Il santo di Pietrelcina tra devozione autentica, mercato religioso, presunti “figli spirituali prediletti” e carismi costruiti per prossimità. La Chiesa ha canonizzato un frate obbediente, povero e immerso nella preghiera, non il fondatore involontario di dinastie spirituali, corti religiose e rendite di posizione.
Padre Pio vende. Vende immagini, statue, libri, pellegrinaggi, ricordi, testimonianze, racconti, profezie vere o presunte. Ma soprattutto, qualche volta, vende una cosa molto più preziosa: l’accreditamento. «Io lo conoscevo». «Mio padre era suo figlio spirituale». «Mia madre era tra le sue predilette». «Il nostro fondatore si confessava da lui». «Da bambino gli servì Messa». E così, attraverso una strana successione apostolica del ricordo, dalla santità di Padre Pio si cerca talvolta di ricavare una sorta di certificato di autenticità per sé stessi, per la propria famiglia o perfino per un’opera ecclesiale. Peccato che il carisma non si trasmetta per fotografia, per stretta di mano o per prossimità al confessionale.
Oggi, 23 settembre, la Chiesa celebra san Pio da Pietrelcina. Sarebbe una buona occasione per restituirlo a sé stesso.
Perché di Padre Pio si parla moltissimo, ma forse proprio per questo si rischia di incontrarlo sempre meno.
La Chiesa non lo ha canonizzato perché aveva le stimmate, perché qualcuno raccontava che leggesse nelle anime, perché profumava di violette o perché attorno alla sua persona fiorivano episodi straordinari. Tutto questo appartiene alla storia, alla devozione e, in parte, a fenomeni sui quali nel tempo non sono mancate controversie e indagini. Il fondamento ecclesiale della sua santità è molto più sobrio: l’eroicità delle virtù fu riconosciuta formalmente il 18 dicembre 1997; seguirono i processi sui miracoli richiesti per beatificazione e canonizzazione. Giovanni Paolo II lo proclamò santo il 16 giugno 2002.
E quando si leggono i documenti della Chiesa, il vero Padre Pio appare quasi l’opposto della caricatura devozionale che qualche volta gli viene costruita intorno. Il decreto sulle virtù parla di fede, speranza, carità, prudenza, fortezza, temperanza, povertà, castità e soprattutto di obbedienza. Quando gli furono imposte limitazioni pesantissime nel ministero sacerdotale, le accettò. Di fronte alle accuse tacque. Il documento vaticano dice che fu «obbediente in tutto» ai superiori anche quando gli ordini erano gravosi. Giovanni Paolo II, il giorno dopo la canonizzazione, ricordò che perfino le incomprensioni con alcune autorità ecclesiastiche non scalfirono la sua «filiale obbedienza».
Questo è il Padre Pio che disturba.
Perché il Padre Pio vero non serve affatto a giustificare personalismi ecclesiali, autonomie carismatiche incontrollate, corti di devoti, genealogie privilegiate o realtà che finiscono per comportarsi come Chiese nella Chiesa.
Era un cappuccino. Morì cappuccino.
Non fondò una nuova congregazione per perpetuare sé stesso.
Non costruì una corte nella quale l’accesso al fondatore stabiliva una graduatoria di nobiltà spirituale.
Non lasciò un trono sul quale qualcuno potesse sedersi proclamandosi erede.
Lasciò invece due realtà concrete che Giovanni Paolo II richiamò esplicitamente nella canonizzazione: i Gruppi di Preghiera e la Casa Sollievo della Sofferenza. Cioè preghiera e carità. Non culto della personalità. Non araldica spirituale. Non un albero genealogico nel quale qualcuno occupa il ramo più vicino al santo e dunque pretende di possedere più Spirito Santo degli altri.
Padre Pio ebbe realmente moltissimi figli e figlie spirituali. Lo attesta perfino il decreto della Congregazione delle Cause dei Santi, che parla di una «immensa moltitudine». Alcuni rapporti personali sono ben documentati: Emanuele Brunatto, Enrico Medi e altri compaiono nella documentazione e nelle ricostruzioni curate dal mondo cappuccino. Dunque sarebbe sciocco negare la figliolanza spirituale come fenomeno reale.
Ma proprio perché furono tanti, diventa piuttosto singolare che decenni dopo compaiano qua e là dinastie dei “prediletti”.
