione dalla legittimità dell’esercizio ministeriale. Quando una comunicazione si presenta attraverso linguaggio, abito o simboli sacerdotali, questa distinzione diventa ancora più necessaria: i segni sacri possono suscitare una fiducia che il pubblico associa spontaneamente alla comunione con la Chiesa. La responsabilità giornalistica consiste nel chiarire, con rispetto, quella differenza.

La stessa verifica vale per l’immagine e la dignità dei Francescani dell’Immacolata che, secondo le dichiarazioni di don Leonardo Pompei nel suo stesso podcast, sona stati «rasi al suolo» (dalla Chiesa? ndr). Basterebbe citare solo le nuove professioni dei Voti celebrate a Frigento, in Benin, nelle Filippine… nel settembre 2026 per documentare una vita religiosa che continua a generare vocazioni. La fedeltà dell’Istituto merita di essere valutata nella vita concreta, nella povertà effettiva, nella trasparenza dei beni e nei sacrifici quotidiani. Un podcast non può cancellare questa realtà, come una lettura parziale di due parole latine non può cancellare la dottrina che esse esprimono.

Don Leonardo Pompei non fa parte dei Francescani dell’Immacolata e difficilmente avrebbe potuto adattarsi alle esigenze della vita religiosa in generale. 

Oggi i frati possono riconoscersi più poveri e più penitenti di ieri. È una testimonianza da misurare sulla vita: mantenere le case di formazione, sostenere le missioni, assistere un confratello malato, affrontare le necessità quotidiane con mezzi limitati, custodire la fraternità durante una prova. Questo don Leonardo non può saperlo. La spoliazione può rendere più radicale l’appartenenza a Cristo quando viene vissuta nella comunione con il Papa e con i vescovi. 

La povertà dichiarata deve corrispondere alla disponibilità effettiva delle risorse per la missione e al loro governo trasparente. Non può ridursi all’immagine offerta al pubblico. Contano i bilanci, le intestazioni immobiliari, chi decide dell’uso dei beni e chi sopporta quotidianamente il costo delle rinunce. L’interposizione di soggetti associativi civili voluti dall’iniziatore storico – nel 2019 sospeso a divinis soprattutto per questo – richiede un esame puntuale di statuti, titolarità, poteri e destinazione delle offerte. La distinzione tra persone giuridiche pubbliche e private nell’ordinamento canonico è reale: non basta una denominazione civile a risolvere la questione della povertà reale.

La vicenda personale dell’iniziatore storico non esaurisce quella dell’Istituto. Il comunicato del settembre 2025 attesta la dispensa dai voti richiesta dall’ormai don Stefano Manelli e la conseguente cessazione della sua appartenenza ai Francescani dell’Immacolata. La famiglia religiosa prosegue il proprio cammino. Un carisma accolto dalla Chiesa vive nelle vocazioni e nelle opere che genera e non rimane subordinato per sempre alla presenza del suo iniziatore.

A don Leonardo si deve continuare a desiderare il bene, compreso il ristabilimento della piena comunione ecclesiale. Proprio per questo si possono e si devono contestare le sue ricostruzioni. 

Il subsistit in chiede di riconoscere la Chiesa concreta nella quale permane quella fondata da Cristo. La vita francescana chiede di verificare l’adesione al Vangelo nei beni amministrati, nei sacrifici affrontati e nella fedeltà quotidiana, non nelle finzioni giuridiche di fatto. Davanti a queste esigenze, anche una voce molto ascoltata deve accettare di essere corretta.

La Chiesa che il Concilio riconosce è concreta, storica, sacramentale. La fedeltà alla Tradizione domanda di comprenderne l’insegnamento intero, anche quando corregge le nostre convinzioni.

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