Il servo di Dio Hélder Câmara e i Francescani dell’Immacolata

Novembre 30, 2022

Quando come Francescani dell’Immacolata inaugurammo la missione in Brasile il 10 dicembre 1991, venimmo avvicinati all’aeroporto di Rio de Janeiro da un vescovo di statura piccola e minuta.
Era Hélder Camara incuriosito da cinque giovani frati pieni di gioia e di entusiasmo nell’intraprendere una nuova esperienza a favore della loro famiglia religiosa nascente.
Ci impressionò per la sua umanità, la sua attenzione nei nostri confronti, l’interesse per la nostra missione, la sua sensibilità umana e spirituale.
Indossava una talare lisa di color crema e sprizzava vitalità e simpatia malgrado la sua età ormai più che matura.
Si capiva bene che fosse un uomo di Dio, una persona di esperienza pastorale, un uomo capace di comunicazione e dialogo con il prossimo.
A modo di battuta ci raccomandò di cambiare il tessuto del nostro abito, cosa che poco dopo fummo costretti a fare per le alte temperature del secco cerrado del Goias.
È con sincero compiacimento che abbiamo saputo della recente conclusione del processo di beatificazione e canonizzazione di Camara poiché il suo pensiero profetico, in piena aderenza al Vangelo e al Magistero della Chiesa, risuona attuale più che mai.
Iniziai ad approfondire la sua figura e il suo magistero molti anni dopo a causa delle critiche che gli venivano mosse da alcuni ambienti ecclesiali che lo accusavano di una sua contiguità alla teologia della liberazione e al comunismo.
Scoprii presto che gli elementi negativi che gli venivano attribuiti non erano solo frutto dell’ignoranza e quindi dalle analisi superficiali degli accusatori, ma della volontà dolosa di delegittimare la linea pastorale di qualcuno che aveva interpretato il suo ruolo di pastore per servire la Chiesa e non servirsi della Chiesa.
Sarebbe complesso e impertinente parlare della stagione ecclesiale postconciliare, dei fermenti e delle stagnazioni pastorali dell’ultimo mezzo secolo, degli scandali e delle incoerenze di uomini di Chiesa e della canonizzazione di figure esemplari dei nostri tempi recenti.
In questa altalena della storia, i testimoni autentici del Vangelo, sul modello della vicenda umana di Cristo, continuano a scuotere le coscienze e quindi devono essere messi a tacere dai chierici farisei e dai cristiani di sacrestia.
«La grande fame e sete del nostro tempo è fame e sete di giustizia», ripeteva spesso Helder Camara.
In tempi non sospetti, P. Bartolomeo Sorge, scrisse di lui: «Helder Camara appartiene alla schiera dei profeti che Dio ha suscitato nella stagione del Concilio: testimoni coraggiosi, umili nella loro libertà di parola, fedeli al Vangelo e obbedienti alla Chiesa, per lo più incompresi e guardati con sospetto, ma la cui memoria è una benedizione».
Camara scoprì la voce del Signore nei troppi poveri lasciati ai margini del Brasile.
Proveniva da una famiglia benestante, da nonno e papà “frammassoni”, ma la sua fu una lunga conversione che lo portò dall’integralismo cattolico conservatore e la vicinanza ai potenti verso i “dannati della terra”.
Solo un uomo spirituale può avere uno sguardo di compassione verso i poveri, non in senso soltanto filantropico, ma nel riconoscimento del volto di Cristo stesso negli emarginati e nei sofferenti.
Quando approdati ad Anapolis venimmo chiamati ad operare nelle favelas all’epoca disseminate nei quartieri nascenti di Arco Verde e di Bairro Paraiso, capimmo subito quanto fosse necessario dare speranza ai più poveri, offrire loro Cristo.
Diversamente avremmo perso solo tempo.
Non aveva senso l’aver lasciato la propria patria e gli affetti più cari per piantare una bandierina sul mappamondo e marcare una nuova presenza del nostro Istituto religioso in una terra lontana.
«Chi vive dove milioni di creature umane soggiacciono a condizioni disumane, se non è sordo sente il clamore degli oppressi. E il clamore degli oppressi è la voce di Dio», scriveva dom Hélder.
Non sorprende che la dittatura brasiliana, iniziata nel 1964, negli oltre due decenni di potere, abbia visto in lui, diventato pastore di Olinda e Recife, un nemico da emarginare, vigilare, perseguitare. “Il vescovo rosso”, lo definivano. Accuse simili a quelle mosse a un altro grande profeta latinoamericano.
Ricordo, con il sorriso di poi, di quando mi fu censurato un articolo su Mons. Oscar Romero.
Oggi il vescovo salvadoregno è santo e martire canonizzato.
In realtà, per entrambi la scelta pastorale è stata radicata nel Vangelo non nella teoria politica.
La partecipazione alle sofferenze dell’altro, l’indignazione per il dolore innocente, in lui non si trasformavano mai in rancore.
La profezia è un atto d’amore per la vittima quanto per il carnefice, di cui l’ingiustizia praticata mutila l’umanità. È sufficiente leggere i versi composti dal vescovo per comprenderlo con chiarezza. Come lo splendido Appello a Lazzaro: «Per l’amore che ho per i ricchi, che non devo giudicare, che non posso giudicare e che costarono il sangue di Cristo, io ti chiedo, Lazzaro, non stare per le scale e non lasciarti scacciare. Irrompi nella sala del banchetto, vai a provocare nausea nei sazi commensali. Portagli il volto sfigurato di Cristo, di cui hanno tanta necessità, senza sapere e senza credere».
Vorrei quindi applicare lo stesso criterio di misericordia per chi ha osato infangare ancora una volta la memoria di un presule di cui è in corso il processo di canonizzazione.
Ricordo come già in occasione dell’apertura del processo di canonizzazione di don Tonino Bello qualcuno scrisse numerose pagine contro il vescovo salentino.
Qualche anno più tardi don Tonino Bello fu legittimato dalla visita di papa Francesco alla sua tomba, gesto raro, ma profondo e significativo se compiuto da un pontefice nei confronti di una figura di chiesa la cui canonizzazione è in fieri.
Oggi, nello studentato teologico internazionale dei Francescani dell’Immacolata, quasi a modo di riparazione, leggiamo ogni giorno prima di pranzo una pagina sugli scritti di don Tonino Bello.
È doloroso e doppiamente grave quando un confratello che dovrebbe condividere gli stessi ideali di San Francesco o di San Massimiliano Maria Kolbe, attacca un uomo “colpevole” di avere una sensibilità pastorale o liturgica diversa dalla sua.
Ognuno ha la libertà di esprimersi, ma occorre ovunque e sempre rimanere aderenti al criterio dell’onestà intellettuale, della carità e del rispetto istituzionale.
Con il nuovo anno è l’occasione per incominciare a leggere in comune i pensieri di don Helder Camara ed evidentemente a metterli in pratica.

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