Figlio spirituale può avere un significato serio. “Figlio spirituale prediletto”, “famiglia privilegiata”, depositario particolare di segreti, volontà e investiture del santo è un’altra faccenda. E qui non bastano racconti familiari ripetuti per tre generazioni fino a diventare dogmi domestici. Servono documenti.
Lo sanno bene proprio i Cappuccini di San Giovanni Rotondo. Nel marzo 2020 dovettero pubblicare un comunicato contro alcune presunte profezie attribuite a Padre Pio attraverso sedicenti figli spirituali. La formulazione fu impressionante nella sua precisione: i frati dichiararono di non poter garantire né l’autenticità dei messaggi né la stessa figliolanza spirituale rivendicata dalle persone coinvolte e aggiunsero che non se ne trovava riscontro nei 104 volumi della documentazione della causa di beatificazione e canonizzazione.
Centoquattro volumi.
Forse prima di proclamarsi eredi particolari di Padre Pio bisognerebbe confrontarsi almeno con quelli.
C’è poi il passaggio ancora più delicato: quando la prossimità biografica al santo viene utilizzata per fondare una pretesa carismatica. «Il nostro iniziatore andava da Padre Pio». Benissimo. «Padre Pio lo conosceva». Possibile. «Da ragazzo gli servì Messa». Bellissimo ricordo. Ma nessuna di queste frasi significa: dunque Dio gli ha affidato un carisma fondazionale.
Il carisma nella Chiesa non funziona così.
La Congregazione per la Dottrina della Fede lo ha spiegato con chiarezza nella Iuvenescit Ecclesia: quando un dono pretende di assumere il carattere di «carisma originario» o «fondazionale», ha bisogno di uno specifico discernimento dell’autorità ecclesiastica. Ed è sempre alla Chiesa che appartiene il giudizio sulla genuinità e sul retto esercizio dei carismi. Non al fondatore. Non ai suoi discepoli. Non alla famiglia biologica. Non al biografo ufficiale.
Papa Francesco fu ancora più concreto parlando dell’erezione di nuovi istituti: bisogna verificare l’originalità del carisma, la comunione effettiva con la Chiesa, l’inserimento ecclesiale e perfino che la vita del fondatore non contraddica ciò che si pretende opera dello Spirito Santo.
Quindi aver incontrato un santo non canonizza automaticamente chi lo ha incontrato.
Giuda ha incontrato Cristo.
Questo dovrebbe già suggerire una certa prudenza nell’elaborazione della teologia della prossimità.
Anzi, l’aver conosciuto un santo aumenta la responsabilità. Se davvero ti confessavi da Padre Pio, la domanda non è quante volte sei entrato nel suo confessionale. È quanto il confessionale abbia convertito te.
Se davvero gli hai servito Messa, il problema non è poterlo scrivere cinquant’anni dopo nella biografia celebrativa. È se hai imparato qualcosa dal modo in cui quel sacerdote viveva l’altare.
Se davvero eri suo figlio spirituale, non devi assomigliargli nelle fotografie.
Devi assomigliargli nelle virtù.
E qui il confronto può diventare impietoso.
Padre Pio non fondava realtà parallele alla Chiesa quando un superiore gli diceva di fermarsi. Si fermava.
Non trasformava la sofferenza provocata dall’autorità in una campagna contro l’autorità.
Non convocava una corte di figli e figlie spirituali per spiegare che Roma non lo aveva capito.
Non usava i suoi doni, veri o presunti che fossero agli occhi degli altri, come arma per sottrarsi al discernimento ecclesiale.
Obbediva. Quella parola che entusiasma tutti finché deve praticarla qualcun altro.
Ed è curioso che proprio attorno a un uomo così obbediente possano nascere talvolta devozioni nelle quali ogni intervento dell’autorità ecclesiastica viene interpretato come persecuzione, ogni correzione come incomprensione, ogni ridimensionamento come tradimento del carisma. Padre Pio avrebbe avuto ottimi titoli biografici per costruire una simile teologia della persecuzione. Eppure non lo fece.
Perciò anche l’uso del suo nome come patrono, protettore aggiunto, garante celeste o sigillo carismatico merita una certa sobrietà. La Chiesa possiede regole precise. Le Normae de Patronis constituendis del 1973 stabiliscono che, ordinariamente, vi sia un solo patrono; l’eventuale scelta per una famiglia religiosa non deriva dall’entusiasmo del fondatore, ma richiede procedure e approvazioni ecclesiastiche. Una notificazione del 2000 ribadisce la medesima disciplina e ricorda che la proliferazione dei patroni secondari non è la prassi prevista dalla normativa successiva al 1973.
