VOCAZIONE UMANA E DIVINA.

Nell’importante e fondamentale tema della difesa di un’autentica antropologia umano-cristiana e a fronte della degradazione di tale concetto in senso trans e post umanista, si inserisce quello della vocazione. Come scrive il documento della Commissione Teologica Internazionale, la vita umana stessa è vocazione (Cfr. QVH 99-105) nell’atto creativo gratuito di Dio che indica la fondamentale passività dell’essere umano che riceve l’esistenza passando dal non-essere all’essere. Tale vocazione esige una risposta che la Scrittura sintetizza nei precetti originali di Dio: coltivare il giardino, crescere e moltiplicarsi, non mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male. I primi due sono positivi, l’ultimo è negativo. La risposta a tali precetti è l’oblazioneobbedienza: l’uomo si offre a Dio con fiducia, accettando la propria realtà (gloria di Dio) nelle sue potenzialità e quello che non è, espresso nel limite (non mangerai). La pienezza della persona umana si realizza in questa dinamica dei due poli, egualmente necessari; dunque, il peccato, che verrà a sconvolgere questo ordine, non è semplice violazione di un precetto esterno ma, molto di più, rifiuto della propria realtà così come voluta da Dio, perciò è fondamentalmente in-umano.

La vocazione umana, però, non è ristretta e non raggiunge la sua piena maturità nel tempo ma lo trascende, come è pienamente manifestato nell’Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione di Nostro Signore. Il Cristo è contemporaneamente il culmine della creazione e il Redentore che riporta l’uomo alla sua dignità rendendolo figlio di Dio in Lui, conducendolo alla piena comunione con il Padre che, per la grazia, inizia in questa vita ma si compirà pienamente nell’escatologia finale, anticipata da quella intermedia che interessa ogni singola persona nel mistero della morte illuminata dal mistero pasquale.

Nel mistero divino-umano della vita e nell’ambito della comune vocazione umana, si inserisce la vocazione personale in cui la prima, di fatto, si attua in due modi: il matrimonio e la vita celibataria, consacrata o no.

Nel primo caso, l’uomo e la donna si incontrano per formare un sacramento, quello del matrimonio, segno dell’unione di Cristo con la sua Chiesa. La procreazione stessa diventa segno della fecondità della Chiesa, della collaborazione dell’uomo e della donna con Dio per dare l’esistenza ad altri esseri umani che costituiscono, in Cristo, la gloria di Dio. Tuttavia, come ha sottolineato nella nota dottrinale sull’unità del matrimonio Una caro, l’unicità dell’unione dell’uomo e della donna ha una dignità originale indipendente dalla procreazione che potrebbe non seguire i legittimi rapporti coniugali, anche indipendentemente dalla volontà dei coniugi. Nel caso dei coniugi la realizzazione della vocazione umana si attua nel darsi e riceversi mutuamente in tutti gli aspetti della vita, e non solo in quello strettamente sessuale, in una dinamica di amore che è alla base di ogni rapporto che l’uomo instaura con Dio – rapporto ontologico-esistenziale fontale – e con il prossimo.

Nella vita celibataria a cui sono chiamati alcuni uomini e donne (parliamo di vita celibataria in generale, perché vi sono persone che non si sentono chiamate alla vita consacrata ma nemmeno al matrimonio), lo sviluppo della propria persona deve instaurarsi con un ancor più profondo legame attuale con Dio e nell’ampliamento della relazione con il prossimo tramite i legami di amicizia e di vicinanza che si costituiscono in vari modi, professionali, sociali ecc. La maturazione affettiva escluderà l’aspetto specificamente sessuale e troverà pienezza comunque nella dinamica del dono e del servizio.

Venendo alla vita consacrata, e specialmente alla vita religiosa, in essa si rivela in modo tutto particolare sia il contenuto essenziale della vita umano-cristiana del dono gratuito dell’esistenza, sia la risposta oblativa da parte del soggetto. L’uomo è fatto per dar gloria a Dio con la sua esistenza, divenendo “bocca” della creazione per lodare il Signore. Questo è il primo compito del consacrato, qualsiasi sia l’Istituto di appartenenza: esercitare quel sacerdozio comune a tutti i cristiani, in modo radicale ed esclusivo, indirizzando a Lui le parole e le opere. In secondo luogo il mistero escatologico insito in tutta la vita cristiana, viene manifestato nell’obbedienza-castità-povertà, non viste separatamente ma nel loro aspetto “trinitario” di trascendenza da questo mondo visibile e destinato ad essere trasformato alla fine dei tempi, in cui la novità operata da Cristo e già inserita nel cuore della creazione raggiungerà la sua pienezza.

Perciò il cammino della formazione nella vita religiosa non è un cammino che segua una logica di semplice ragione, ossia prima la maturazione “umana” e, in seguito, l’inserzione in questa supposta maturazione del modus vivendi del religioso. Una volta accertata la chiamata alla vita religiosa, lo sviluppo umano deve seguirne la dinamica e i principi. Nel caso pratico la formazione ad una retta affettività non può ignorare la chiamata alla castità perfetta; l’indipendenza di giudizio non può ignorare la chiamata all’obbedienza; il possesso di sè e il legittimo uso dei beni terreni, non può ignorare la povertà.

In tutto questo la protagonista è la grazia. Ignorare questa dimensione vuol dire cadere in quella specie psicologismo o sociologismo fondamentalmente materialisti che sono tra i principali fulcri del pensiero trans e post umanista, pretendendo di eliminare il limite e di risolvere il misteryum iniquitatis solo con l’uso di “tecniche” e “protocolli” operativi, sostanzialmente inumani.

Concludendo e applicando tutto questo al nostro Istituto, ricordiamo come QVH presenti la Vergine Immacolata come modello efficace della maturazione umana in cui la persona riceve tutto da Dio e risponde oblativamente a Lui, entrando nell’opera della salvezza con vera e gioiosa libertà.

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