Questo non significa che ogni legame istituzionale con Padre Pio sia inventato. Sarebbe falso. Esistono anche realtà la cui relazione con lui è documentata e riconosciuta ecclesialmente. Giovanni Paolo II, ad esempio, disse pubblicamente nel 2004 che l’Istituto secolare dei Servi della Sofferenza era nato da un esplicito desiderio di san Pio da Pietrelcina. Quando la documentazione esiste, dunque, la Chiesa non ha difficoltà a dirlo.
Ed è proprio questo il punto.
Quando esiste una relazione, documentiamola. Quando non esiste, non inventiamola.
Quando è probabile, diciamo probabile. Quando è tradizione orale, chiamiamola tradizione orale.
Quando è una leggenda edificante, non trasformiamola in un atto notarile dello Spirito Santo.
La fede non ha bisogno di falsificare le prove.
Resta infine il denaro. Tema volgare, si dirà. Ma il Vangelo qualche volta ha avuto un interesse piuttosto pronunciato per il rapporto tra religione e denaro.
Attorno a Padre Pio esiste inevitabilmente un’economia devozionale gigantesca: pellegrinaggi, alberghi, libri, riviste, immagini, rosari, statue, oggetti religiosi. Non c’è nulla di intrinsecamente scandaloso nel fatto che un pellegrino compri una medaglia o che una città viva anche dell’accoglienza di milioni di visitatori. Il confine viene oltrepassato quando il sacro viene utilizzato per commercializzare non più un oggetto, ma un privilegio spirituale.
Quando la frase «Padre Pio mi disse» diventa un capitale sociale, economico o ecclesiastico non verificabile.
Il Direttorio vaticano sulla pietà popolare, pur riconoscendone l’immenso valore, chiede precisamente che venga purificata da frode, mercimonio e superstizione. Perché la religiosità dei semplici è un tesoro e proprio per questo non deve diventare il terreno di caccia di chi conosce meglio i meccanismi della credulità.
È forse questa la forma più odiosa di sfruttamento del santo: appropriarsi della fiducia dei piccoli.
Padre Pio attirava i semplici per portarli a Cristo.
La mistificazione usa Cristo e Padre Pio per portare i semplici verso qualcuno.
La differenza è tutta qui.
Giovanni Paolo II sintetizzò la spiritualità del cappuccino con due parole: preghiera e carità. Padre Pio stesso amava definirsi «un povero frate che prega». La documentazione vaticana lo descrive distaccato dai beni, dagli onori e da sé stesso.
Forse il modo migliore per smascherare certe appropriazioni sarebbe dunque molto semplice.
Togliere per un momento statue, racconti, genealogie, titoli, rivelazioni, profezie, fotografie ingiallite, commemorazioni, patronati aggiuntivi e santini autografati.
E domandare: dov’è Cristo?
Dov’è l’obbedienza? Dov’è la povertà? Dov’è la carità? Dov’è la vita fraterna? Dov’è il servizio agli ammalati? Dov’è la Chiesa?
Se restano soltanto il fondatore, la sua famiglia spirituale, i suoi fedelissimi, una cerchia di iniziati e l’ossessiva necessità di dimostrare che Padre Pio stava proprio dalla loro parte, qualcosa non torna.
Padre Pio non è un marchio, non è un certificato genealogico, non è un quarto patrono da aggiungere per aumentare l’appeal devozionale.
Non è ancora il notaio celeste delle nostre fondazioni e soprattutto non è la scorciatoia attraverso la quale evitare il discernimento della Chiesa.
È un santo.
Ed è proprio questa la ragione per cui bisognerebbe smettere di usarlo.
E cominciare, possibilmente, a imitarlo.
La prova dell’autenticità di un rapporto con Padre Pio non consiste nell’essergli stati accanto, ma nell’avere imparato qualcosa dalla sua vita. Il santo di Pietrelcina pregò, confessò, servì i sofferenti, visse poveramente e obbedì alla Chiesa anche nelle prove più amare. Chi ne rivendica l’eredità spirituale dovrebbe partire da qui. Tutto il resto — titoli, parentele spirituali privilegiate, patronati moltiplicati e racconti non documentati — senza questa somiglianza rischia di essere non devozione a Padre Pio, ma utilizzazione di Padre Pio.




0 commenti